19/10/2026 - Promozione Pizzeria "Il Rustichetto" Menu Pizza Completo 13,50€ a persona con antipasti vari ed abbondanti, pizza a scelta, dessert, bevanda e coperto, tutto incluso in uno strepitoso prezzo da non perdere. Antipasto: Misto Caldo con patatine, panelle, ...continua a leggere
Diamond Card - Sconti in ristoranti, cinema e shopping a Palermo
Diamond Card è la carta sconti che ti fa risparmiare fino al 50% in ristoranti, cinema, alberghi, farmacie, centri estetica, carburante, shopping e tanto altro! Ottieni subito uno sconto in ristoranti, pizzerie, cinema, teatri e tanto altro a Palermo, Trapani, Agrigento, Messina, Siracusa, Ragusa e Catania.Nuovi convenzionati
Promozioni e Eventi
Menù Pizza completo al Rustichetto a soli 13,50€
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Nuova versione dell'app Diamond Card
06/10/2026 - Abbiamo creato un'app tutta nuova! Vai su Google Play per Android o Play Store per iOS e scarica l'ultima versione per non perderti tutte le novità di Diamond Card
06/10/2026 - Abbiamo creato un'app tutta nuova! Vai su Google Play per Android o Play Store per iOS e scarica l'ultima versione per non perderti tutte le novità di Diamond Card
"Caravaggio" al Teatro Massimo - Biglietti al 50%
19/06/2026 - Offerta Diamond Card per le recite del 25 e 26 giugno 2026 Debutta al Teatro Massimo il balletto "Caravaggio", spettacolo che esplora il genio e il tormento del celebre pittore attraverso un linguaggio intenso e contemporaneo. La coreografia è di ...continua a leggere
19/06/2026 - Offerta Diamond Card per le recite del 25 e 26 giugno 2026 Debutta al Teatro Massimo il balletto "Caravaggio", spettacolo che esplora il genio e il tormento del celebre pittore attraverso un linguaggio intenso e contemporaneo. La coreografia è di ...continua a leggere
Al Teatro Massimo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali" Biglietti al 50%
27/04/2026 - Al Teatro Massimo di Palermo, martedì 28 e giovedì 30 aprile 2026 con tariffe ridotte del 50%, uno dei titoli più esilaranti e dissacranti del repertorio buffo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali," di Gaetano Donizetti. Un'opera che ...continua a leggere
27/04/2026 - Al Teatro Massimo di Palermo, martedì 28 e giovedì 30 aprile 2026 con tariffe ridotte del 50%, uno dei titoli più esilaranti e dissacranti del repertorio buffo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali," di Gaetano Donizetti. Un'opera che ...continua a leggere
Cartone Cialde in omaggio da Regina Carola Caffè
06/02/2026 - Da Regina Carola Caffè ogni 4 cartoni da 80 cialde Pop Caffè Intenso Piacere (Espresso Made in Italy), 1 cartone in omaggio. Singolo cartone da 80 cialde a 11€ invece di 13€. Consegna a domicilio gratuita Regina Carola Caffè Via Dante ...continua a leggere
06/02/2026 - Da Regina Carola Caffè ogni 4 cartoni da 80 cialde Pop Caffè Intenso Piacere (Espresso Made in Italy), 1 cartone in omaggio. Singolo cartone da 80 cialde a 11€ invece di 13€. Consegna a domicilio gratuita Regina Carola Caffè Via Dante ...continua a leggere
Le Palme Atelier da Monnalisa Calzature
22/12/2025 - Le Palme Atelier arriva a Palermo! Ti aspetta nella Boutique Monnalisa Calzature a Piazza Castelnuovo 43, martedì 23 Dicembre 2025 dalle 17 alle 20 per la presentazione dei loro stupendi foulard ispirati all'arte siciliana.
22/12/2025 - Le Palme Atelier arriva a Palermo! Ti aspetta nella Boutique Monnalisa Calzature a Piazza Castelnuovo 43, martedì 23 Dicembre 2025 dalle 17 alle 20 per la presentazione dei loro stupendi foulard ispirati all'arte siciliana.
Rinascente Shopping Day 16 Aprile 2025 - Sconti fino al 30%
15/04/2025 - Mercoledì 16 Aprile 2025 dalle 10:00 alle 21:00 avrà luogo alla Rinascente di Via Roma 289 a Palermo il Rinascente Shopping Day, un evento eccezionale dedicato unicamente ai possessori della Diamond Card! Sconti fino al 30% su nuove collezioni ...continua a leggere
15/04/2025 - Mercoledì 16 Aprile 2025 dalle 10:00 alle 21:00 avrà luogo alla Rinascente di Via Roma 289 a Palermo il Rinascente Shopping Day, un evento eccezionale dedicato unicamente ai possessori della Diamond Card! Sconti fino al 30% su nuove collezioni ...continua a leggere
Diamond Card ti regala un Carnet di Buoni per il Parco Giochi Guadagna
07/02/2025 - Acquista la tua Diamond Card e riceverai un Carnet di Buoni per il Parco Giochi Guadagna! 20 Biglietti per fare divertire i tuoi piccoli in giostre, trenini e gonfiabili.
07/02/2025 - Acquista la tua Diamond Card e riceverai un Carnet di Buoni per il Parco Giochi Guadagna! 20 Biglietti per fare divertire i tuoi piccoli in giostre, trenini e gonfiabili.
Campagna pubblicitaria Diamond Card Autobus Amat
05/11/2024 - Sali a bordo della convenienza! Parte la nuova campagna pubblicitaria Diamond Card su autobus di linea Amat. Per tutto il mese di novembre 2024 potrai vedere in giro per Palermo 15 autobus con la nuova veste grafica Diamond Card. Se li trovi, scatta una foto e taggaci ...continua a leggere
05/11/2024 - Sali a bordo della convenienza! Parte la nuova campagna pubblicitaria Diamond Card su autobus di linea Amat. Per tutto il mese di novembre 2024 potrai vedere in giro per Palermo 15 autobus con la nuova veste grafica Diamond Card. Se li trovi, scatta una foto e taggaci ...continua a leggere
Al cinema
CLAYFACE
Una creatura mutaforma fatta di argilla magica infesta Gotham City, alternandosi tra il ruolo di antagonista e quello di alleato di Batman. Nel corso degli anni, diverse figure tragiche hanno indossato il mantello di Clayface.
Una creatura mutaforma fatta di argilla magica infesta Gotham City, alternandosi tra il ruolo di antagonista e quello di alleato di Batman. Nel corso degli anni, diverse figure tragiche hanno indossato il mantello di Clayface.
DIO RIDE
Nel cuore del '600 c'è un uomo che parla di Dio come nessuno aveva fatto prima di lui: è Frate Leopoldo da Casamacchia che racconta il Vangelo con una gioia contagiosa portando, a chi lo ascolta, sollievo e speranza. Il suo messaggio si diffonde di villaggio in villaggio, conquistando il cuore di migliaia di persone che iniziano a seguirlo ovunque. Un clamore che porta il Papa ad affidare il caso al cardinale Maculani, il più autorevole inquisitore del suo tempo. Quello che nasce come un processo si trasforma in un confronto inatteso, destinato a mettere in discussione convinzioni che sembravano incrollabili. Mentre il destino di Leopoldo sembra ormai segnato, quello di Maculani e di chi come lui è stato colto dal dubbio prende direzioni inattese.
È il film più ambizioso e riuscito del regista Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino in uno dei vertici della sua carriera insieme a Silvio Orlando che, con il personaggio del cardinale Maculani, aggiunge un tassello ai suoi sempre più convincenti ruoli ecclesiastici.
Già dall'incipit risulta chiaro che Giovanni Veronesi, nella lunga sequenza in cui Fra Leopoldo si carica letteralmente sulle spalle il suo priore malato (un commovente Paolo Rossi) per le campagne toscane, abbia lavorato su una regia molto studiata che, oltre all'utilizzo della macchina da presa a spalla che li pedina, è alla ricerca della luce naturale giusta, immergendoci da subito proprio nell'ambiente che tanta importanza avrà nel proseguo del racconto per la sua funzione narrativa. Infatti Fra Leopoldo che, più che predicare, mette in scena dei racconti orali da attore consumato davanti a un pubblico che inizia a seguirlo sempre più numeroso, lo fa sempre all'aperto. La sua caratteristica di ridurre all'essenza le vicende delle Scritture, con l'aggiunta di una nota ironica che arriva diretta a tutto il suo pubblico che è molto largo, dai bambini agli anziani, lo porta a farsi capire in maniera diretta e naturale. Questi momenti sono tutti sempre in esterni, in mezzo alla natura appunto, che sia un lago o una radura o lo spazio di una cava dove lui trova riparo in una grotta. La natura, più vicina agli uomini semplici, è volutamente contrapposta alla Chiesa ufficiale con gli spazi non certo angusti ma chiusi dei palazzi sfarzosi in cui si muove il cardinale Maculani, il tribunale della Santa Inquisizione e naturalmente il Papa Innocenzo X interpretato con la solita forza incisiva da Carlo Cecchi nella sua ultima grande apparizione al cinema.
Questa dicotomia rispecchia anche la cesura ideologica tra una Chiesa, quella francescana del frate più vicina alla povera gente (il film si chiude non a caso con una citazione di Papa Francesco: «Si può ridere anche di Dio? Certo, non è una bestemmia questa, come si gioca e si scherza con le persone che amiamo») e quella appunto chiusa nei palazzi e nelle chiese dove la liturgia veniva celebrata in latino. Fra Leopoldo invece parla come gli viene - è pure analfabeta - in una sorta di volgare italiano (Favino in questo è strepitoso perché ha un dono nel rendere in maniera molto originale i diversi parlati) che conquista non solo il suo pubblico (e noi spettatori), ma anche un altro personaggio del film, quello della giovane nobile Isabella (Alma Noce che conferma la sua serietà attoriale) sposata e vessata da un proprietario terriero violento. La donna trova proprio nell'ascolto di Fra Leopoldo la forza per uscire, fisicamente, prima dalle grandi stanze del suo palazzo, e poi dalla sua condizione di sottomissione. Apparente gracile e indifesa, come l'attrice stessa, Isabella esce fuori come un personaggio forte e proiettato nel futuro, insomma una protofemminista.
La sceneggiatura, scritta a dieci mani, vuole ovviamente inserire la vicenda ambientata nel '600 all'interno di tematiche che risuonino anche oggi. Per farlo Veronesi abbandona gli stilemi della sua amata commedia all'italiana e del suo maestro Mario Monicelli per coniugare un racconto che ha il respiro del cinema popolare insieme a una tensione storica, religiosa ma anche civile, che arriva diretta allo spettatore.
Nel cuore del '600 c'è un uomo che parla di Dio come nessuno aveva fatto prima di lui: è Frate Leopoldo da Casamacchia che racconta il Vangelo con una gioia contagiosa portando, a chi lo ascolta, sollievo e speranza. Il suo messaggio si diffonde di villaggio in villaggio, conquistando il cuore di migliaia di persone che iniziano a seguirlo ovunque. Un clamore che porta il Papa ad affidare il caso al cardinale Maculani, il più autorevole inquisitore del suo tempo. Quello che nasce come un processo si trasforma in un confronto inatteso, destinato a mettere in discussione convinzioni che sembravano incrollabili. Mentre il destino di Leopoldo sembra ormai segnato, quello di Maculani e di chi come lui è stato colto dal dubbio prende direzioni inattese.
