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Al Teatro Massimo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali" Biglietti al 50%
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27/04/2026 - Al Teatro Massimo di Palermo, martedì 28 e giovedì 30 aprile 2026 con tariffe ridotte del 50%, uno dei titoli più esilaranti e dissacranti del repertorio buffo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali," di Gaetano Donizetti. Un'opera che ...continua a leggere
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06/02/2026 - Da Regina Carola Caffè ogni 4 cartoni da 80 cialde Pop Caffè Intenso Piacere (Espresso Made in Italy), 1 cartone in omaggio.    Singolo cartone da 80 cialde a 11€ invece di 13€.    Consegna a domicilio gratuita    Regina Carola Caffè  Via Dante ...continua a leggere
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Al cinema

CARLO ACUTIS - IL GIOVANE SANTO
Loc
Carlo Acutis nasce a Londra il 3 maggio 1991 e muore a Monza il 12 ottobre 2006. In questo davvero breve arco di vita si sviluppa una personalità fuori dal comune di cui questo documentario ripercorre le tappe coinvolgendo in primis i suoi genitori e la nonna materna insieme a chi, come coetaneo o come adulto, ha percorso con lui importanti fasi della vita.

Un documentario che parla a tutti, credenti e non credenti, descrivendo senza agiografia la vita di un ragazzo che ha saputo essere straordinario nella quotidianità.

È difficile raccontare un santo che è stato canonizzato da poco più di un anno senza cadere nella retorica. Ancor più difficile se quel santo era un adolescente dei nostri giorni con i genitori, la nonna e gli amici chiamati a descrivere quanto vissuto al suo fianco rendendolo comprensibile sia a chi ha la fede che a chi non ce l'ha.

È quanto riesce a fare Luca Salmaso con l'importante supporto di Elisabetta Sola e Nicola Salvi. Riesce cioè a raccontare un bambino e poi un ragazzo che si manifesta sin da subito dotato di una sensibilità che lo differenzia dai coetanei ma, al contempo, un essere umano che condivide con chi sta intorno la passione per la vita che lo accomuna, nello scorrere degli anni, ai coetanei.

Da quanto riferiscono i genitori e la nonna, Carlo non cresce in una famiglia così devota da avergli inculcato sin da piccolo una particolare propensione per tutto quanto attiene alla pratica religiosa. La madre dichiara con assoluta trasparenza di essere stata una persona sicuramente non vicina alla Chiesa. Il fatto che sin da piccolo lui venga attratto dalla chiesa della zona di Milano in cui abita e che sviluppi un interesse per quanto attiene alla Bibbia e ai Vangeli è un fenomeno che nasce dalla sua interiorità e non da spirito di imitazione.

Quello che il documentario riesce a mettere in luce, con grande attenzione e sensibilità, è il fatto che Carlo non era un'asceta e che costantemente, sin dalla sua più tenera età, il suo amore per Dio si è tradotto in uno slancio di interesse verso il prossimo. Un esempio chiarisce bene il contesto: la sua famiglia benestante gli dava la classica 'paghetta' che lui investiva in aiuti ai senzatetto ma il suo desiderio era, una volta raggiunti i sedici anni (compleanno che non ha potuto festeggiare), poter fare qualche lavoretto per utilizzare denaro guadagnato personalmente. Un'altra sottolineatura illumina il quadro della sua personalità. La mamma ricorda che non si limitava a portare beni di prima necessità o a segnalare dove poter ricevere un pasto caldo o fare una doccia a chi non aveva una casa ma restava a conversare con loro considerando che il bene materiale non fosse la sola cosa di cui avessero bisogno.

