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Diamond Card - Sconti in ristoranti, cinema e shopping a Palermo

Nuovi convenzionati

LA BUFALACCIA Pizzeria
Pizzerie

LA BUFALACCIA Pizzeria

Via Rosolino Pilo, 28
Palermo
SAPORE DI SICILIA Cucina Popolana
Ristoranti e Pizzerie

SAPORE DI SICILIA Cucina Popolana

Via Vittorio Emanuele, 434
Palermo
AL CORSO Sicilian Food&Drink
Ristoranti e Pizzerie - Aperitivi - Cocktail Bar

AL CORSO Sicilian Food&Drink

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Palermo
FARMACIA RUFFINO
Farmacie e Articoli Medico Sanitari

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Palermo
LA MATTANZA
Ristoranti e Pizzerie

LA MATTANZA

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FEUDO TUDIA
Agriturismo e Turismo Rurale - Ristoranti - Hotel e Bed & Breakfast

FEUDO TUDIA

Borgo Tudia
Resuttano
AL SARACENO Pizzeria
Pizzerie

AL SARACENO Pizzeria

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LA DOLCE VITA IN GIARDINO
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LA DOLCE VITA IN GIARDINO

Piazza Generale Cascino, 163/165
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OSTERIA MONDELLO
Ristoranti

OSTERIA MONDELLO

Piazza Mondello, 36
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PIZZERIA MONDELLO
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PIZZERIA MONDELLO

Piazza Mondello, 32
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GUSTOSO VILLA ADRIANA
Pizzerie - Pollerie - Paninoteca

GUSTOSO VILLA ADRIANA

Viale Strasburgo, 393
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RESIDENCE LETOJANNI
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Contrada Sillemi Alta
Letojanni
SIKANIA TRAVEL
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LEONE Ristorantino Pizzeria
Ristoranti e Pizzerie

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OFFICINA RESTAURANT
Ristoranti e Pizzerie

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Via Trapani Pescia, 61a
Palermo

Promozioni e Eventi

"Caravaggio" al Teatro Massimo - Biglietti al 50%
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19/06/2026 - Offerta Diamond Card per le recite del 25 e 26 giugno 2026    Debutta al Teatro Massimo il balletto "Caravaggio", spettacolo che esplora il genio e il tormento del celebre pittore attraverso un linguaggio intenso e contemporaneo.    La coreografia è di ...continua a leggere
Al Teatro Massimo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali" Biglietti al 50%
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27/04/2026 - Al Teatro Massimo di Palermo, martedì 28 e giovedì 30 aprile 2026 con tariffe ridotte del 50%, uno dei titoli più esilaranti e dissacranti del repertorio buffo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali," di Gaetano Donizetti. Un'opera che ...continua a leggere
Cartone Cialde in omaggio da Regina Carola Caffè
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06/02/2026 - Da Regina Carola Caffè ogni 4 cartoni da 80 cialde Pop Caffè Intenso Piacere (Espresso Made in Italy), 1 cartone in omaggio.    Singolo cartone da 80 cialde a 11€ invece di 13€.    Consegna a domicilio gratuita    Regina Carola Caffè  Via Dante ...continua a leggere
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22/12/2025 - Le Palme Atelier arriva a Palermo!    Ti aspetta nella Boutique Monnalisa Calzature a Piazza Castelnuovo 43, martedì 23 Dicembre 2025 dalle 17 alle 20 per la presentazione dei loro stupendi foulard ispirati all'arte siciliana.
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23/10/2025 - Promozione Pizzeria "Il Rustichetto".    Un'offerta completa di tutto, dagli antipasti vari ed abbondanti alla pizza a scelta, al dessert, tutto incluso in uno strepitoso prezzo da non perdere.    Menu Pizza Completo 12,50€ a persona (invece di ...continua a leggere
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15/04/2025 - Mercoledì 16 Aprile 2025 dalle 10:00 alle 21:00 avrà luogo alla Rinascente di Via Roma 289 a Palermo il Rinascente Shopping Day, un evento eccezionale dedicato unicamente ai possessori della Diamond Card!    Sconti fino al 30% su nuove collezioni ...continua a leggere
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Al cinema

AMORI & INCANTESIMI 2
Loc
Le sorelle Gillian e Sally Owens stanno preparando i festeggiamenti per il compleanno della zia Jet.