È il film più ambizioso e riuscito del regista Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino in uno dei vertici della sua carriera insieme a Silvio Orlando che, con il personaggio del cardinale Maculani, aggiunge un tassello ai suoi sempre più convincenti ruoli ecclesiastici.
Già dall'incipit risulta chiaro che Giovanni Veronesi, nella lunga sequenza in cui Fra Leopoldo si carica letteralmente sulle spalle il suo priore malato (un commovente Paolo Rossi) per le campagne toscane, abbia lavorato su una regia molto studiata che, oltre all'utilizzo della macchina da presa a spalla che li pedina, è alla ricerca della luce naturale giusta, immergendoci da subito proprio nell'ambiente che tanta importanza avrà nel proseguo del racconto per la sua funzione narrativa. Infatti Fra Leopoldo che, più che predicare, mette in scena dei racconti orali da attore consumato davanti a un pubblico che inizia a seguirlo sempre più numeroso, lo fa sempre all'aperto. La sua caratteristica di ridurre all'essenza le vicende delle Scritture, con l'aggiunta di una nota ironica che arriva diretta a tutto il suo pubblico che è molto largo, dai bambini agli anziani, lo porta a farsi capire in maniera diretta e naturale. Questi momenti sono tutti sempre in esterni, in mezzo alla natura appunto, che sia un lago o una radura o lo spazio di una cava dove lui trova riparo in una grotta. La natura, più vicina agli uomini semplici, è volutamente contrapposta alla Chiesa ufficiale con gli spazi non certo angusti ma chiusi dei palazzi sfarzosi in cui si muove il cardinale Maculani, il tribunale della Santa Inquisizione e naturalmente il Papa Innocenzo X interpretato con la solita forza incisiva da Carlo Cecchi nella sua ultima grande apparizione al cinema.
Questa dicotomia rispecchia anche la cesura ideologica tra una Chiesa, quella francescana del frate più vicina alla povera gente (il film si chiude non a caso con una citazione di Papa Francesco: «Si può ridere anche di Dio? Certo, non è una bestemmia questa, come si gioca e si scherza con le persone che amiamo») e quella appunto chiusa nei palazzi e nelle chiese dove la liturgia veniva celebrata in latino. Fra Leopoldo invece parla come gli viene - è pure analfabeta - in una sorta di volgare italiano (Favino in questo è strepitoso perché ha un dono nel rendere in maniera molto originale i diversi parlati) che conquista non solo il suo pubblico (e noi spettatori), ma anche un altro personaggio del film, quello della giovane nobile Isabella (Alma Noce che conferma la sua serietà attoriale) sposata e vessata da un proprietario terriero violento. La donna trova proprio nell'ascolto di Fra Leopoldo la forza per uscire, fisicamente, prima dalle grandi stanze del suo palazzo, e poi dalla sua condizione di sottomissione. Apparente gracile e indifesa, come l'attrice stessa, Isabella esce fuori come un personaggio forte e proiettato nel futuro, insomma una protofemminista.
La sceneggiatura, scritta a dieci mani, vuole ovviamente inserire la vicenda ambientata nel '600 all'interno di tematiche che risuonino anche oggi. Per farlo Veronesi abbandona gli stilemi della sua amata commedia all'italiana e del suo maestro Mario Monicelli per coniugare un racconto che ha il respiro del cinema popolare insieme a una tensione storica, religiosa ma anche civile, che arriva diretta allo spettatore.
FAST & FURIOUS
Per la strade di Los Angeles, gli amanti di motori e velocità competono in gare clandestine, sfrecciando su automobili dalle carene fiammanti e dai carburanti pompati a protossido di azoto. Incaricato di indagare su un clan di rapinatori che trafugano camion in corsa, il giovane agente Brian O'Conner si addentra sotto copertura nel mondo delle corse illegali entrando in contatto con il nerboruto Dominic Toretto, un esperto meccanico ed eccezionale pilota. Dopo aver perso una corsa contro di lui, Brian riesce a metterlo in salvo dalla polizia e da quel momento si aprono per lui le porte del garage e della famiglia di Toretto, dove non proprio tutti sono bendisposti ad accoglierlo.
Point Break, dieci anni dopo. I giovani californiani ribelli danno espressione alla loro volontà di potenza non più sulle tavole da surf e tramite rapine a mano armata, ma a bordo di macchine da corsa truccate con cui disputano gare illegali e compiono saccheggi lanciati a tutta velocità. Per il resto, poco è cambiato, o meglio tutto.
La storia del giovane poliziotto infiltrato che subisce il fascino del carismatico fuorilegge libertario, mostra come anche quando la partitura resta la stessa possa cambiare la musica. Sullo stesso scheletro narrativo di Point Break, Fast & Furious mostra nuova pelle e nuovi muscoli, molto più abbronzati e anabolizzati per assecondare le tendenze estetiche e i bioritmi adrenalinici dell'action negli anni Duemila. Rispetto al film della Bigelow, l'involuzione è evidente: svanisce completamente l'istinto di vita audace e temerario del personaggio di Patrick Swayze, così come la profondità del rapporto di fascinazione che lo lega a Keanu Reeves, a tutto vantaggio delle pulsioni ormonali, del desiderio primario di frenesia e concitazione delle sequenze d'azione. Al suo film-modello, Fast & Furious riserva lo stesso trattamento di restauro e modernizzazione che applica alle auto esibite: esemplari di macchine sportive più o meno recenti sottoposti al fulgore delle vernici metallizzate che tutto riflettono e alimentate da esplosioni di Nos che coprono ogni altro suono possibile. All'interno di questo regime del riciclo, quel che va perduto in attrazione superomistica dei surfisti-filosofi, viene compensato da qualche nozione di meccanica, un gergo di strada e continui movimenti di macchina che scivolano agili fra automobili in corsa e pugni sferrati. Così, più veloce che furioso, ed emanando più odore di gas che di gomma bruciata, il film scorre rapido e spedito senza prendere né rischi né curve troppo strette, come pilotato da un abile stuntman quale dimostra di essere il regista Rob Cohen, esperto in B-movie di riciclaggio estremo (Dragonheart; Daylight).
Con Fast & Furious ha la prontezza di cogliere un momento in cui la personalizzazione di motori e carenature diviene una pratica di esibizione di forza, al pari di muscoli e tatuaggi, e di saperne valorizzare l'aspetto spettacolare, adrenalinico, fracassone. Ci sono dentro tutti gli elementi di una cultura hip hop, che per quanto esteticamente rozza ed eticamente discutibile, possiede un suo ritmo e un certo spirito gaudente. D'altronde, come cantano gli Articolo 31, "il tamarro è sempre in voga perché non è di moda mai".
Per la strade di Los Angeles, gli amanti di motori e velocità competono in gare clandestine, sfrecciando su automobili dalle carene fiammanti e dai carburanti pompati a protossido di azoto. Incaricato di indagare su un clan di rapinatori che trafugano camion in corsa, il giovane agente Brian O'Conner si addentra sotto copertura nel mondo delle corse illegali entrando in contatto con il nerboruto Dominic Toretto, un esperto meccanico ed eccezionale pilota. Dopo aver perso una corsa contro di lui, Brian riesce a metterlo in salvo dalla polizia e da quel momento si aprono per lui le porte del garage e della famiglia di Toretto, dove non proprio tutti sono bendisposti ad accoglierlo.
Point Break, dieci anni dopo. I giovani californiani ribelli danno espressione alla loro volontà di potenza non più sulle tavole da surf e tramite rapine a mano armata, ma a bordo di macchine da corsa truccate con cui disputano gare illegali e compiono saccheggi lanciati a tutta velocità. Per il resto, poco è cambiato, o meglio tutto.
La storia del giovane poliziotto infiltrato che subisce il fascino del carismatico fuorilegge libertario, mostra come anche quando la partitura resta la stessa possa cambiare la musica. Sullo stesso scheletro narrativo di Point Break, Fast & Furious mostra nuova pelle e nuovi muscoli, molto più abbronzati e anabolizzati per assecondare le tendenze estetiche e i bioritmi adrenalinici dell'action negli anni Duemila. Rispetto al film della Bigelow, l'involuzione è evidente: svanisce completamente l'istinto di vita audace e temerario del personaggio di Patrick Swayze, così come la profondità del rapporto di fascinazione che lo lega a Keanu Reeves, a tutto vantaggio delle pulsioni ormonali, del desiderio primario di frenesia e concitazione delle sequenze d'azione. Al suo film-modello, Fast & Furious riserva lo stesso trattamento di restauro e modernizzazione che applica alle auto esibite: esemplari di macchine sportive più o meno recenti sottoposti al fulgore delle vernici metallizzate che tutto riflettono e alimentate da esplosioni di Nos che coprono ogni altro suono possibile. All'interno di questo regime del riciclo, quel che va perduto in attrazione superomistica dei surfisti-filosofi, viene compensato da qualche nozione di meccanica, un gergo di strada e continui movimenti di macchina che scivolano agili fra automobili in corsa e pugni sferrati. Così, più veloce che furioso, ed emanando più odore di gas che di gomma bruciata, il film scorre rapido e spedito senza prendere né rischi né curve troppo strette, come pilotato da un abile stuntman quale dimostra di essere il regista Rob Cohen, esperto in B-movie di riciclaggio estremo (Dragonheart; Daylight).
Con Fast & Furious ha la prontezza di cogliere un momento in cui la personalizzazione di motori e carenature diviene una pratica di esibizione di forza, al pari di muscoli e tatuaggi, e di saperne valorizzare l'aspetto spettacolare, adrenalinico, fracassone. Ci sono dentro tutti gli elementi di una cultura hip hop, che per quanto esteticamente rozza ed eticamente discutibile, possiede un suo ritmo e un certo spirito gaudente. D'altronde, come cantano gli Articolo 31, "il tamarro è sempre in voga perché non è di moda mai".
HOPE
A Hope Harbor, un paesino della Corea del Sud vicino alla zona demilitarizzata, cominciano a morire mucche, dilaniate da quella che sembra una tigre, o una belva feroce. In breve tempo la cittadina è sconvolta dall'arrivo di una misteriosa creatura, dalla forza sovrumana, che compie una strage. Il goffo tenente di polizia Bum-seok e i suoi assistenti danno la caccia al mostro, fino a compiere scoperte incredibili sulla sua natura.
Si potrebbe sintetizzare come Predators meets The Host. O anche come un Cloverfield in salsa sudcoreana, che utilizza il sapere tecnico del cinema di genere di quei luoghi al servizio di un fanta-horror costantemente sopra le righe.
Incredibilmente collocato nella competizione principale al Festival di Cannes, quello di Na Hong-jin - apprezzato regista di Chaser, The Yellow Sea e Goksung - La presenza del diavolo - appare da principio un thriller che si concentra sulla suspense e sull'attesa. Con mirabile tecnica e una fotografia che valorizza al massimo panoramiche e campi lunghissimi, Na tiene incollato lo spettatore per 50 minuti buoni, mostrando i segni lasciati dall'entità mostruosa su un villaggio di frontiera, tra l'incredulità e la stolida superstizione degli abitanti e delle inette autorità locali.