Padre David Maria Turoldo, che ben conosceva la Milano in cui Acutis è cresciuto e ha condiviso la propria esistenza (amata al pari della Assisi delle sue vacanze) affermava: "La fede non la si propaganda. La si vive. Se la si vive si propaganda da sé." Carlo Acutis la fede l'ha vissuta e questo documentario lo testimonia con efficacia.
FRANKIE E LE CREATURE DIMENTICATE
Loc
Sopra la grigia e noiosa cittadina di Grubbers Nubbin svetta Castel Grotteschio, che la leggenda vuole abitato da mostri spaventosi. E la leggenda non è lontana dal vero: dentro un laboratorio all'avanguardia, un professore pazzo, sfruttando l'elettricità, infonde la "pseudo vita" nelle strane creature che riesce a mettere insieme utilizzando pezzi di corpi non esattamente corrispondenti tra loro. Ad aiutarlo nell'impresa è la primissima delle creature venute al mondo con questa tecnica: il piccolo Frankie, detto TestaCucita, un ragazzino con la tuta a righe e una parte del cranio rattoppata in modo approssimativo, che mantiene il castello al sicuro e si occupa degli altri mostri. Perché quello che la leggenda non dice è che, oltre che spaventosi, i mostri sono anche spaventati, anzi terrorizzati, all'idea di venire scoperti e inseguiti da una folla inferocita di cittadini. Un giorno, però, è proprio il piccolo Frankie, bisognoso di considerazione e di amicizia, a lasciarsi sedurre dal richiamo dello scalcagnato circo itinerante di Fulberto Trovamostri e a lasciare il castello e le creature amiche per inseguire il sogno di essere adorato dai cittadini, fosse anche solo perché riesce a spaventarli a morte.

Attorno al piccolo protagonista di questo colorato film di animazione, basato sul primo libro della serie firmata da Guy Bass, ci sono tutta una serie di grandi temi, trattati con la giusta misura. Si va dal pregiudizio reciproco sulla pericolosità dell'altro, alla denuncia del genitore che non si cura di altro che del proprio obiettivo professionale finendo per dimenticare che i figli hanno anche altri generi di bisogni, alla radiografia di un mondo, quello dello spettacolo, che può apparire inclusivo e ospitale ma solo fino a quando i commerci fioriscono, perché in realtà, per perpetrare il proprio successo, è costretto ad alzare continuamente l'asticella, senza curarsi delle conseguenze. È quel che succede a Frankie: felice di fare la sua parte nel circo, lusingato dalla popolarità raggiunta, si presta a numeri sempre più pericolosi, fino a rischiare di farsi letteralmente smembrare per la gioia delle tasche del manager. Per fortuna che in questa storia c'è una ragazzina: l'assennata Arabella, con la sua backstory di solitudine e sogni ad occhi aperti, ha già capito come si metteranno le cose, deve solo attendere che lo faccia anche Frankie.

Non c'è niente che non conosciamo già, dentro Frankie e le creature dimenticate, dal baby Frankenstein al parco mostri che ricorda quello di Hotel Transylvania all'architettura della cittadina simile alla fantasia steampunk di Boxtrolls, ma non è un problema, perché le gag funzionano e le emozioni hanno il giusto spazio (grazie soprattutto al personaggio di Creatura, "migliorissimo miglior amico" del protagonista). E poi non si può non apprezzare il ruolo narrativo centrale assegnato al dispositivo cinematografico: il filmato didattico - sorta di meta-animazione che TestaCucita usa per istruire i mostri sul pericolo umano e la necessità di vivere reclusi nel castello- si rivelerà, infatti, uno strumento prezioso al momento più opportuno. Come a dire che, dal cinema, c'è solo da imparare.
JE SO' PAZZO
Loc
Un lavoro capace di restituire le luci e le ombre di un'anima ribelle: quella di Pino Daniele. Un viaggio cinematografico che ripercorre gli anni difficili nei vicoli di Napoli, fino al trionfo artistico che lo ha reso una leggenda.
JUMBO
Loc
Don è un orfano di dieci anni che vive con la nonna e a cui è rimasto, come unico ricordo dei genitori, un libro con una storia che loro avevano scritto e illustrato per lui. Don, a causa del suo aspetto fisico, viene dileggiato e considerato un perdente. Un giorno però decide di portare in scena, in un concorso per giovani talenti, la storia del libro che gli viene però sottratto da Atta, che non perde occasione per maltrattarlo. Don e i suoi due amici Nurman e Mae troveranno l'inatteso aiuto di una bambina fantasma, Meri, che a sua volta ha bisogno di lui.

Il cinema di animazione indonesiano grazie, a questo film, entra nella sua piena maturità espressiva.