Con loro ci sono anche l'altra zia Fran e vengono raggiunte dalle due figlie di Sally. Una di loro,

Kylie, è fidanzata con Gideon, che viene investito ed entra in coma. A distanza di molti anni, ritorna

così l'antica maledizione che ha sempre distrutto la loro famiglia: tutti gli uomini che si innamorano

di una Owens sono destinati a morire. Nel tentativo di salvare il ragazzo che ama e scoprire le

origini della propria famiglia, Kylie parte per l'Inghilterra e finisce per risvegliare delle forze oscure

legate alla loro discendenza, seguita poi da Sally e Gillian che cercano di mettersi sulle sue tracce.

Per ritrovarla contattano anche il professor Ian Wright, un accademico che studia storia della magia.

Le tre generazioni di streghe combattono così per affrontare la fonte della loro magia, spezzare il

maleficio per dare la possibilità alla generazione successiva di scegliersi il proprio destino.





Una certa tendenza del cinema statunitense; in questo decennio, vengono infatti realizzati diversi

sequel di titoli celebri a distanza di moltissimi anni dall'originale.





Lo ha fatto Tim Burton con

Beetlejuice Beetlejuice (36 anni), Ridley Scott con Il gladiatore II (24 anni) e Tom Cruise,

attraverso Joseph Kosinski, con Top Gun: Maverick (ancora 36). Sono state operazioni diverse, ma

consapevoli. Spicca Top Gun: Maverick per il modo in cui fa magnificamente riemergere

nostalgicamente le forme perdute dell'action anni '80. Ma sono state affascinanti, sia pure con

risultati diversi, anche le incursioni di Il gladiatore II e soprattutto Beetlejuce Beetlejuice.

Per

quanto riguarda Amori & incantesimi 2, forse l'obiettivo di fare qualcosa di diverso, pur rifacendosi

alla struttura narrativa del film del 1998. Ecco, a differenza degli altri film, non sembrano passati 28

anni da un titolo all'altro. Ma non è un fatto positivo. Amori & incantesimi non brillava certo per

originalità e sembrava quasi una versione femminile/buonista di Le streghe di Eastwick. Del primo

film resta uno sceneggiatore, Akiva Goldsman che, insieme a Georgia Pritchett, adatta ancora un

romanzo di Alice Hoffman. Stavolta si tratta di "Il libro delle magie" (in originale "The Book of Magic")

pubblicato nel 2021, mentre per il film del 1998 è stato portato sullo schermo Il giardino delle

magie del 1995. Inoltre le due protagoniste Sandra Bullock e Nicole Kidman (anche produttrici) nei

panni delle sorelle Owens sono le stesse di Amori e incantesimi e ritornano anche Stockard

Channing e Dianne Wiest nei ruoli delle zie Fran e Jet. Cambia invece la regia; al posto di Griffin

Dunne c'è Susanne Bier, cineasta danese che ritorna a realizzare un film per il cinema a otto anni da

Bird Box. Nel frattempo, ha anche diretto le serie The Undoing. Le verità non dette (2020), The

First Lady (2022) e The Perfect Couple (2024).











Se si vuole seguire un discorso autoriale, conferma l'involuzione della

regista che con questo film affronta ancora una volta la fragilità dei legami umani, l'elaborazione

del lutto e la ricostruzione dei rapporti familiari che sono tra temi ricorrenti della sua filmografia.