Quello della goffaggine delle forze di polizia è un topos ricorrente del cinema sudcoreano, e di Na Hong-jin in particolare, e l'ottimo Hwang Jung-min fornisce un ritratto impareggiabile di poliziotto fantozziano, alle prese con un problema assai più grande di lui. Il contorno di villici ignoranti e paranoici e vigilantes a cavallo armati fino ai denti completa il quadro, rendendo l'omaggio a The Host ancor più evidente. La tensione si scioglie non appena è rivelata l'identità del mostro, a cui segue una discesa incredibile lungo la spirale del fantastico, in una versione horror di "incontri ravvicinati" spielberghiani. Già da un paio di decenni il cinema del 38.mo parallelo ha dimostrato di sapersi muovere nei territori scivolosi della serie B, restituendone una versione potenziata sul piano action e gloriosamente fiera delle sue radici. In Hope, tuttavia, sembra che il gioco sia sfuggito di mano al suo creatore, che dilata la storia oltremisura, ripetendo in maniera estenuante situazioni tragicomiche e sequenze di lotta tra uomini e mostri (la ripetitività insostenibile dell'inseguimento in strada del pre-finale). A quante cariche dei mostri dobbiamo assistere? È uno sfoggio sterile di CGI, peraltro di livello del tutto inadeguato per i parametri del 2026? Come è possibile non aver capito l'antifona sull'inciviltà della remota provincia e sul confronto impari con una civiltà aliena all'ennesima gag?
Ad uso e consumo di un target evidentemente duro di comprendonio, Na ricorre a didascalie per immagini, che estendono la durata ben oltre le due ore, sperperando quanto di buono era stato introdotto nell'incipit. Di molto buono. E il contrasto tra uno degli inizi di action più memorabili del decennio e quel che segue acuisce il dispiacere per l'esito finale, che coinvolge vanamente versioni CGI di star come Michael Fassbender e Alicia Vikander. Il budget da record è raggiunto - l'equivalente di 33 milioni di dollari - ma il frutto di questo investimento cospicuo lascia perplessi. Con l'aggravante di troncare bruscamente l'epilogo, aprendo a un ipotetico sequel di cui pochi, credo, avvertiranno l'urgenza.
A Hope Harbor, un paesino della Corea del Sud vicino alla zona demilitarizzata, cominciano a morire mucche, dilaniate da quella che sembra una tigre, o una belva feroce. In breve tempo la cittadina è sconvolta dall'arrivo di una misteriosa creatura, dalla forza sovrumana, che compie una strage. Il goffo tenente di polizia Bum-seok e i suoi assistenti danno la caccia al mostro, fino a compiere scoperte incredibili sulla sua natura.
Si potrebbe sintetizzare come Predators meets The Host. O anche come un Cloverfield in salsa sudcoreana, che utilizza il sapere tecnico del cinema di genere di quei luoghi al servizio di un fanta-horror costantemente sopra le righe.
Incredibilmente collocato nella competizione principale al Festival di Cannes, quello di Na Hong-jin - apprezzato regista di Chaser, The Yellow Sea e Goksung - La presenza del diavolo - appare da principio un thriller che si concentra sulla suspense e sull'attesa. Con mirabile tecnica e una fotografia che valorizza al massimo panoramiche e campi lunghissimi, Na tiene incollato lo spettatore per 50 minuti buoni, mostrando i segni lasciati dall'entità mostruosa su un villaggio di frontiera, tra l'incredulità e la stolida superstizione degli abitanti e delle inette autorità locali.
Quello della goffaggine delle forze di polizia è un topos ricorrente del cinema sudcoreano, e di Na Hong-jin in particolare, e l'ottimo Hwang Jung-min fornisce un ritratto impareggiabile di poliziotto fantozziano, alle prese con un problema assai più grande di lui. Il contorno di villici ignoranti e paranoici e vigilantes a cavallo armati fino ai denti completa il quadro, rendendo l'omaggio a The Host ancor più evidente. La tensione si scioglie non appena è rivelata l'identità del mostro, a cui segue una discesa incredibile lungo la spirale del fantastico, in una versione horror di "incontri ravvicinati" spielberghiani. Già da un paio di decenni il cinema del 38.mo parallelo ha dimostrato di sapersi muovere nei territori scivolosi della serie B, restituendone una versione potenziata sul piano action e gloriosamente fiera delle sue radici. In Hope, tuttavia, sembra che il gioco sia sfuggito di mano al suo creatore, che dilata la storia oltremisura, ripetendo in maniera estenuante situazioni tragicomiche e sequenze di lotta tra uomini e mostri (la ripetitività insostenibile dell'inseguimento in strada del pre-finale). A quante cariche dei mostri dobbiamo assistere? È uno sfoggio sterile di CGI, peraltro di livello del tutto inadeguato per i parametri del 2026? Come è possibile non aver capito l'antifona sull'inciviltà della remota provincia e sul confronto impari con una civiltà aliena all'ennesima gag?
Ad uso e consumo di un target evidentemente duro di comprendonio, Na ricorre a didascalie per immagini, che estendono la durata ben oltre le due ore, sperperando quanto di buono era stato introdotto nell'incipit. Di molto buono. E il contrasto tra uno degli inizi di action più memorabili del decennio e quel che segue acuisce il dispiacere per l'esito finale, che coinvolge vanamente versioni CGI di star come Michael Fassbender e Alicia Vikander. Il budget da record è raggiunto - l'equivalente di 33 milioni di dollari - ma il frutto di questo investimento cospicuo lascia perplessi. Con l'aggravante di troncare bruscamente l'epilogo, aprendo a un ipotetico sequel di cui pochi, credo, avvertiranno l'urgenza.
ICE CREAM MAN
Nella cittadina di XXX arriva dal nulla un misterioso camioncino dei gelati: la notte stessa gli adolescenti che hanno ingerito uno dei dolci del misterioso gelataio si trasformano in sadici killer dei propri genitori, insegnanti e adulti in genere con cui hanno a che fare. I pochi sopravvissuti al "contagio" demoniaco studieranno un piano per liberare XXX dalla maledizione, attraverso un macabro rituale.
Da subito, Ice Cream Man dichiara le proprie intenzioni: esibire il gore più sfrenato su un impianto da commedia adolescenziale, quasi che le risate possano stemperare la vista di corpi martoriati e sventramenti.
Il principio è quello di una high school comedy precipitata in un incubo splatter, nel quale la violenza più estrema diventa una gag e il disgusto una reazione da mettere alla prova. Bambini e adolescenti si accaniscono su corpi, il sangue scorre a fiotti, la morte perde ogni solennità per trasformarsi in un numero da circo. La domanda, neppure troppo nascosta sotto la coltre di sangue finto, è se siamo ormai talmente assuefatti alle immagini estreme da poter ridere di qualsiasi cosa. Esiste ancora una differenza tra mettere in scena un gruppo di bambini che infierisce sul cadavere di un insegnante e un cartoon sulle disavventure di Wile E. Coyote, schiacciato, triturato o fatto esplodere dal suo stesso arsenale?
Più che un film, Ice Cream Man sembra allora un esperimento scientifico, una specie di test di laboratorio condotto sulle reazioni dello spettatore. Eli Roth dispone sul tavolo operatorio il corpo del cinema horror e ne saggia la soglia di tolleranza, alternando l'orrore alla risata, la repulsione al compiacimento. Il problema è che la riflessione teorica sullo sguardo prevale nettamente sul valore intrinseco dell'opera, talmente trascurabile da apparire quasi intenzionalmente tale. Come se la sciatteria della messa in scena, la povertà dell'invenzione e la natura derivativa del racconto fossero parte integrante di una strategia: non importa quanto sia brutto il film, purché riesca a farci sentire in colpa per aver riso.
Ma il gioco funziona soltanto fino a un certo punto. Perché la trasgressione, quando diventa un automatismo, rischia di perdere proprio quella carica sovversiva che vorrebbe rivendicare. La provocazione non basta a produrre un discorso, così come accumulare cadaveri non equivale a costruire una progressione drammatica. Roth sembra affidarsi alla quantità più che alla qualità, al rilancio continuo più che alla precisione, con l'idea che ogni nuovo eccesso possa superare il precedente e garantire un ulteriore scossone. Il risultato è un'escalation che finisce per anestetizzare anziché sorprendere: dopo un po', anche il più fantasioso dei massacri rischia di diventare routine.
Del resto, sul piano dello stile e dei contenuti, Ice Cream Man pesca a piene mani da un immaginario horror già ampiamente metabolizzato. Le nenie infantili rimandano inevitabilmente a Nightmare, i gruppi di bambini assassini evocano Il villaggio dei dannati, mentre il compiacimento anatomico e la trasformazione della mutilazione in spettacolo chiamano in causa la saga di Terrifier. Non si tratta di semplici citazioni, ma di un repertorio di soluzioni e suggestioni che il film rimastica senza riuscire a restituire loro una vitalità autonoma. L'impressione è quella di una progenie sciagurata, nata dalla convinzione - quella maledetta tradizione grindhouse che via Tarantino ci ha condotto a Eli Roth - che basti esasperare le formule del passato per ottenere qualcosa di nuovo.
Eppure, il paradosso più interessante resta quello che Ice Cream Man lascia aperto senza riuscire davvero a elaborarlo. La violenza cartoon è innocua perché palesemente artificiale, oppure proprio la sua trasformazione in intrattenimento ci abitua a considerare ogni orrore come una variante del gioco? Roth mette in scena una comunità nella quale i confini morali sembrano essersi dissolti, ma non sempre distingue la rappresentazione di questa deriva dalla sua compiaciuta riproduzione. È una differenza sottile, ma decisiva: un film può interrogare la nostra assuefazione alla violenza oppure limitarsi a sfruttarla come argomento di vendita.
Ice Cream Man preferisce la seconda strada, salvo qualche spunto che affiora sotto la superficie sanguinolenta. Più che un'opera capace di rinnovare il cinema estremo, è un catalogo di provocazioni che si interroga, forse involontariamente, sull'esaurimento della provocazione stessa. Se il suo obiettivo è verificare quanto ancora siamo disposti a sopportare prima di distogliere lo sguardo, la risposta non è necessariamente quella sperata: non perché il film sia troppo estremo, ma perché, a forza di gridare, finisce per non avere più niente da dire. E il gelataio del titolo può continuare a distribuire le sue porzioni di orrore, ma il gusto della trasgressione, ormai, sembra essersi sciolto da un pezzo.
Nella cittadina di XXX arriva dal nulla un misterioso camioncino dei gelati: la notte stessa gli adolescenti che hanno ingerito uno dei dolci del misterioso gelataio si trasformano in sadici killer dei propri genitori, insegnanti e adulti in genere con cui hanno a che fare. I pochi sopravvissuti al "contagio" demoniaco studieranno un piano per liberare XXX dalla maledizione, attraverso un macabro rituale.
Da subito, Ice Cream Man dichiara le proprie intenzioni: esibire il gore più sfrenato su un impianto da commedia adolescenziale, quasi che le risate possano stemperare la vista di corpi martoriati e sventramenti.
Il principio è quello di una high school comedy precipitata in un incubo splatter, nel quale la violenza più estrema diventa una gag e il disgusto una reazione da mettere alla prova. Bambini e adolescenti si accaniscono su corpi, il sangue scorre a fiotti, la morte perde ogni solennità per trasformarsi in un numero da circo. La domanda, neppure troppo nascosta sotto la coltre di sangue finto, è se siamo ormai talmente assuefatti alle immagini estreme da poter ridere di qualsiasi cosa. Esiste ancora una differenza tra mettere in scena un gruppo di bambini che infierisce sul cadavere di un insegnante e un cartoon sulle disavventure di Wile E. Coyote, schiacciato, triturato o fatto esplodere dal suo stesso arsenale?