Non siamo ancora ai livelli della Pixar ma il film Ryan Adriandhy ci è molto vicino e ha soprattutto il grande pregio di parlare al suo target di riferimento (cioè ai bambini) coinvolgendo gli adulti e, pur ambientando la storia in Indonesia, riuscendo a trattare temi universali.

Il rischio che poteva correre era quello di travalicare i confini dell'horror considerando che Meri è un fantasma che vuole liberare i propri genitori deceduti tenuti prigionieri, grazie a particolari radiofrequenze, da un profanatore di tombe. Questo però non accade perché il regista, che è coautore della sceneggiatura, ha il senso della misura e finalizza questa situazione al tema principale che è di notevole rilevanza.

Il fil rouge che attraversa tutta la narrazione è infatti a doppio intreccio. Da un lato ci sono i protagonisti principali che soffrono per la mancanza dei genitori o , nel caso di Meri, per la loro condizione, anche se hanno trovato o stanno trovando chi può offrire loro un sostegno.

Dall'altro c'è un'analisi acuta, ma non didascalica, di come ognuno reagisca in modo diverso alle difficoltà che la sorte gli ha riservato. Don ha finito con il reagire alle vessazioni che subisce per il suo aspetto fisico aggrappandosi al libro che gli è stato scritto e illustrato dai genitori, finendo però con il pensare a se stesso e ai propri problemi senza dare attenzione e ascolto alle difficoltà altrui. Atta, che vive in una condizione di povertà e ha un fratello che per mancanza di denaro non può curarsi adeguatamente, ha trasformatola la sua frustrazione nel bullismo che esercita nei confronti di Don. Lo stesso profanatore ha convogliato la rabbia per un sopruso subìto in un desiderio generalizzato di vendetta. Sullo sfondo abbiamo anche lo sviluppo edilizio incontrollato che passa sopra a qualsiasi scrupolo di carattere etico.

Tutto ciò narrato con un'animazione dai colori vivaci (in particolare grazie all'intervento di Meri fantasma) e con il giusto ritmo. Senza citazioni ipercinefile ma con la consapevolezza di poter favorire considerazioni che adulti e bambini potranno sviluppare anche dopo essere usciti dalla sala cinematografica.
L'ISOLA DEI RICORDI
Loc
Jo e Raissa, inseparabili amiche d'infanzia, vengono magicamente catapultate attraverso un misterioso portale su Nakali. In quest'isola incantata, popolata dalle affascinanti creature della mitologia filippina, troveranno alleati stravaganti come il buffo licantropo Raww e oscuri nemici da sconfiggere.



Sorprendente caleidoscopio di idee con un'animazione cangiante, L'isola dei ricordi restituisce le usanze, i costumi e la cultura filippina poco esplorata dal cinema mainstream.



Scritto e diretto a quattro mani da Joel Crawford e Januel Mercado, L'isola dei ricordi restituisce, fin dalle sue primissime battute, l'essenza delle grandi amicizie, in questo caso quella tra Jo e Raissa, due personalità così diverse e agli antipodi da diventare insostituibili l'una per l'altra. Il film riesce a cogliere con grande profondità quel momento, quell'attimo, in cui le amicizie iniziano che è sempre tremendamente casuale se non banale, ma pronto ad accogliere l'altro, a rimanere stregati da una caratteristica insita nell'altro a cui ci affezioniamo a volte per tutta la vita. Così quando Jo e Raissa s'incrociano bambine davanti alla porta del preside della scuola che le ha convocate per diversi motivi, le due non ci pensano su tanto e scappano insieme. In quell'imprinting ci sarà tutta la loro vita, Jo più ribelle, meno ambiziosa, molto brava nel disegno e a raccontare storie sanguinarie tramandatele da sua nonna e Raissa più disciplinata, studiosa e accondiscendente verso i genitori che la vogliono prossima studentessa della Caltech, la prestigiosa università fuori Los Angeles che apre le porte alla Nasa. Sì perché da quel momento in cui si sono incontrate bambine, il film mette in scena un'accelerazione che le vede crescere in diretta grazie a un'animazione travolgente. E così arriviamo a quella notte prima dell'addio e della partenza di Raissa dalle Filippine. Una notte che, per magia, le trasporta sull'isola di Nakali che hanno sempre sognato, una specie di meraviglioso regno di Oz dove si risvegliano senza ricordare nulla di come ci sono arrivate e con il meraviglioso personaggio del cane licantropo Raww che dice di essersela spassata con loro tutta la notte. Sui loro corpi appaiono strani tatuaggi luminosi e a Raissa sono pure spuntate delle ali. Ma lei deve prendere l'areo per Los Angeles e dunque serve che ritrovino il portale magico da cui sono entrate. Inutile dire che fra loro e l'obiettivo s'inseriranno demoni e strani personaggi che metteranno a dura prova la loro amicizia. Al punto che saranno costrette a barattare dei loro ricordi, plasticamente simbolizzati dai ciondoli dei loro braccialetti, per sopravvivere.