Rispetto al suo convincente esordio statunitense, Noi due sconosciuti del 2007, Susanne Bier

annacqua spesso la tensione anche nelle scene più drammatiche, cercando quell'ironia che però non



fa parte del suo repertorio. Se invece si guarda ad Amore & incantesimi 2 come a un film

sentimentale/fantasy di intrattenimento, non c'è mai quella magia autentica che viene

continuamente spacciata anche se viene citato Ghost - Fantasma. Gli effetti sono pochi e statici:gli

sportelli della cucina che si aprono, l'effetto moltiplicato delle candele). In più, tralascia tutto il

potenziale di un oggetto come le pagine del libro del corvo. I duetti comici tra Sandra Bullock e

Nicole Kidman sono deboli e l'unico personaggio che riesce a prendersi, suo malgrado, la scena, è

Kylie interpretata da Joey King. Anche se c'è l'origine letteraria, sembra di trovarsi davanti a un vecchio copione tenuto nel cassetto chissà da quanti anni. Tra i due Amori & incantesimi ci sono state anche le saghe di Harry Potter e Twilight da cui questo potrebbe aver riciclato alcuni effetti. Le

idee però sono poche e il ritmo è fiacco. Di questo sequel non si sentiva nessun bisogno.
AVENGERS: ENDGAME
Loc
In seguito alle azioni di Thanos nel precedente Avengers: Infinity War la popolazione dell'intero universo è stata dimezzata e tra i caduti c'è stato anche Nick Fury. Ma prima di morire questi è riuscito a lanciare un messaggio nello spazio alla potentissima Capitan Marvel, che tornata sulla Terra e di fronte a un gruppo di Avengers afflitto dalla sconfitta e dal lutto, vuole prendere le cose in mano. Quello che ha fatto Thanos però non si può risolvere con la semplice superforza e i colpi di energia... Sarebbe criminale raccontare di più perché non c'è probabilmente mai stato un film su questa scala così avvolto nel mistero e ricco di sorprese, annunciato come la conclusione di una saga e allo stesso tempo come la sua celebrazione. Del resto nemmeno una serie cinematografica di questo tipo e magnitudine è mai esistita quindi essere arrivati alla fine di un ciclo lungo 22 film è già un trionfo.



Un complicato espediente narrativo offre ad Avengers: Endgame l'occasione di rivisitare episodi precedenti e allo stesso tempo omaggiarli, in un gioco quasi megalomane per la pretesa che il pubblico si orienti e ne goda, ma pure in una vera e propria apoteosi, che porta infatti con sé anche una sorta di trascendenza.



Si guarda al passato in modo definitivo, almeno per alcuni personaggi, e si promette al contempo un futuro rinnovato, destinato a trovare nuove storie e del resto popolato di eroi che solo di recente sono entrati nell'universo cinematografico Marvel. A loro spetta l'eredità, ma questo film è tutto dei protagonisti storici del primo Avengers che ha riunito i supereroi Marvel, firmato da Joss Whedon nel 2012.



La Vedova Nera, Iron Man, Thor, Hulk, Capitan America e Occhio di Falco sono molto cambiati in questi anni, sono cresciuti, hanno imparato a rispettarsi ma alla fine si sono divisi. E ancora una volta infatti si torna alla frattura di Captain America: Civil War, che a ben vedere era stata seminata già dal primo film dei Russo, con il ritorno di Bucky nelle vesti del Soldato d'Inverno. Questa è allora anche la loro chiusura del cerchio e circolare è pure la più celebre scena del film di Whedon, con la macchina da presa che girava intorno ai sei eroi pronti a dare battaglia in una New York invasa dagli alieni, qui non a caso ripresa. Oltre che a completare il cerchio il film è tematicamente dedicato al sacrificio, che poi è alla base delle più archetipiche storie dei grandi eroi.



Sono i membri originali della squadra, del resto tra i pochi rimasti in vita, a dover raccogliere i cocci, affrontare le conseguenze del proprio fallimento e pagarne il prezzo, che invece aveva finito per ricadere sugli altri. Proprio non aver pagato in prima persona rende il lutto insopportabile anche a chi è riuscito a rifarsi una vita, tanto da decidere di rischiarla di nuovo per cercare di correggere l'errore.