Più che un film, Ice Cream Man sembra allora un esperimento scientifico, una specie di test di laboratorio condotto sulle reazioni dello spettatore. Eli Roth dispone sul tavolo operatorio il corpo del cinema horror e ne saggia la soglia di tolleranza, alternando l'orrore alla risata, la repulsione al compiacimento. Il problema è che la riflessione teorica sullo sguardo prevale nettamente sul valore intrinseco dell'opera, talmente trascurabile da apparire quasi intenzionalmente tale. Come se la sciatteria della messa in scena, la povertà dell'invenzione e la natura derivativa del racconto fossero parte integrante di una strategia: non importa quanto sia brutto il film, purché riesca a farci sentire in colpa per aver riso.
Ma il gioco funziona soltanto fino a un certo punto. Perché la trasgressione, quando diventa un automatismo, rischia di perdere proprio quella carica sovversiva che vorrebbe rivendicare. La provocazione non basta a produrre un discorso, così come accumulare cadaveri non equivale a costruire una progressione drammatica. Roth sembra affidarsi alla quantità più che alla qualità, al rilancio continuo più che alla precisione, con l'idea che ogni nuovo eccesso possa superare il precedente e garantire un ulteriore scossone. Il risultato è un'escalation che finisce per anestetizzare anziché sorprendere: dopo un po', anche il più fantasioso dei massacri rischia di diventare routine.
Del resto, sul piano dello stile e dei contenuti, Ice Cream Man pesca a piene mani da un immaginario horror già ampiamente metabolizzato. Le nenie infantili rimandano inevitabilmente a Nightmare, i gruppi di bambini assassini evocano Il villaggio dei dannati, mentre il compiacimento anatomico e la trasformazione della mutilazione in spettacolo chiamano in causa la saga di Terrifier. Non si tratta di semplici citazioni, ma di un repertorio di soluzioni e suggestioni che il film rimastica senza riuscire a restituire loro una vitalità autonoma. L'impressione è quella di una progenie sciagurata, nata dalla convinzione - quella maledetta tradizione grindhouse che via Tarantino ci ha condotto a Eli Roth - che basti esasperare le formule del passato per ottenere qualcosa di nuovo.
Eppure, il paradosso più interessante resta quello che Ice Cream Man lascia aperto senza riuscire davvero a elaborarlo. La violenza cartoon è innocua perché palesemente artificiale, oppure proprio la sua trasformazione in intrattenimento ci abitua a considerare ogni orrore come una variante del gioco? Roth mette in scena una comunità nella quale i confini morali sembrano essersi dissolti, ma non sempre distingue la rappresentazione di questa deriva dalla sua compiaciuta riproduzione. È una differenza sottile, ma decisiva: un film può interrogare la nostra assuefazione alla violenza oppure limitarsi a sfruttarla come argomento di vendita.
Ice Cream Man preferisce la seconda strada, salvo qualche spunto che affiora sotto la superficie sanguinolenta. Più che un'opera capace di rinnovare il cinema estremo, è un catalogo di provocazioni che si interroga, forse involontariamente, sull'esaurimento della provocazione stessa. Se il suo obiettivo è verificare quanto ancora siamo disposti a sopportare prima di distogliere lo sguardo, la risposta non è necessariamente quella sperata: non perché il film sia troppo estremo, ma perché, a forza di gridare, finisce per non avere più niente da dire. E il gelataio del titolo può continuare a distribuire le sue porzioni di orrore, ma il gusto della trasgressione, ormai, sembra essersi sciolto da un pezzo.
IL GATTO COL CAPPELLO
Il Gatto affronta la sua missione più difficile di sempre per conto dell'I.I.I.I. (Istituto per l'Istituzione dell'Immaginazione e dell'Ispirazione Srl): rallegrare Gabby e Sebastian, due fratelli alle prese con il trasferimento in una nuova città. Famoso per esagerare sempre un po' troppo, questa potrebbe essere l'ultima occasione per il nostro agente del caos di dimostrare il suo valore... o rischiare di perdere il suo magico cappello!
Il Gatto affronta la sua missione più difficile di sempre per conto dell'I.I.I.I. (Istituto per l'Istituzione dell'Immaginazione e dell'Ispirazione Srl): rallegrare Gabby e Sebastian, due fratelli alle prese con il trasferimento in una nuova città. Famoso per esagerare sempre un po' troppo, questa potrebbe essere l'ultima occasione per il nostro agente del caos di dimostrare il suo valore... o rischiare di perdere il suo magico cappello!
IT ENDS
James, Fisher, Tyler e Day, giovani americani rispettivamente uno di origini coreane, due bianchi e una afroamericana, sono amici che non si frequentano più così assiduamente come una volta. Tyler, che è stato anche nell'esercito, li ha raccolti per un viaggio insieme sulla sua auto. Dopo aver imboccato la strada indicata dal navigatore per raggiungere l'autostrada, le cose prendono però una sinistra piega. Non solo non c'è traccia dell'ulteriore svolta che dovrebbero prendere, ma quando si fermano vengono aggrediti da una folla di disperati, che vuole prendere la loro auto. Fuggono solo per realizzare di essere su una strada che pare senza fine, di certo senza uscite laterali, e ogni volta che si fermano hanno solo poco tempo prima di essere nuovamente assaliti. In compenso l'auto non consuma benzina, non si usura e loro non sentono stanchezza, né fame, né altri bisogni, tanto da chiedersi se sono ancora vivi e cosa abbiano mai fatto per finire in questa sorta di inferno.
It Ends, l'interessante opera prima del giovane Alexander Ullom, ha attraversato diverse vicissitudini prima di arrivare alla meritata distribuzione sulla scia di Backrooms.
Presentato al festival di Austin SXSW e poi in Europa arrivato anche a Sitges, il film datato 2025 era scomparso come avesse imboccato a sua volta una strada senza uscita. Invece ecco che Letterboxd, il social cinefilo, ha deciso lo scorso anno di lanciare un servizio di Video On Demand con singoli acquisti detto Letterboxd Video Store. It Ends era tra i primi titoli annunciati l'8 dicembre 2025 e, solo 10 giorni, dopo il distributore NEON ha annunciato di averne acquisito i diritti. Dopo un'uscita americana apprezzata dalla critica il film arriva così anche nelle sale italiane, dove sembrerà al pubblico una versione on the road di Backrooms anche se lo precede. O meglio precede il film di Kane Parsons, ma Ullom dichiara di essersi ispirato alla serie pubblicata da Parsons su YouTube, quindi si può dire che ne sia comunque figlio.
I quattro giovani, che attraversano uno spazio liminale e si ritrovano in un luogo senza senso, metafisico e infinito come le "stanze sul retro". Non si dividono come negli horror di routine per essere ammazzati uno a uno e anzi condividono uno stato di intimità forzata e prolungata. Viaggeranno infatti insieme per un tempo così lungo da percorrere più e più volte la circonferenza terrestre, addirittura il chilometraggio arriverà a superare quello di un viaggio sulla Luna e ritorno. Chiusi nell'abitacolo, in un luogo che se non è l'inferno è per lo meno un limbo, vivono una situazione simile a quella dei tre protagonisti di "A porte chiuse" di Sartre, e infatti come loro manifestano insofferenza verso il prossimo. In realtà però la morale è esattamente opposta e il film, dopo un tetro crescendo di angoscia, trova un finale beffardo.
Lo spettatore potrebbe facilmente sentirsi preso in giro e di certo Ullom si dev'essere fatto qualche risata mentre giocava a spiazzare le aspettative, ma c'è anche un senso più profondo ossia che l'ossessione per arrivare alla meta ci priva del piacere di trascorrere il tempo con gli altri. Ullom del resto riconduce il soggetto del film a un episodio personale, raccontando di aver attraversato un lungo periodo di depressione per uscirne solo quando un amico gli ha fatto una di quelle domande facete che tanto piacciono ai teenager maschi americani: chi vincerebbe in un combattimento tra un grizzly e un gorilla? Del resto la situazione creata dal film è troppo assurda perché possa ricevere qualsiasi spiegazione sensata, dunque va bene così, che la tensione si sciolga in poco, perché a volte basta davvero poco.
James, Fisher, Tyler e Day, giovani americani rispettivamente uno di origini coreane, due bianchi e una afroamericana, sono amici che non si frequentano più così assiduamente come una volta. Tyler, che è stato anche nell'esercito, li ha raccolti per un viaggio insieme sulla sua auto. Dopo aver imboccato la strada indicata dal navigatore per raggiungere l'autostrada, le cose prendono però una sinistra piega. Non solo non c'è traccia dell'ulteriore svolta che dovrebbero prendere, ma quando si fermano vengono aggrediti da una folla di disperati, che vuole prendere la loro auto. Fuggono solo per realizzare di essere su una strada che pare senza fine, di certo senza uscite laterali, e ogni volta che si fermano hanno solo poco tempo prima di essere nuovamente assaliti. In compenso l'auto non consuma benzina, non si usura e loro non sentono stanchezza, né fame, né altri bisogni, tanto da chiedersi se sono ancora vivi e cosa abbiano mai fatto per finire in questa sorta di inferno.
It Ends, l'interessante opera prima del giovane Alexander Ullom, ha attraversato diverse vicissitudini prima di arrivare alla meritata distribuzione sulla scia di Backrooms.
Presentato al festival di Austin SXSW e poi in Europa arrivato anche a Sitges, il film datato 2025 era scomparso come avesse imboccato a sua volta una strada senza uscita. Invece ecco che Letterboxd, il social cinefilo, ha deciso lo scorso anno di lanciare un servizio di Video On Demand con singoli acquisti detto Letterboxd Video Store. It Ends era tra i primi titoli annunciati l'8 dicembre 2025 e, solo 10 giorni, dopo il distributore NEON ha annunciato di averne acquisito i diritti. Dopo un'uscita americana apprezzata dalla critica il film arriva così anche nelle sale italiane, dove sembrerà al pubblico una versione on the road di Backrooms anche se lo precede. O meglio precede il film di Kane Parsons, ma Ullom dichiara di essersi ispirato alla serie pubblicata da Parsons su YouTube, quindi si può dire che ne sia comunque figlio.
I quattro giovani, che attraversano uno spazio liminale e si ritrovano in un luogo senza senso, metafisico e infinito come le "stanze sul retro". Non si dividono come negli horror di routine per essere ammazzati uno a uno e anzi condividono uno stato di intimità forzata e prolungata. Viaggeranno infatti insieme per un tempo così lungo da percorrere più e più volte la circonferenza terrestre, addirittura il chilometraggio arriverà a superare quello di un viaggio sulla Luna e ritorno. Chiusi nell'abitacolo, in un luogo che se non è l'inferno è per lo meno un limbo, vivono una situazione simile a quella dei tre protagonisti di "A porte chiuse" di Sartre, e infatti come loro manifestano insofferenza verso il prossimo. In realtà però la morale è esattamente opposta e il film, dopo un tetro crescendo di angoscia, trova un finale beffardo.
Lo spettatore potrebbe facilmente sentirsi preso in giro e di certo Ullom si dev'essere fatto qualche risata mentre giocava a spiazzare le aspettative, ma c'è anche un senso più profondo ossia che l'ossessione per arrivare alla meta ci priva del piacere di trascorrere il tempo con gli altri. Ullom del resto riconduce il soggetto del film a un episodio personale, raccontando di aver attraversato un lungo periodo di depressione per uscirne solo quando un amico gli ha fatto una di quelle domande facete che tanto piacciono ai teenager maschi americani: chi vincerebbe in un combattimento tra un grizzly e un gorilla? Del resto la situazione creata dal film è troppo assurda perché possa ricevere qualsiasi spiegazione sensata, dunque va bene così, che la tensione si sciolga in poco, perché a volte basta davvero poco.