È questo uno degli aspetti più forti della sceneggiatura perché il fatto di cancellare alcuni ricordi che, anche noi come spettatori, abbiamo visto crearsi e che pure appartengono alle nostre esperienze di vita, risulta addirittura un po' violento. Non è questo il motivo perché negli Stati Uniti il film è stato classificato con il Pg, ossia con la visione che richiede la guida dei genitori, dato che ci sono personaggi come il demone Manananggal che può dividersi staccandosi tra busto e gambe oppure, in generale, è la stessa animazione ipercinetica a creare un po' d'affanno nello spettatore. Però certo quando Raissa comincia a non ricordare dei momenti fondanti della loro amicizia, un po' di sgomento scende in sala.

Insomma qui il film si fa molto adulto portando alle estreme conseguenze il suo assunto. Poi certo l'incredibile spettro dei personaggi secondari creati da Joel Crawford e Januel Mercado distraggono subito da tutto questo e ti riportano nei binari dell'assurdo più divertente. In più l'animazione rocambolesca e iperfrenetica, con cambi di formato e di stile, non consente di staccare gli occhi dallo schermo (sarà un modo per evitare che i più giovani si mettano a scrollare sugli smartphone al cinema?) e la caratterizzazione di alcuni personaggi, come Bungi, un bambino blu gigante, rendono questo film una sana follia. E dimostrano come ancora ci sono delle idee a Hollywood al di là delle sfruttatissime proprietà intellettuali con sequel, reboot e prequel.
LA CITTÀ DEI VIVI
Loc
In una Roma di periferia, Luca ha ventitré anni ma è ancora alle prese con la scuola serale per prendere il diploma, oltre ad aiutare il padre accompagnandolo sul furgone con cui lavora. Tra la ricerca di un impiego più solido e la reticenza allo studio, il giovane non ha ancora chiaro cosa fare della sua vita anche se pianifica il futuro con la fidanzata Marta Gaia, che è di casa nell'appartamento in cui Luca vive con i genitori. Bisognoso di soldi, una nuova conoscenza lo introduce a un giro di feste altolocate che sembrano promettere guadagno con poco sforzo, ma le circostanze trasformeranno la storia in insensata tragedia.



Un delitto atroce che aveva fatto scalpore nel 2016 riaffiora nella quinta opera di Edoardo Gabbriellini, attore poi diventato regista che qui adatta l'omonimo romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia. Il tipo di adattamento è forse inaspettato per chi conosce la vicenda, ma attraverso le ottime interpretazioni di Mastandrea e del protagonista Emanuele Maria Di Stefano trova un suo spazio originale.



Se Lagioia, nei suoi vari punti di contatto con l'omicidio di Luca Varani (reportage, romanzo, podcast e ora soggetto del film) parla a un certo punto di una "malvagità dei luoghi", Gabbriellini fa di tutto per esorcizzarla, per opporre invece una semplicità limpida e comprensibile alle parti di quella vicenda che più sono assurde e oscene. Con pudore danza attorno alla violenza, e si direbbe quasi che la riempie di vuoti: quelle inquadrature di stanze senza persone - nelle case dove si è cresciuti, dove si sogna di abitare, e perfino dove si spargerà del sangue - o in quegli autobus che attraversano Roma e sono belli perché non c'è mai nessuno, e in quei bicchieri che ritornano spesso e "sono fatti per rompersi".