Contro di loro ancora una volta Thanos si dimostra un avversario fenomenale, sia per astuzia sia per prodezza in battaglia e lo scontro finale del film è davvero uno spettacolo impressionante, su una scala ancora superiore a quanto visto nel pur tonitruante Avengers: Infinity War. I due film però sono molto diversi, perché qui all'azione si preferiscono le emozioni, l'ingegno e la solidarietà, tanto che gli scontri sono limitati in pratica a un'unica grande battaglia, ma prima di arrivarci ci sono numerosi dialoghi e idee che vengono messe in scena. La regia è funzionale e forse soffre sotto questa mole di materiale, prima di esplodere nello showdown finale, d'altra parte la qualità stellare del cast tiene in piedi sia le scene drammatiche sia i momenti comici (comunque meno presenti che in passato).



Siamo certi che in Rete la trama del film sarà passata al setaccio in cerca di buchi, che probabilmente non mancano ma non sminuiscono l'efficacia di Avengers: Endgame: le emozioni e lo spettacolo filano lisci anche a dispetto dei dubbi logici e degli espedienti fin troppo comodi cui l'intreccio occasionalmente ricorre.



Non mancano poi passaggi che manderanno in sollucchero i fan, così come le trasformazioni di alcuni eroi sono piuttosto sorprendenti e danno qualcosa di nuovo a personaggi che in questi anni abbiamo incontrato ormai molte volte. Senza però renderli irriconoscibili perché la forza di Avengers: Endgame è proprio nel saper capitalizzare sull'imponente partitura scritta nei capitoli precedenti, per dare vita a un'ultima e più grande prova d'orchestra. Da attribuire ancora prima che ai Russo al produttore Kevin Feige, vero deus ex machina di un'operazione senza uguali nella storia del cinema. Questo è anche il suo trionfo perché, a giudicare dall'impressionante numero di star che tornano in scena, nessuno ha saputo dirgli di no, al punto che le tanto discusse tre ore di durata sembrano appena sufficienti a contenere la ricca densità del film.



Avengers: Endgame è davvero l'annunciato finale di partita, infatti manca il consueto rilancio durante i titoli di coda (sì, avete capito bene, non ci sono scene ulteriori, anche se la prima parte dei titoli, quella "grafica", è il giusto coronamento di questa operazione e vi consigliamo di restare in sala), ma l'universo Marvel cinematografico non si conclude qui. Oltre a espandersi presto sulle serie di Disney+ arriverà a breve alla fine della "terza fase" con Spider-Man: Far From Home, quasi un sorta di epilogo cui sembra seguiranno altri due film già nel 2020. Nonostante gli sforzi di Thanos, la vita nell'universo Marvel è più rigogliosa che mai.
CARS - MOTORI RUGGENTI
Loc
Saetta McQueen è la matricola più promettente di tutta la storia della Piston Cup, il principale torneo automobilistico non europeo. È bello, forte, veloce e arrogante, dalla vita ha tutto quello che vuole ma, durante il trasferimento verso il circuito dove disputerà la grande finale, si trova accidentalmente bloccato a Radiator Springs, un piccolo paesino di provincia. Costretto ai lavori forzati e a stare a contatto con persone (o macchine) dai valori semplici ma radicati, riuscirà a trovare la vera felicità, l'amore e forse anche qualche motivazione in più per vincere il campionato.

Dopo sette anni di assenza alla regia (anni nei quali si è comunque dedicato alla produzione delle altre opere Pixar) torna John Lasseter. Era il 1999 quando aveva diretto il suo ultimo lungometraggio, Toy Story 2, e molte cose sono cambiate in questi 7 anni nel mondo dei cartoni animati, proprio per merito della Pixar. Sono usciti capolavori come Monsters & Co., Alla Ricerca Di Nemo e Gli Incredibili, film che hanno segnato una decisiva svolta nel modo di scrivere (ma anche di disegnare e progettare) cartoni animati, storie diverse che non hanno perso le loro radici classiche ma che sanno essere molto moderne ed emozionanti nel senso più cinematografico possibile.