JE SO' PAZZO
Un lavoro capace di restituire le luci e le ombre di un'anima ribelle: quella di Pino Daniele. Un viaggio cinematografico che ripercorre gli anni difficili nei vicoli di Napoli, fino al trionfo artistico che lo ha reso una leggenda.
Un lavoro capace di restituire le luci e le ombre di un'anima ribelle: quella di Pino Daniele. Un viaggio cinematografico che ripercorre gli anni difficili nei vicoli di Napoli, fino al trionfo artistico che lo ha reso una leggenda.
RAGIONE E SENTIMENTO
Dopo la morte del padre, Elinor, Marianne e Margaret Dashwood sono costrette a lasciare Norland, la magnifica tenuta nel Sussex dove sono cresciute. A ereditare, come da tradizione britannica del XVIII secolo, è il fratello, John Dashwood, nato da un precedente matrimonio. E John, soggiogato da una moglie avida di denaro, non lascia nulla, o quasi, alle sue sorellastre, che si trasferiscono con la madre in un modesto cottage nel Devonshire. Ospiti di una vicina della signora Jennings, cugina lontana dal carattere deciso, Marianne soccombe al fascino di John Willoughby mentre Elinor attende invano la visita di Edward Ferrars, il fratello mite della moglie del suo fratellastro. Ragione e sentimento sono i due poli attorno ai quali Elinor e Marianne dovranno ricostruire la loro esistenza, sconvolta dalla morte del padre e dall'arrivo di pretendenti che potrebbero cambiare il loro destino.
Adattare un'opera canonica della letteratura suscita sempre una certa apprensione. Le aspettative sono ancora più elevate quando l'opera in questione ha già prodotto numerosi adattamenti e segnato intere generazioni di spettatori. La trasposizione più celebre di "Ragione e sentimento", pubblicato nel 1811 in forma anonima, rimane senza dubbio quella di Ang Lee, interpretata da Emma Thompson, Kate Winslet, Hugh Grant, Alan Rickman e vincitrice di un Oscar per la sceneggiatura nel 1996. È in questo intimorente retaggio che si inserisce il nuovo adattamento di Georgia Oakley (Blue Jean), fedele alla storia e allo spirito di Austen, che celebra la solida relazione di due sorelle, malgrado l'antagonismo dei loro caratteri. Lontana dal proporne una lettura manichea, Oakley confronta le protagoniste con l'amore, raramente slegato, nell'Inghilterra del XVIII secolo, dalle questioni finanziarie e sociali.
E la sua versione è promettente dal debutto. Un patriarca che non vedremo mai, una tenuta che va al figlio del primo matrimonio, una famiglia di donne che non possiede più nulla, se non la speranza di un matrimonio che garantisca felicità e sicurezza. Oakley descrive con precisione il valore di una donna alla fine del Settecento ed esplora il divario tra le nostre aspettative e la realtà, tra ciò che scegliamo di credere e ciò che accettiamo di sacrificare. Il film lo dice senza mezzi termini. Per queste giovani donne, amare significa puntare tutta la propria esistenza su un uomo che rimane sempre libero di scegliere, di tacere o di andarsene. Il pudore di Elinor e l'esaltazione di Marianne sono alla fine risposte diverse a una stessa impotenza. Repliche che le conducono a ridefinire il proprio rapporto con il mondo: Elinor concede finalmente spazio ai sentimenti, mentre Marianne scopre la necessità di controllarli.
L'interpretazione di Oakley si annida nei dettagli. All'interno di una composizione generalmente molto stabile, alcuni movimenti di macchina, riprese dal basso o dissolvenze incrociate vanno oltre la semplice narrazione per arricchire il ritratto psicologico delle due sorelle. La regista si sofferma sulle mani di Elinor al lavoro, su quelle di Marianne in amore, su quelle di Margaret macchiate di more e ancora su un volto soffiato dal vento o sull'orlo di un abito bagnato dalla pioggia. Il vero tesoro del film risiede proprio nell'importanza attribuita alle sorelle, che finisce addirittura per soppiantare le storie d'amore. La sorellanza è il cuore dichiarato del progetto, il volto più bello di un'irrefrenabile voglia di vivere, con o senza l'altro. Progressivamente, con discrezione, Elinor e Marianne smantellano i rapporti di forza che strutturano la seduzione, senza che questo intacchi la serenità emozionante del lieto fine e il piacere di contemplare un'altalena che oscilla al ritmo della brezza inglese.
Se il testo originale faceva dialogare due personaggi, la sceneggiatura opta per la fusione, una comprensione reciproca tra Elinor e Marianne, che risultano più vicine. Daisy Edgar-Jones (Normal People) interpreta Elinor con la giusta moderazione mentre Esmé Creed-Miles (Hanna) compone una Marianne il cui ardore trabocca dallo schermo. La m.d.p. si attacca ai loro volti, ai loro corpi, ai loro abiti sgualciti e macchiati, avvicinandoci alla famiglia Dashwood in esilio ma sempre complice e piena di vita. Intorno la natura respira. Elemento centrale nell'opera di Jane Austen, il film immerge lo spettatore nei paesaggi rurali dell'epoca e sottolinea abilmente i sentimenti dei personaggi, delineando un ritratto caustico della società inglese dell'epoca georgiana, in particolare del sistema di classi e della condizione delle donne in una società ultra-patriarcale, altra dimensione capitale nel lavoro dell'autrice.
La regista coniuga il commento storico e sociale proprio del testo austeniano con un autentico senso di modernità, a partire dal suo cast carismatico: Daisy Edgar-Jones e George MacKay affiancano volti meno scontati, come Esmé Creed-Miles nel ruolo di Marianne o Herbert Nordrum (La persona peggiore del mondo) in quello del taciturno colonnello Brandon, il cui fascino risiede proprio nella sua incapacità di esagerare. Insieme mettono in luce la ricchezza di questa commedia sentimentale e umana, eludendo la trappola dei film in costume dove tutti sembrano aver imparato a sospirare con eleganza. Nonostante qualche momento di stasi e un eccesso di saggezza, Georgia Oakley firma un nuovo adattamento che non cerca di rivoluzionare Jane Austen e nemmeno di sottoporla a un ringiovanimento forzato. Fa qualcosa di più semplice e in definitiva di più efficace: le dà fiducia. Comprende perfettamente le risorse del suo testo e ce lo fa intendere senza fargli perdere la sua voce.
Dopo la morte del padre, Elinor, Marianne e Margaret Dashwood sono costrette a lasciare Norland, la magnifica tenuta nel Sussex dove sono cresciute. A ereditare, come da tradizione britannica del XVIII secolo, è il fratello, John Dashwood, nato da un precedente matrimonio. E John, soggiogato da una moglie avida di denaro, non lascia nulla, o quasi, alle sue sorellastre, che si trasferiscono con la madre in un modesto cottage nel Devonshire. Ospiti di una vicina della signora Jennings, cugina lontana dal carattere deciso, Marianne soccombe al fascino di John Willoughby mentre Elinor attende invano la visita di Edward Ferrars, il fratello mite della moglie del suo fratellastro. Ragione e sentimento sono i due poli attorno ai quali Elinor e Marianne dovranno ricostruire la loro esistenza, sconvolta dalla morte del padre e dall'arrivo di pretendenti che potrebbero cambiare il loro destino.
Adattare un'opera canonica della letteratura suscita sempre una certa apprensione. Le aspettative sono ancora più elevate quando l'opera in questione ha già prodotto numerosi adattamenti e segnato intere generazioni di spettatori. La trasposizione più celebre di "Ragione e sentimento", pubblicato nel 1811 in forma anonima, rimane senza dubbio quella di Ang Lee, interpretata da Emma Thompson, Kate Winslet, Hugh Grant, Alan Rickman e vincitrice di un Oscar per la sceneggiatura nel 1996. È in questo intimorente retaggio che si inserisce il nuovo adattamento di Georgia Oakley (Blue Jean), fedele alla storia e allo spirito di Austen, che celebra la solida relazione di due sorelle, malgrado l'antagonismo dei loro caratteri. Lontana dal proporne una lettura manichea, Oakley confronta le protagoniste con l'amore, raramente slegato, nell'Inghilterra del XVIII secolo, dalle questioni finanziarie e sociali.
E la sua versione è promettente dal debutto. Un patriarca che non vedremo mai, una tenuta che va al figlio del primo matrimonio, una famiglia di donne che non possiede più nulla, se non la speranza di un matrimonio che garantisca felicità e sicurezza. Oakley descrive con precisione il valore di una donna alla fine del Settecento ed esplora il divario tra le nostre aspettative e la realtà, tra ciò che scegliamo di credere e ciò che accettiamo di sacrificare. Il film lo dice senza mezzi termini. Per queste giovani donne, amare significa puntare tutta la propria esistenza su un uomo che rimane sempre libero di scegliere, di tacere o di andarsene. Il pudore di Elinor e l'esaltazione di Marianne sono alla fine risposte diverse a una stessa impotenza. Repliche che le conducono a ridefinire il proprio rapporto con il mondo: Elinor concede finalmente spazio ai sentimenti, mentre Marianne scopre la necessità di controllarli.
L'interpretazione di Oakley si annida nei dettagli. All'interno di una composizione generalmente molto stabile, alcuni movimenti di macchina, riprese dal basso o dissolvenze incrociate vanno oltre la semplice narrazione per arricchire il ritratto psicologico delle due sorelle. La regista si sofferma sulle mani di Elinor al lavoro, su quelle di Marianne in amore, su quelle di Margaret macchiate di more e ancora su un volto soffiato dal vento o sull'orlo di un abito bagnato dalla pioggia. Il vero tesoro del film risiede proprio nell'importanza attribuita alle sorelle, che finisce addirittura per soppiantare le storie d'amore. La sorellanza è il cuore dichiarato del progetto, il volto più bello di un'irrefrenabile voglia di vivere, con o senza l'altro. Progressivamente, con discrezione, Elinor e Marianne smantellano i rapporti di forza che strutturano la seduzione, senza che questo intacchi la serenità emozionante del lieto fine e il piacere di contemplare un'altalena che oscilla al ritmo della brezza inglese.
Se il testo originale faceva dialogare due personaggi, la sceneggiatura opta per la fusione, una comprensione reciproca tra Elinor e Marianne, che risultano più vicine. Daisy Edgar-Jones (Normal People) interpreta Elinor con la giusta moderazione mentre Esmé Creed-Miles (Hanna) compone una Marianne il cui ardore trabocca dallo schermo. La m.d.p. si attacca ai loro volti, ai loro corpi, ai loro abiti sgualciti e macchiati, avvicinandoci alla famiglia Dashwood in esilio ma sempre complice e piena di vita. Intorno la natura respira. Elemento centrale nell'opera di Jane Austen, il film immerge lo spettatore nei paesaggi rurali dell'epoca e sottolinea abilmente i sentimenti dei personaggi, delineando un ritratto caustico della società inglese dell'epoca georgiana, in particolare del sistema di classi e della condizione delle donne in una società ultra-patriarcale, altra dimensione capitale nel lavoro dell'autrice.