Così facendo prende in esame soltanto Luca e il suo universo affettivo, il rapporto schietto con i genitori e quello fisiologicamente appena più complicato con la fidanzata (li vediamo lasciarsi brevemente e poi tornare subito insieme e immaginare un nido domestico sotto un cavalcavia romano). Le contemporanee traiettorie dei due ragazzi che si macchieranno del delitto, e la casualità crudele che li porta non solo a incrociare il cammino di Luca ma anche quello reciproco, sono relegate al fuoricampo se non per qualche piccolo accenno.



È una scelta programmatica, per trattare la storia senza scabrosi sensazionalismi, e che quindi rifiuta di addentrarsi nel valore simbolico degli eventi come grande tessitura sociologica sulla "Roma marcia" di questo deprimente inizio secolo. Il prezzo da pagare, per Gabbriellini, è che il suo film ha una minore specificità - forse perfino una minore rilevanza - perché diventa un po' più universale come straziante tentativo di rispondere all'orrore con un controcampo di umanità.



Ciò lo rende filmicamente interessante come complemento agli ampi materiali d'origine di Lagioia, che in questa epoca di mania per il true crime rimangono senza dubbio il testo primario. Molti dei dettagli però prendono vita e senso quando sono traslati nell'immagine, come l'incipit che torna al momento dell'adozione di Luca e alla scelta che i genitori dovettero fare tra tre neonati, commentando dolcemente sulla natura dell'amore e di nuovo sull'idea di una serie infinita di casualità che prima di finire in tragedia lasciano molto di bello e di tangibile.



Lo stesso avviene passando dall'incipit al finale, in cui Gabbriellini mostra tutta la sensibilità registica che ricordavamo da Holiday e Padroni di casa, ritagliando momenti che restano sospesi: in una conversazione sull'autobus tra Luca e una ex compagna di scuola, o in una telefonata tra la fidanzata e un vecchio amico. Se il film ci risparmia la violenza più efferata, attraverso dialoghi del genere ci mette comunque di fronte a una realtà estesa fatta di connessioni sociali recise, e di giovani adulti privi di qualunque rete di supporto che rifiutano sia lo studio che il lavoro. In questo trova una prossimità con il contemporaneo Ketticè di Tortorici, spietata dissezione di una generazione di liceali del 2012, che poi sarebbero diventati più o meno i ventenni di Gabbriellini.



Da quella Palermo a questa Roma però la strada è impervia e lo sguardo diverso. È una capitale di lunghe distanze quelle su cui Luca cerca lavoro e identità: da La Storta e Valle Aurelia fino a Pietralata, sull'intero arco nord di un luogo immenso e freddo. Ci sarà poi, tutto a est, quell'appartamento all'inizio di Via Igino Giordani, sull'ingresso per Colli Aniene. Ma qui Gabriellini non si ferma più del necessario, preferendo tornare dalla famiglia di Luca per un epilogo che sa di understatement e misura umana.
MAMMINA
Loc
Bela, una bambina di otto anni che vive in una casa segnata da problemi coniugali, si trova ad affrontare un'entità sinistra che esce dal suo armadio. La presenza, che lei chiama "Altra Mamma", diventa sempre più minacciosa per lei e per la sua famiglia.
PRIMETIME
Loc
Nel 2004, il programma giornalistico Dateline sulla NBC lancia un nuovo format investigativo sotto la guida di Chris Hansen. I produttori usano degli attori "esca" che si fingono minorenni per attirare predatori sessuali e smascherarli a favore di telecamera prima che la polizia li arresti. La serie, intitolata "To catch a predator", diviene in breve tempo un successo enorme e nel 2006 a Hansen viene proposto lo spostamento in prima serata. Per il giornalista, che lavora con la fidata produttrice Andie e con Dan, giovane esca che sogna soltanto di diventare attore professionista, ciò si traduce nell'obbligo di trovare predatori sempre più di alto profilo per vincere la guerra degli ascolti televisivi.



Noto per i documentari Some kind of heaven e Spermworld, Lance Oppenheim passa alla finzione con un sordido thriller sui giochi di potere mediatici.