Cars invece punta tutto sulla divertente (e lo è per davvero) traduzione del nostro mondo in un universo di macchine (nel film ci sono vetture che fanno il verso a Jay Leno, Arnold Schwarzenegger e Michael Schumacher) poggiando su una trama che più prevedibile non si può. Rimane comunque innegabilmente molto bello il modo in cui la Pixar ha antropomorfizzato le automobili (giganteschi occhi "giapponesi" sul parabrezza, radiatori come baffi, paraurti come mento e perfetta armonia tra tipo di vettura e carattere del personaggio), un raro esempio di utilizzo "emozionale" della computer graphic.
COYOTE VS. ACME
Loc
Willy il Coyote, come al solito, non se la passa bene: la sua infinita caccia al velocissimo e

inafferrabile Beep Beep continua a risolversi in una serie di catastrofici fallimenti, spesso

determinati dal malfunzionamento della strumentazione e degli esplosivi acquistati per

posta dalla ACME. Quando vede alla Tv lo spot dell'avvocato Kevin Avery, pronto a fare

causa proprio alla ACME per incidenti da cartone animato, Willy parte per Albuquerque e

porta con sé tutta la montagna di prodotti difettosi comprati da ACME. A Kevin la causa

sembra troppo grossa, ma l'astuzia del Coyote e la solerzia di una assistente dello studio

legale lo portano ad accettarla. Kevin confida di risolvere tutto in un rapido

patteggiamento, ma il Coyote dà fuoco alle carte e innesca così una guerra legale senza

esclusione di colpi, che coinvolgerà molti dei più celebri personaggi dei Looney Tunes.



Coyote vs. Acme è un legal drama dell'assurdo, è il nuovo Roger Rabbit, è un'opera contro l'impunità delle grandi aziende, contro la sperimentazione

sugli animali e, suo malgrado, è anche un'opera che riecheggia la battaglia della propria

faticosa distribuzione.





Il film di Dave Green, prodotto da James Gunn, è ispirato a un brillante articolo umoristico

pubblicato sul The New Yorker a firma di Ian Frazer nel 1990, scritto con la

secchezza linguistica di una fittizia causa legale, ma proprio per questo irresistibile nel

raccontare i danni fisici e morali subiti da Willy il coyote nella sua inesausta caccia al Beep

Beep. Ci sono voluti anni perché si decidesse di farne un film e altri anni ancora per

scrivere un copione che convincesse la Warner Bros, ma l'avventura era solo iniziata. A

film ultimato infatti la Warner, decide di chiuderlo in un cassetto e derubricarlo come una

perdita netta in modo da guadagnarne un rimborso fiscale (come Batgirl, che

però non ha mai ultimato la post-produzione). In molti si indignano e tra loro anche

importanti voci di Hollywood come il duo Christopher Lord e Phil Miller. La Warner

raccoglie così le offerte di studios e stremer, ma alla fine decide di nuovo di cancellare

l'uscita e considerarlo una perdita. La campagna di protesta si riaccende sui social e nel

2024 il protagonista Will Forte, dopo aver visto il film, lo descrive come un'opera toccante

sostenendo la causa. Nel 2025 il film viene acquistato per 50 milioni di dollari dalla

Ketchup Entertainment, che già aveva salvato da una distribuzione diretta su HBO Max

Un'avventura spaziale - Un film dei Looney Tunes. Il film avrà così

distribuzione e se pur non è un esatto riflesso di questa vicenda, perché non racconta una

battaglia per la libertà d'espressione, è senz'altro una storia in stile Davide e Golia e una

sorta di class action contro una grande corporazione.



Realizzato in tecnica mista, con live action e animazione 2D e 3D, unisce il mondo dei

cartoon a quello degli esseri umani con una inatteso rigore, senza rompere la quarta

parete e senza mai dare la capacità di parola a Willy o a Beep Beep. Il primo è infatti

dotato di un numero limitato di cartelli su cui mostrare brevi frasi e il secondo non fa altro

che il suo caratteristico verso, eppure entrambi riescono a trovare posto nel più verboso

dei generi, quello delle aule di tribunale. Un piccolo miracolo di astuzia, aiutato

dall'animazione fortemente espressiva che ha sempre caratterizzato i personaggi Warner

e da un'ottima prova comica di Will Forte e di John Cena, nei panni del villain Buddy

Crane.