La regista coniuga il commento storico e sociale proprio del testo austeniano con un autentico senso di modernità, a partire dal suo cast carismatico: Daisy Edgar-Jones e George MacKay affiancano volti meno scontati, come Esmé Creed-Miles nel ruolo di Marianne o Herbert Nordrum (La persona peggiore del mondo) in quello del taciturno colonnello Brandon, il cui fascino risiede proprio nella sua incapacità di esagerare. Insieme mettono in luce la ricchezza di questa commedia sentimentale e umana, eludendo la trappola dei film in costume dove tutti sembrano aver imparato a sospirare con eleganza. Nonostante qualche momento di stasi e un eccesso di saggezza, Georgia Oakley firma un nuovo adattamento che non cerca di rivoluzionare Jane Austen e nemmeno di sottoporla a un ringiovanimento forzato. Fa qualcosa di più semplice e in definitiva di più efficace: le dà fiducia. Comprende perfettamente le risorse del suo testo e ce lo fa intendere senza fargli perdere la sua voce.
SE DOMANI NON TORNO
Gino Cecchettin è un padre vedovo con tre figli che accudisce con amore, in sostituzione della moglie: Elena, Giulia e Davide. La prima vive già fuori casa, la seconda sta per laurearsi in ingegneria biomedica, il terzo è ancora minorenne. La notte in cui Giulia non torna a casa senza avvisare, cosa non da lei, Gino comincia a preoccuparsi, soprattutto dopo che scopre che lei era in compagnia del ragazzo che aveva da poco lasciato. Tutto il paese veneto di Vigonovo, e poi anche la televisione nazionale, si mobilitano alla ricerca di Giulia, e in Gino e nei suoi famigliari cresce l'ansia per le sorti di quella ragazza di 22 anni solare e positiva, scomparsa alla vigilia di una laurea tanto attesa. Anche perché l'ex fidanzato era geloso, controllante, vittimista e ricattatorio, mentre Giulia, come dirà la sorella ai media, era una persona buona su cui i sensi di colpa facevano facile leva.
Con Se domani non torno Paola Randi, insieme alla cosceneggiatrice Lisa Nur Sultan, affronta uno dei casi di femminicidio (perché si chiama così) più strazianti del recente passato, e un vulnus nella coscienza del nostro Paese, partendo dal libro di Gino Cecchettin "Cara Giulia".
E lo fa compiendo una scelta narrativa radicale: non partire da Giulia, che appare solo in qualche flashback, ma da suo padre e la sua famiglia, nonché dallo sbigottimento di fronte ad una perdita così terribile e in qualche misura annunciata (dal punto di vista del senno di poi). Il film si divide in tre parti di durate molto diverse, come se fossero i tre atti di una tragedia, e il più esteso e riuscito è senza dubbio il primo, che ricostruisce i giorni subito dopo la scomparsa di Giulia Cecchettin attraverso lo sguardo, i gesti quotidiani, la routine domestica spezzata e persino le piccole stereotipie di suo padre.
La regia di Randi è pudica e rigorosa, ma fa anche scelte cinematografiche intuitive e coraggiose, come immergere la storia nella scarnebbia padana che sale anche dal pavimento del salotto dei Cecchettin, indice di un'incapacità di vedere veramente di cui Gino si sente responsabile, e come tracciare gli spostamenti che hanno determinato la sorte di Giulia attraverso quelle strade regionali che attraversano campi e specchi d'acqua opachi come ferite (vulnus, appunto). Questa parte del film si conclude con il discorso che Elena Cecchettin ha fatto ai media e che termina con la frase "bruciate tutto", potentissima invocazione a liberarsi del brodo di incultura patriarcale in cui l'assassino di sua sorella ha trovato motivazione e autoassoluzione, quanto lo "Sputiamo su Hegel" di Carla Lonzi.
Inizia poi una parte che riguarda la presa di consapevolezza di Gino riguardo a quel patriarcato di cui arriva a riconoscersi componente passivo, e che gli ha forse impedito di cogliere i segnali del rapporto tossico fra sua figlia e il suo killer, nonché di proteggerla nel suo ruolo di padre. L'idea di affrontare questa parte è molto intelligente, ma il modo in cui si sviluppa fa purtroppo perdere alla narrazione efficacia nel momento in cui passa dal raccontare una storia al fare un elenco di informazioni riguardo ai danni inferti dal patriarcato alla vita delle donne che invece di passare attraverso il corpo e la quotidianità di Gino Cecchettin vengono declamate in voce fuori campo, trasformando una graduale epifania personale in una lezione perentoria di educazione civica (per quanto fondamentale).
Se vogliamo che il pubblico maschile più retrivo apra gli occhi e le orecchie, è molto più efficace farlo calandolo profondamente nel travaglio di Cecchettin (come fa molto bene la prima parte del film) invece che investirlo con dati e affermazioni che rischiano di alienarlo, permettendogli di liquidare questa parte come un "sermone femminista". È in questo momento che una storia fin qui magistrale per potere di immedesimazione diventa un film educativo da far vedere nelle scuole: il che è certamente utile e necessario, ma rischia, persino nelle scuole, di respingere quegli spettatori che hanno più bisogno di assorbirne il senso umano e universale.
L'interpretazione di Filippo Timi nei panni di Gino Cecchettin è potentissima proprio perché fa passare attraverso il suo DNA maschile prima il dolore e poi la capacità di farne uso: Timi è carne, sangue, postura eretta e poi ripiegamento sofferente, mani che accudiscono e accarezzano, voce che scalda, e disperazione che squassa. Allo stesso modo Giulia, nel ricordo di Gino, è allegria, vitalità, futuro.
Il terzo atto è quello che allarga lo schermo dalla storia personale dei Cecchettin alla reazione pubblica, che avrebbe potuto arrivare anche dopo la presa di coscienza di Gino dipanata in forma più coerentemente narrativa e meno didascalica. Se domani non torno sfugge in larga parte alla retorica (che significa "arte della parola" però può diventare facilmente esercizio formale), ma nel momento in cui si affida alle parole declamate ed esce dalla dimensione intima del protagonista rischia di giocarsi quell'empatia ineludibile, da parte di chi ne mostra assai poca, così necessaria oggi.
Gino Cecchettin è un padre vedovo con tre figli che accudisce con amore, in sostituzione della moglie: Elena, Giulia e Davide. La prima vive già fuori casa, la seconda sta per laurearsi in ingegneria biomedica, il terzo è ancora minorenne. La notte in cui Giulia non torna a casa senza avvisare, cosa non da lei, Gino comincia a preoccuparsi, soprattutto dopo che scopre che lei era in compagnia del ragazzo che aveva da poco lasciato. Tutto il paese veneto di Vigonovo, e poi anche la televisione nazionale, si mobilitano alla ricerca di Giulia, e in Gino e nei suoi famigliari cresce l'ansia per le sorti di quella ragazza di 22 anni solare e positiva, scomparsa alla vigilia di una laurea tanto attesa. Anche perché l'ex fidanzato era geloso, controllante, vittimista e ricattatorio, mentre Giulia, come dirà la sorella ai media, era una persona buona su cui i sensi di colpa facevano facile leva.
Con Se domani non torno Paola Randi, insieme alla cosceneggiatrice Lisa Nur Sultan, affronta uno dei casi di femminicidio (perché si chiama così) più strazianti del recente passato, e un vulnus nella coscienza del nostro Paese, partendo dal libro di Gino Cecchettin "Cara Giulia".
E lo fa compiendo una scelta narrativa radicale: non partire da Giulia, che appare solo in qualche flashback, ma da suo padre e la sua famiglia, nonché dallo sbigottimento di fronte ad una perdita così terribile e in qualche misura annunciata (dal punto di vista del senno di poi). Il film si divide in tre parti di durate molto diverse, come se fossero i tre atti di una tragedia, e il più esteso e riuscito è senza dubbio il primo, che ricostruisce i giorni subito dopo la scomparsa di Giulia Cecchettin attraverso lo sguardo, i gesti quotidiani, la routine domestica spezzata e persino le piccole stereotipie di suo padre.
La regia di Randi è pudica e rigorosa, ma fa anche scelte cinematografiche intuitive e coraggiose, come immergere la storia nella scarnebbia padana che sale anche dal pavimento del salotto dei Cecchettin, indice di un'incapacità di vedere veramente di cui Gino si sente responsabile, e come tracciare gli spostamenti che hanno determinato la sorte di Giulia attraverso quelle strade regionali che attraversano campi e specchi d'acqua opachi come ferite (vulnus, appunto). Questa parte del film si conclude con il discorso che Elena Cecchettin ha fatto ai media e che termina con la frase "bruciate tutto", potentissima invocazione a liberarsi del brodo di incultura patriarcale in cui l'assassino di sua sorella ha trovato motivazione e autoassoluzione, quanto lo "Sputiamo su Hegel" di Carla Lonzi.
Inizia poi una parte che riguarda la presa di consapevolezza di Gino riguardo a quel patriarcato di cui arriva a riconoscersi componente passivo, e che gli ha forse impedito di cogliere i segnali del rapporto tossico fra sua figlia e il suo killer, nonché di proteggerla nel suo ruolo di padre. L'idea di affrontare questa parte è molto intelligente, ma il modo in cui si sviluppa fa purtroppo perdere alla narrazione efficacia nel momento in cui passa dal raccontare una storia al fare un elenco di informazioni riguardo ai danni inferti dal patriarcato alla vita delle donne che invece di passare attraverso il corpo e la quotidianità di Gino Cecchettin vengono declamate in voce fuori campo, trasformando una graduale epifania personale in una lezione perentoria di educazione civica (per quanto fondamentale).
Se vogliamo che il pubblico maschile più retrivo apra gli occhi e le orecchie, è molto più efficace farlo calandolo profondamente nel travaglio di Cecchettin (come fa molto bene la prima parte del film) invece che investirlo con dati e affermazioni che rischiano di alienarlo, permettendogli di liquidare questa parte come un "sermone femminista". È in questo momento che una storia fin qui magistrale per potere di immedesimazione diventa un film educativo da far vedere nelle scuole: il che è certamente utile e necessario, ma rischia, persino nelle scuole, di respingere quegli spettatori che hanno più bisogno di assorbirne il senso umano e universale.
L'interpretazione di Filippo Timi nei panni di Gino Cecchettin è potentissima proprio perché fa passare attraverso il suo DNA maschile prima il dolore e poi la capacità di farne uso: Timi è carne, sangue, postura eretta e poi ripiegamento sofferente, mani che accudiscono e accarezzano, voce che scalda, e disperazione che squassa. Allo stesso modo Giulia, nel ricordo di Gino, è allegria, vitalità, futuro.
Il terzo atto è quello che allarga lo schermo dalla storia personale dei Cecchettin alla reazione pubblica, che avrebbe potuto arrivare anche dopo la presa di coscienza di Gino dipanata in forma più coerentemente narrativa e meno didascalica. Se domani non torno sfugge in larga parte alla retorica (che significa "arte della parola" però può diventare facilmente esercizio formale), ma nel momento in cui si affida alle parole declamate ed esce dalla dimensione intima del protagonista rischia di giocarsi quell'empatia ineludibile, da parte di chi ne mostra assai poca, così necessaria oggi.
SHAUN, VITA DA PECORA: OPERAZIONE Z.U.C.C.A.
Halloween è alle porte, Shaun e tutti gli animali della fattoria si preparano per festeggiarlo
al meglio coltivando un magnifico campo di zucche. Ma quando tutto sembrava ormai
pronto, il contadino misteriosamente scompare e arriva dal bosco uno spaventoso mostro.
Sarà compito di Shaun e i suoi amici salvare la fattoria dalla pelosa creatura e ritrovare
l'amato contadino in tempo per la grande festa. Tra esperimenti impazziti e colpi di scena
inaspettati, sarà un'avventura a tutta pecora per tutta la famiglia.