Lo fa rivisitando i primi anni duemila e un programma televisivo che fu un vero e proprio fenomeno di costume negli USA, impossibile e assurdo anello di congiunzione tra informazione "seria" e reality show: vicende gravissime di pedofili e predatori sessuali che venivano incastrati tramite metodi d'inchiesta, ma al tempo stesso spettacolarizzati come in una candid camera, in una escalation di sensazionalismo di cui il pubblico a casa si faceva complice.



Robert Pattinson interpreta la figura reale di Chris Hansen attraverso un lavoro soprattutto acustico, in cui sono la voce e la cadenza - affettate, ri-elaborate, ultra-processate - a offrire la traccia d'indagine più profonda. Noto per i tormentoni con cui entrava in scena e rivelava l'inganno ai protagonisti involontari del programma, il giornalista viene qui reso come un artista della truffa impegnato a ipnotizzare lo specchio tanto quanto la telecamera, seppellendo strati di coscienza sotto una performance ormai neanche più consapevole.



Seguire la voce diventa del resto cruciale quando il livello dell'immagine, nelle mani di Oppenheim, si disintegra in un affastellarsi di split screen, di vari formati video degli albori dell'era digitale, e di una moltiplicazione dei punti di vista progettata per disorientare lo sguardo. È un film di filtri e di superfici, che però ha un gusto analogico per il torbido sottostante. Lascia l'ipocrisia glossy di Los Angeles per seguire le piste investigative su e giù per il paese, dal Texas alla Florida, sporcandosi le mani di un'atmosfera umida e transazionale - sono le forze di polizia locali, ad esempio, a proporre la propria giurisdizione come location per futuri episodi.



Satira, farsa e tragedia si alternano e spesso si sovrappongono (siamo dalle parti de Lo sciacallo - Nightcrawler), in particolare nella moralità ondivaga del protagonista di Pattinson, tra il meme e il simulacro. Attorno a lui però ci sono grandi scelte di casting per dei personaggi che invece sanno bene chi sono: la sempre straordinaria Merritt Wever, senza scrupoli, e dall'altra parte Skyler Gisondo nel ruolo di Dan, preceduto ancora una volta dalla sua stessa ingombrante faccia d'angelo (come fu per Anderson in Licorice Pizza e nell'ultimo Superman). Comparsate anche per la cantante Phoebe Bridgers e per l'ex-presidente della NBC Jeff Zucker nel ruolo di se stesso: un divertito excursus su quello che fu un periodo spartiacque per il panorama televisivo, con la messa in crisi degli scripted drama in favore dell'illusione del reale, e l'inclusione perfino di alcuni spezzoni di Lost e di altre famose serie dell'epoca.



A lavorare contro il formalismo di Oppenheim è in fondo proprio la sua specificità culturale, dato che il film si appoggia al ricordo molto vivido di quell'epoca e di quegli eventi nella coscienza collettiva statunitense. Fuori dall'America il riferimento immediato viene a mancare, e quel che resta è un discorso - la deriva voyeuristica e cannibale dei mezzi di comunicazione, le perversioni fuori controllo della reality TV - con cui facciamo i conti già da un po'.