Lo studio di animazione britannico Aardman compie 50 anni e ci regala uno dei suoi film in
stop motion, adatto per tutta la famiglia, più divertente e spensierato.
È un periodo particolarmente felice per l'animazione in stop motion, dopo lo straordinario lavoro -
bigger than life - della statunitense Laika con Wildwood - I segreti del bosco proibito ecco che
'risponde' la Aardman con uno dei suoi personaggi più amati, la pecora Shaun qui al suo terzo
lungometraggio da protagonista.
Ma la casa di produzione britannica, che festeggia i 50 anni di
attività, ha qualcosa che gli altri non hanno: l'assenza di dialoghi. Potrebbe apparire paradossale
ma di certo il grande cinema si può anche giudicare da questa capacità di esprimersi praticamente
solo attraverso le immagini o, come in questo caso, con qualche mugugno accompagnato da
strambi vocalizzi.
Nel 2026 proporre, anche alle nuove platee, l'idea che il cinema sia costituito, come ai suoi esordi,
unicamente da immagini in movimento che creano un senso è qualcosa di molto radicale che fa
pensare come questa "invenzione senza futuro" sia ancora in grado di 'parlarci' e di farci amare
una storia ridotta all'osso che trova nel suo citazionismo, anche interno all'universo Aardman e
anche non funzionale alla narrazione, la forza della sua originalità.
Perché le zucche, gelosamente coltivate nella sonnolenta fattoria di Mossy Bottom dalle pecore
per allietare i loro piccoli a Halloween, vengono per sbaglio tutte distrutte e occorrerà dunque che
Shaun si metta di buzzo buono per crearne di nuove geneticamente modificate in pochissimo
tempo con tutti gli effetti collaterali del caso. Si respira l'artigianalità degli horror Universal degli
anni '30, c'è Psyco come Frankenstein fino a Thriller, il videoclip di John Landis, e a Ritorno al
futuro.
Tutto rielaborato e stemperato con lo humor tipicamente inglese che ha reso celebri i lavori
di Peter Lord e Nick Park da Galline in fuga a Wallace & Gromit, quindi non si tratta di parodia, e
che qui rimanda a classici come Ma papà ti manda sola?, 40 anni vergine e Bigfoot.
In realtà però Shaun, vita da pecora: Operazione Z.U.C.C.A è godibilissimo anche senza risalire a
tutti i riferimenti sparsi perché è la tecnica, quindi la forma, a rendere ogni cosa piena di grazia in
un film con una storia di pecore coraggiose, pensata magari per i più piccoli, insieme a una tenera
e ironica commedia degli equivoci, che parla ai più grandi, tra il goffo e pelato allevatore di pecore
e la veterinaria di cui è innamorato. È un ritorno, quello del fattore, benvenuto perché, come nel
primo capolavoro Shaun - Vita da Pecora: Il Film, è grazie alla sua figura, che in qualche modo
richiama quella di Wallace, se il film prende il volo e acquista ancora maggiore dinamicità. Per la
gioia di tutti, grandi e piccini.
Halloween è alle porte, Shaun e tutti gli animali della fattoria si preparano per festeggiarlo
al meglio coltivando un magnifico campo di zucche. Ma quando tutto sembrava ormai
pronto, il contadino misteriosamente scompare e arriva dal bosco uno spaventoso mostro.
Sarà compito di Shaun e i suoi amici salvare la fattoria dalla pelosa creatura e ritrovare
l'amato contadino in tempo per la grande festa. Tra esperimenti impazziti e colpi di scena
inaspettati, sarà un'avventura a tutta pecora per tutta la famiglia.
Lo studio di animazione britannico Aardman compie 50 anni e ci regala uno dei suoi film in
stop motion, adatto per tutta la famiglia, più divertente e spensierato.
È un periodo particolarmente felice per l'animazione in stop motion, dopo lo straordinario lavoro -
bigger than life - della statunitense Laika con Wildwood - I segreti del bosco proibito ecco che
'risponde' la Aardman con uno dei suoi personaggi più amati, la pecora Shaun qui al suo terzo
lungometraggio da protagonista.
Ma la casa di produzione britannica, che festeggia i 50 anni di
attività, ha qualcosa che gli altri non hanno: l'assenza di dialoghi. Potrebbe apparire paradossale
ma di certo il grande cinema si può anche giudicare da questa capacità di esprimersi praticamente
solo attraverso le immagini o, come in questo caso, con qualche mugugno accompagnato da
strambi vocalizzi.
Nel 2026 proporre, anche alle nuove platee, l'idea che il cinema sia costituito, come ai suoi esordi,
unicamente da immagini in movimento che creano un senso è qualcosa di molto radicale che fa
pensare come questa "invenzione senza futuro" sia ancora in grado di 'parlarci' e di farci amare
una storia ridotta all'osso che trova nel suo citazionismo, anche interno all'universo Aardman e
anche non funzionale alla narrazione, la forza della sua originalità.
Perché le zucche, gelosamente coltivate nella sonnolenta fattoria di Mossy Bottom dalle pecore
per allietare i loro piccoli a Halloween, vengono per sbaglio tutte distrutte e occorrerà dunque che
Shaun si metta di buzzo buono per crearne di nuove geneticamente modificate in pochissimo
tempo con tutti gli effetti collaterali del caso. Si respira l'artigianalità degli horror Universal degli
anni '30, c'è Psyco come Frankenstein fino a Thriller, il videoclip di John Landis, e a Ritorno al
futuro.
Tutto rielaborato e stemperato con lo humor tipicamente inglese che ha reso celebri i lavori
di Peter Lord e Nick Park da Galline in fuga a Wallace & Gromit, quindi non si tratta di parodia, e
che qui rimanda a classici come Ma papà ti manda sola?, 40 anni vergine e Bigfoot.
In realtà però Shaun, vita da pecora: Operazione Z.U.C.C.A è godibilissimo anche senza risalire a
tutti i riferimenti sparsi perché è la tecnica, quindi la forma, a rendere ogni cosa piena di grazia in
un film con una storia di pecore coraggiose, pensata magari per i più piccoli, insieme a una tenera
e ironica commedia degli equivoci, che parla ai più grandi, tra il goffo e pelato allevatore di pecore
e la veterinaria di cui è innamorato. È un ritorno, quello del fattore, benvenuto perché, come nel
primo capolavoro Shaun - Vita da Pecora: Il Film, è grazie alla sua figura, che in qualche modo
richiama quella di Wallace, se il film prende il volo e acquista ancora maggiore dinamicità. Per la
gioia di tutti, grandi e piccini.
UN TRANQUILLO FUNERALE DI FAMIGLIA
In occasione della morte di Nicola Mancuso, patriarca della famiglia, i figli Daria e Riccardo si
ritrovano dopo molto tempo. Lei si è dovuta trasferire nella casa di campagna per stare vicino ai
genitori; la madre Sandra, tra l'altro, ha già avuto due infarti. Riccardo invece ha sempre pensato a
sé stesso; è un regista di successo che ha un po' di ansietta perché il suo nuovo film uscirà tra due
settimane. C'è poi Giovanni, marito di Daria, che non trova mai il momento opportuno per chiedere
alla moglie della caparra per la casa, perché non vede l'ora di rientrare a Roma. Man mano arrivano
tutti i parenti: lo zio Vittorio, rinomato medico e i suoi due figli, Teo e Marco, quest'ultimo in
compagnia con la fidanzata Stefania, una naturopata che è molto tesa per questo suo ingresso in
famiglia. Poi è il turno lo zio Alfredo che prende sempre di mira il cugino Osvaldo che l'ha
accompagnato e spinge la sua sedia a rotelle, Giulia (ex di Marco e assistente di Vittorio), il prete
creator Don Mauro e poi, a un certo punto, vicino alla bara, lo sguardo di Daria s'incrocia con
quello di una persona affetta da nanismo. Chi è? Quella che doveva essere una cerimonia funebre si
trasforma in una guerra familiare all'ultimo sangue.
Una boccetta di tranquillanti. È tra gli oggetti che fanno saltare il banco, che provocano mutazioni
come in quella di Diego Abatantuono che torna riposseduto dal "terrunciello" dei suoi ruoli
famosissimi d'inizio anni '80, o in Stefania, la naturopata che perde il controllo, crea imbarazzo tra
i presenti, mangia le foglie di una pianta e provoca tra le battute più scoppiettanti del film ("Ma è
vegana?") e poi sale sul tetto in lingerie e la toga di Nicola.
Un tranquillo funerale di famiglia,
basato sulla sceneggiatura di Dean Craig di Funeral Party, è tra i film più divertenti di
Massimiliano Bruno che ha anche scritto l'adattamento assieme a Edoardo Falcone. L'idea della
boccetta di tranquillanti che invece contiene un allucinogeno era già al centro del film inglese, ma
dimostra come questa versione italiana abbia preso il meglio da film e sia riuscito a valorizzarlo. Se
l'umorismo nero del film diretto da Frank Oz del 2007 era fin troppo controllato rispetto alle
direzioni che poteva prendere, Un tranquillo funerale di famiglia è autenticamente cattivo, ha ritmo
e mostra una guerra di famiglia con lo spirito corrosivo che richiama la tradizione della commedia
italiana, in particolare Monicelli di Parenti serpenti. Oltre a gags immediate (quella iniziale del
defunto sbagliato) o quelle provocate da una scatenata Beatrice Arnera nei panni di Stefania, di don
Mauro che suona la canzone dell'infanzia di Nicola mentre Daria sta provando a leggere il suo
discorso funebre e scambi di battute come "Siamo strazzziati" - "Grazzzie", il film riesce ad essere
anche una commedia di costume che lascia emergere con intelligenza tutte le tensioni di famiglia
mantenendo un passo sostenuto. Bruno azzecca il cast già dal contrasto tra Claudia Pandolfi e Pietro
Sermonti e poi, ogni personaggio viene adeguatamente valorizzato in questa struttura corale dalla
stessa Arnera e Abatantuono a Carlo Buccirosso, Stefania Sandrelli, Stefano Fresi, Dino Abbrescia,
Giulia Vecchio, Edoardo Ferraro, Alessandro Mauthe, Carlo Amleto, Marianna Menga e Giovanni
Iovino, quest'ultimo autentica scheggia impazzita che fa saltare i già fragili equilibri.
Bruno ritorna
agli esiti migliori del suo cinema, quelli di Nessuno mi può giudicare e Viva l'Italia. Qui punta alla
comicità pura e vince la scommessa. E poi, in Un tranquillo funerale di famiglia ci sono anche
diverse analogie con Verdone di Compagni di scuola: la villa fuori Roma, l'ospite in sedia a rotelle
e Osvaldo preso di mira come Fabris in Compagni di scuola. In più, la trappola della rimpatriata
forzata e il crollo delle apparenze. Si ride, e pure parecchio. E non perdete i titoli di coda; stiamo in
zona We Are the World.
In occasione della morte di Nicola Mancuso, patriarca della famiglia, i figli Daria e Riccardo si
ritrovano dopo molto tempo. Lei si è dovuta trasferire nella casa di campagna per stare vicino ai
genitori; la madre Sandra, tra l'altro, ha già avuto due infarti. Riccardo invece ha sempre pensato a
sé stesso; è un regista di successo che ha un po' di ansietta perché il suo nuovo film uscirà tra due
settimane. C'è poi Giovanni, marito di Daria, che non trova mai il momento opportuno per chiedere
alla moglie della caparra per la casa, perché non vede l'ora di rientrare a Roma. Man mano arrivano
tutti i parenti: lo zio Vittorio, rinomato medico e i suoi due figli, Teo e Marco, quest'ultimo in
compagnia con la fidanzata Stefania, una naturopata che è molto tesa per questo suo ingresso in
famiglia. Poi è il turno lo zio Alfredo che prende sempre di mira il cugino Osvaldo che l'ha
accompagnato e spinge la sua sedia a rotelle, Giulia (ex di Marco e assistente di Vittorio), il prete
creator Don Mauro e poi, a un certo punto, vicino alla bara, lo sguardo di Daria s'incrocia con
quello di una persona affetta da nanismo. Chi è? Quella che doveva essere una cerimonia funebre si
trasforma in una guerra familiare all'ultimo sangue.
Una boccetta di tranquillanti. È tra gli oggetti che fanno saltare il banco, che provocano mutazioni
come in quella di Diego Abatantuono che torna riposseduto dal "terrunciello" dei suoi ruoli
famosissimi d'inizio anni '80, o in Stefania, la naturopata che perde il controllo, crea imbarazzo tra
i presenti, mangia le foglie di una pianta e provoca tra le battute più scoppiettanti del film ("Ma è
vegana?") e poi sale sul tetto in lingerie e la toga di Nicola.
Un tranquillo funerale di famiglia,
basato sulla sceneggiatura di Dean Craig di Funeral Party, è tra i film più divertenti di
Massimiliano Bruno che ha anche scritto l'adattamento assieme a Edoardo Falcone. L'idea della
boccetta di tranquillanti che invece contiene un allucinogeno era già al centro del film inglese, ma
dimostra come questa versione italiana abbia preso il meglio da film e sia riuscito a valorizzarlo. Se
l'umorismo nero del film diretto da Frank Oz del 2007 era fin troppo controllato rispetto alle
direzioni che poteva prendere, Un tranquillo funerale di famiglia è autenticamente cattivo, ha ritmo
e mostra una guerra di famiglia con lo spirito corrosivo che richiama la tradizione della commedia
italiana, in particolare Monicelli di Parenti serpenti. Oltre a gags immediate (quella iniziale del
defunto sbagliato) o quelle provocate da una scatenata Beatrice Arnera nei panni di Stefania, di don
Mauro che suona la canzone dell'infanzia di Nicola mentre Daria sta provando a leggere il suo
discorso funebre e scambi di battute come "Siamo strazzziati" - "Grazzzie", il film riesce ad essere
anche una commedia di costume che lascia emergere con intelligenza tutte le tensioni di famiglia
mantenendo un passo sostenuto. Bruno azzecca il cast già dal contrasto tra Claudia Pandolfi e Pietro
Sermonti e poi, ogni personaggio viene adeguatamente valorizzato in questa struttura corale dalla
stessa Arnera e Abatantuono a Carlo Buccirosso, Stefania Sandrelli, Stefano Fresi, Dino Abbrescia,
Giulia Vecchio, Edoardo Ferraro, Alessandro Mauthe, Carlo Amleto, Marianna Menga e Giovanni
Iovino, quest'ultimo autentica scheggia impazzita che fa saltare i già fragili equilibri.
Bruno ritorna
agli esiti migliori del suo cinema, quelli di Nessuno mi può giudicare e Viva l'Italia. Qui punta alla
comicità pura e vince la scommessa. E poi, in Un tranquillo funerale di famiglia ci sono anche
diverse analogie con Verdone di Compagni di scuola: la villa fuori Roma, l'ospite in sedia a rotelle
e Osvaldo preso di mira come Fabris in Compagni di scuola. In più, la trappola della rimpatriata
forzata e il crollo delle apparenze. Si ride, e pure parecchio. E non perdete i titoli di coda; stiamo in
zona We Are the World.
WILD HORSE NINE
Santiago del Cile, 1973. Alla vigilia del golpe militare che rovescerà il governo democratico uccidendo il presidente socialista Allende, due uomini della CIA, il cinico Chris e il più giovane Lee, si recano sull'Isola di Pasqua per trascorrere qualche giorno da turisti. Chris, che ha un passato di "successi" in Congo e Guatemala e ha forse ricoperto un ruolo chiave nell'assassinio di Kennedy, ha problemi di memoria, qualche rimpianto, una strana compassione per le falene e la tentazione di smettere una buona volta di mentire, dopo aver variamente praticato la copertura della verità per tutta la vita. Lee lo accompagna e lo sorveglia, gravato da un compito doloroso. Intanto, il fatto che Chris voglia scrivere le sue memorie preoccupa il loro capo MJ al punto da fargli prendere un aereo per gestire la situazione di persona una volta per tutte.
Chris non è un poeta, però è sicuro di una cosa: una biografia, compresa la propria, non dovrebbe mai partire dall'inizio e dovrebbe invece sorprende il lettore.
Magari ricorrendo a domande poco consuete (i dinosauri avevano un'anima? Ci sono più chances di andare in paradiso per un nazista o per un sicario dell'intelligence che ha fermato sul nascere i più importanti progetti di democrazia e di pace nel mondo?), e infine dovrebbe porsi in ascolto dei segni che l'universo manda agli uomini attraverso la natura e gli animali.
La teoria della narrazione di Chris è la stessa che Martin McDonagh ha tradotto in pratica in maniera eccellente da almeno tre film a questa parte. Il taglio del suo racconto è sempre sorprendente, il rapporto tra la parola e il silenzio è profondo ed esilarante allo stesso tempo, il dialogo tra l'uomo e il paesaggio che lo ospita sempre portatore di un sarcasmo atavico che ha per oggetto l'insensatezza dei comportamenti umani, campioni di costruzioni verbali
messe in atto per innalzarsi al di sopra del ruvido piano del reale.
Drammaturgo prima e poi sceneggiatore d'eccezione, irlandese come Beckett ma decisamente sulla
linea di Mamet, McDonagh è al momento uno dei più ispirati cantori cinematografici della brutalità
e dell'imprevedibilità dell'esistenza, capace di non rinunciare in alcun modo allo
spettacolo e all'intrattenimento e anzi sempre più maturo nella combinazione dei due elementi.
Wild Horse Nine gioca, infatti, in maniera brillante col genere spionistico - tra pistole, valigette, teleobiettivi, bombe, minacce incrociate e colpi di scena -, esalta le facce uniche e le doti interpretative di John Malkovich e della sua spalla Sam Rockwell (un'altra coppia memorabile che si va ad aggiungere alle precedenti), e nel frattempo si stratifica progressivamente e si trasforma in un apologo tragico e politico (il più politico dei film di McDonagh).
Proprio come la valigetta nel cassetto di Chris, sotto la "copertura" crudelmente comica (l'effigie del nano col pallone da basket), il film custodisce un cuore esplosivo, che inchioda in uno stallo (simile a quello di Pádraic e Colm sull'isola Inisherin) le forze contrapposte del pessimismo cosmico e del suo contraltare, l'idealismo necessario alla sopravvivenza, qui incarnato da un'ingenua studentessa di sinistra.
Si muore dal ridere, mentre si assiste allo spettacolo di un confronto senza vincitori possibili, che riflette amaramente sugli abusi del potere, ma in fondo apre un foro di proiettile di speranza, affidandola alla responsabilità individuale.
Santiago del Cile, 1973. Alla vigilia del golpe militare che rovescerà il governo democratico uccidendo il presidente socialista Allende, due uomini della CIA, il cinico Chris e il più giovane Lee, si recano sull'Isola di Pasqua per trascorrere qualche giorno da turisti. Chris, che ha un passato di "successi" in Congo e Guatemala e ha forse ricoperto un ruolo chiave nell'assassinio di Kennedy, ha problemi di memoria, qualche rimpianto, una strana compassione per le falene e la tentazione di smettere una buona volta di mentire, dopo aver variamente praticato la copertura della verità per tutta la vita. Lee lo accompagna e lo sorveglia, gravato da un compito doloroso. Intanto, il fatto che Chris voglia scrivere le sue memorie preoccupa il loro capo MJ al punto da fargli prendere un aereo per gestire la situazione di persona una volta per tutte.
Chris non è un poeta, però è sicuro di una cosa: una biografia, compresa la propria, non dovrebbe mai partire dall'inizio e dovrebbe invece sorprende il lettore.
Magari ricorrendo a domande poco consuete (i dinosauri avevano un'anima? Ci sono più chances di andare in paradiso per un nazista o per un sicario dell'intelligence che ha fermato sul nascere i più importanti progetti di democrazia e di pace nel mondo?), e infine dovrebbe porsi in ascolto dei segni che l'universo manda agli uomini attraverso la natura e gli animali.
La teoria della narrazione di Chris è la stessa che Martin McDonagh ha tradotto in pratica in maniera eccellente da almeno tre film a questa parte. Il taglio del suo racconto è sempre sorprendente, il rapporto tra la parola e il silenzio è profondo ed esilarante allo stesso tempo, il dialogo tra l'uomo e il paesaggio che lo ospita sempre portatore di un sarcasmo atavico che ha per oggetto l'insensatezza dei comportamenti umani, campioni di costruzioni verbali
messe in atto per innalzarsi al di sopra del ruvido piano del reale.
Drammaturgo prima e poi sceneggiatore d'eccezione, irlandese come Beckett ma decisamente sulla
linea di Mamet, McDonagh è al momento uno dei più ispirati cantori cinematografici della brutalità
e dell'imprevedibilità dell'esistenza, capace di non rinunciare in alcun modo allo
spettacolo e all'intrattenimento e anzi sempre più maturo nella combinazione dei due elementi.
Wild Horse Nine gioca, infatti, in maniera brillante col genere spionistico - tra pistole, valigette, teleobiettivi, bombe, minacce incrociate e colpi di scena -, esalta le facce uniche e le doti interpretative di John Malkovich e della sua spalla Sam Rockwell (un'altra coppia memorabile che si va ad aggiungere alle precedenti), e nel frattempo si stratifica progressivamente e si trasforma in un apologo tragico e politico (il più politico dei film di McDonagh).
Proprio come la valigetta nel cassetto di Chris, sotto la "copertura" crudelmente comica (l'effigie del nano col pallone da basket), il film custodisce un cuore esplosivo, che inchioda in uno stallo (simile a quello di Pádraic e Colm sull'isola Inisherin) le forze contrapposte del pessimismo cosmico e del suo contraltare, l'idealismo necessario alla sopravvivenza, qui incarnato da un'ingenua studentessa di sinistra.
Si muore dal ridere, mentre si assiste allo spettacolo di un confronto senza vincitori possibili, che riflette amaramente sugli abusi del potere, ma in fondo apre un foro di proiettile di speranza, affidandola alla responsabilità individuale.
WHALEFALL - NELLA BALENA
Dopo la morte di suo padre (Josh Brolin), Jay Gardiner (Austin Abrams) si immerge al largo della costa centrale della California alla ricerca dei suoi resti, ma viene inghiottito da un enorme capodoglio. Mentre è intrappolato nel suo ventre con solo un'ora di ossigeno a disposizione, Jay si rende conto che le lezioni apprese a fatica dal padre potrebbero essere la chiave per la sua fuga.
Dopo la morte di suo padre (Josh Brolin), Jay Gardiner (Austin Abrams) si immerge al largo della costa centrale della California alla ricerca dei suoi resti, ma viene inghiottito da un enorme capodoglio. Mentre è intrappolato nel suo ventre con solo un'ora di ossigeno a disposizione, Jay si rende conto che le lezioni apprese a fatica dal padre potrebbero essere la chiave per la sua fuga.
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