Più o meno contemporaneamente, ad esempio, Danny Boyle fa con Ink un'operazione simile, nonostante il medium in esame sia diverso (carta stampata e non TV) e il periodo di parecchio precedente. Ma il punto è sempre quello, ovvero come navigare un sistema capitalista in cui l'informazione deve tendere all'intrattenimento, e cosa fare quando le due cose vanno in corto circuito.
STREET FIGHTER
Loc
Street Fighter torna al cinema. Il nuovo adattamento cinematografico del famoso videogioco della Capcom prodotto da Legendary Entertainment, promette una violenza brutale e trash e al contempo una ricercata fedeltà ai personaggi e alle loro distintive mosse che abbiamo tanto amato in sala giochi.
THE SOCIAL - IL PREZZO DELLA VERITÀ
Loc
Il film è ispirato alla storia vera di Frances Haugen (Mikey Madison), una giovane ingegnera di Facebook che si rivolge a Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), giornalista del Wall Street Journal, per intraprendere un pericoloso percorso che la porterà a rivelare i segreti più gelosamente custoditi del social network.
VERITY
Loc
Lowen Ashleigh è una scrittrice pubblicata ma non famosa, che vive in una città sovrappopolata come New York per rimanere invisibile. Viene convocata dalla Hachette per fare da ghost writer di Verity Crawford, una scrittrice invece famosissima per una serie di cupi romanzi noir dal titolo "Le nobili virtù" raccontati sempre dal punto di vista del cattivo, e i cui personaggi sono "davvero incasinati". Verity ha avuto un incidente d'auto ed è rimasta completamente paralizzata, e Lowen dovrà scrivere tre nuovi libri della serie nello stile dell'autrice, trasferendosi nella sua casa del Vermont e mettendo ordine fra i suoi appunti e le sue tracce. Appena prima della convocazione in casa editrice Lowen incontra Jeremy, il marito di Verity, assistendo all'incidente fatale di un rider: inizia così la sua amicizia con l'uomo, che proseguirà nella casa del Vermont, con il rischio (o l'opportunità?) di trasformarsi in qualcosa di più.

Verity è l'adattamento cinematografico dell'omonimo best seller della scrittrice Colleen Hoover, che sforna romanzi a catena muovendosi fra la chick lit e le storie di suspence (è lei l'autrice anche del libro su cui era basato il recente It Ends With Us - Siamo noi a dire basta). Hoover è anche coproduttrice, come Anne Hataway che interpreta il ruolo di Verity, mentre Dakota Johnson, che interpreta il ruolo di Lowen, figura come coproduttrice esecutiva. Il problema di Verity, come di molti testi della Hoover, è che sotto la patina neofemminista rivela tratti che potremmo definire misogini, mettendo due donne una contro l'altra a contendersi un uomo che è fondamentalmente una loro pedina. L'assunto è che le donne vogliano "prendersi tutto" quello che appartiene a un'altra, e dunque Lowen si adopera incessantemente per impossessarsi della vita di Verity.

La loro contrapposizione parte dai nomi: Verity sembra una superba dichiarazione di autenticità, Lowen punta invece alla volontà della donna di mantenere un basso profilo, come le tipiche acque chete (o gattemorte) che popolano certa chick lit. Entrambi i personaggi appaiono poco attraenti, il che sarebbe più interessante se la vicenda fosse ironica e graffiante, invece qui ci si muove su un registro serioso che poco si addice a questa storia infarcita di implausibilità, a volte macroscopiche. È immediato il paragone con il recente Una di famiglia - The Housemaid, che però era più astuto nel gestire con maggiore ambiguità e divertimento le sue svolte a sorpresa. Impietoso invece il paragone con alcune pietre miliari del cinema classico con ciniche protagoniste noir, da Femmina folle a La fiamma del peccato, che raccontavano la perversione e l'ambizione femminile in modo narrativamente innovativo e interessante, o Rebecca, la prima moglie, che descriveva la rivalità fra una donna e il fantasma della vedova del suo compagno.

Ma Hoover non è Patricia Highsmith (per citare una grande autrice di personaggi ambigui e inquietanti, anche femminili) e neppure Daphne Du Maurier, e il regista Michael Showalter non è Billy Wilder o Alfred Hitchcock. In Verity tutto è schematico e sottolineato, nonché imperniato senza ironia sul presunto impulso femminile di una (o ogni?) donna a sostituirsi ad un'altra: un impulso che narrativamente ha dato frutti interessanti in ottimi noir come La vedova nera di Bob Rafelson o Inserzione pericolosa di Barbet Schroeder. Ma in Verity i personaggi sono uniformemente sgradevoli ed è quasi impossibile parteggiare per loro, rendendo il film non tanto un guilty pleasure, come poteva essere, quanto un pasticcio incoerente.
WHALEFALL - NELLA BALENA
Loc
Dopo la morte di suo padre (Josh Brolin), Jay Gardiner (Austin Abrams) si immerge al largo della costa centrale della California alla ricerca dei suoi resti, ma viene inghiottito da un enorme capodoglio. Mentre è intrappolato nel suo ventre con solo un'ora di ossigeno a disposizione, Jay si rende conto che le lezioni apprese a fatica dal padre potrebbero essere la chiave per la sua fuga.
ZUSTISSIA
Loc
Sardegna,1991. Il 27enne Beniamino Zuncheddu viene arrestato con l'accusa di aver sparato a quattro persone, uccidendone tre. La quarta vittima, unica sopravvissuta, identifica Zuncheddu da una serie di fotografie, e il giovane uomo viene condannato all'ergastolo, pur essendosi dichiarato innocente e avendo fornito un alibi confutato da più testimoni. Inizia così un'odissea carceraria durata 33 anni, forse "il più lungo errore giudiziario italiano". Dal 2016 l'avvocato penalista Mauro Trogu lavorerà per dimostrare l'innocenza di Zuncheddu passando attraverso infinite lungaggini burocratiche, e a poco a poco capirà che la vicenda del suo assistito si colloca all'interno di un quadro più grande di corruzione e vendetta. Al centro della vicenda ci sono le testimonianze, quelle non credute e quelle false orchestrate da chi si trova ben più in alto di un pastore, perché "le pecore bisogna tenerle d'occhio".

Zustìssia, tratto dal libro di Mauro Trogu e Beniamino Zuncheddu "Io sono innocente", segna il debutto alla regia di Francesco Piras, già ottimo direttore della fotografia di Salvatore Mereu, e fa leva sulla solidità del soggetto e della sceneggiatura di Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili, che trasformano in narrazione cinematografica una vicenda complicatissima, uno stillicidio costellato di depistaggi e battute d'arresto. Piras si prende il suo tempo nel dipanarla visivamente, perché il tempo è il grande protagonista di questa storia(ccia) italiana: quello di Zuncheddu che sembra non contare nulla, e quello strategicamente dilatato di una giustizia che si rifiuta di ammettere i propri errori.

Il regista e gli sceneggiatori esplorano il tema della fiducia che gli italiani possono (o meno) avere nella giustizia, e la consapevolezza che quella giustizia può essere fatta più attraverso la buona volontà e dei singoli che attraverso le istituzioni a lei preposte. Al contrario di Portobello, il film mette dunque al centro le persone che possono scegliere di rendere la giustizia possibile: in questo senso il casting, nel ruolo della procuratrice generale di Cagliari Francesca Nanni, di Philippine Leroy-Beaulieu, il cui padre era marito della figlia di Enzo Tortora, Silvia, appare particolarmente ispirato.

Michele Riondino fa di Mauro Trogu un uomo animato da un profondo senso di equità e compassione, disposto ad andare oltre il proprio incarico professionale, mentre Fabrizio Ferracane dà a Beniamino Zuncheddu una mitezza che non è mai totale rassegnazione: solo contro i poteri forti, non rinuncia a dichiararsi innocente anche di fronte alla possibilità di godere di qualche privilegio carcerario a fronte di un'ammissione di colpevolezza. Completano il cast Geppy Cucciari nel ruolo di una giornalista di Radio Radicale e Francesco Colella in quello di un PM che ha... mangiato la foglia.

Zustìssia è narrato con essenzialità e rigore, le due armi che hanno reso possibile il riscatto di Zuncheddu. Il suo respiro è soffocato finché non può finalmente aprirsi, e Piras alterna visivamente gli spazi di vita del suo protagonista, dai pascoli aperti alla cella della prigione, dal bar dove grazie a Trogu riesce a trovare un impiego e a tornare in contatto con la gente alle aule di tribunale che lo ricacciano continuamente in carcere. La narrazione segue la strada maestra della semplicità per avvicinare gli spettatori ad una vicenda intricata scomponendola a poco a poco, come fa Trogu, che "mangia l'elefante un morso alla volta" rifiutando di accettare il corso degli eventi perché "una giustizia così fa paura". E, quando serve, coinvolge i media perché ricorda che "quando c'è il pubblico la corte si comporta con più zelo". Non mancano dunque i tocchi di amara ironia in questa vicenda di "sequestro di Stato di un innocente" a metà fra Kafka e Sciascia, che tuttavia riesce a farci uscire di sala con un barlume di speranza, più ancora che con un moto di rabbia sacrosanta.
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