Così crudele da ricattare Titti minacciando di rovinare la sua nonnina, Crane ha anche

fatto imprigionare in una sorta di spazio liminale il geniale Dr. Lorre (che già dagli anni

Quaranta presenta le fattezze del grande Peter Lorre). Lorre infatti aveva protestato contro

l'uso dei cartoni animati come cavie delle invenzioni della Acme, che produce qui pure

articoli per umani perfettamente sicuri, perché appunto testati sui personaggi animati.

Questi hanno non per caso fattezze di animali, infatti l'animalismo è uno dei temi al cuore



del film, che racconta del resto anche di come un uomo impara a essere amico di un

canide.

Coyote vs. Acme non ha la finezza metacinematografica di Chi ha incastrato Roger Rabbit? Ma è ricco di passaggi esilaranti e vanta un efficace colpo

di scena che naturalmente non riveleremo. Non solo intrattiene, ma trova pure una

risoluzione finale toccante, con il confronto più sincero che Willy e Beep Beep hanno mai

avuto. Difficile restare indifferenti, perché la popolarità del personaggio di Chuck Jones e

Michael Maltese fa appello a caratteristiche davvero universali della condizione umana.

Parafrasando un poco quel che cantava Finardi: siamo tutti come Willy il Coyote, che cade

ma non molla mai...
DOV'È LA FIESTA?
Loc
Roma, oggi. Da tre mesi e mezzo Leo e Irene sono una coppia di mediotrentenni che non hanno idea in quale direzione stia andando la loro relazione. Tra dieci giorni è Capodanno e non sanno se lo trascorreranno insieme, dando al loro rapporto una veste di ufficialità e "capitolando ai loro sentimenti". Leo è un aspirante attore di Fucecchio che per sopravvivere nella Capitale fa il cameriere, il rider, l'accompagnatore di anziani e il figurante durante il Giubileo, insieme all'amico spiantato Pasquale; Irene è sceneggiatrice e insegnante di sceneggiatura, parla un po' da sola e con l'amica Maura che cerca di convincerla a mollare l'indeciso Leo. Dopo una cena insieme, Leo non trova la sua Fiesta che era parcheggiata sotto casa di Irene. La ricerca dell'auto diventerà un inseguimento pericoloso e una via crucis burocratica, dando il via ad una serie di disavventure con un impatto anche sulla coppia protagonista: perché "l'amore fa paura quando non lo trovi, ma fa ancora più paura quando forse l'hai trovato e non hai il coraggio di dirtelo".

Dov'è la Fiesta? segna l'esordio alla regia dell'attore e programmatore di festival Niccolò Gentili, che firma anche la sceneggiatura insieme a Lisa Nur Sultan. La sua regia, coadiuvata dal montaggio veloce di Roberto Di Tanna e dalla fotografia elegante di Ferran Paredes Rubio, è vivace e spiritosa, e inventa soluzioni creative interessanti e adatte al tono leggero della rom com. La sceneggiatura è la forza del film, piena di idee e di riferimenti all'attualità, consapevole del cinema internazionale e di un certo tipo di commedia urbana, da Woody Allen a Nanni Moretti. Linda Caridi è deliziosa nei panni di Irene, così come Gentili presta la sua mimica buffa a Pasquale e Giorgio Tirabassi è un divertente deus ex machina, nonché voce narrante della storia. La chicca è Sergio Pierattini nei panni del padre di Leo, che sa imprimere il ritmo comico perfetto per questa storia.

Il punto debole, paradossalmente, è la recitazione di Francesco Carril, il magnifico coprotagonista di Dieci capodanni, che nei panni di Leo sembra purtroppo appartenere ad un altro film. Se infatti Dov'è la Fiesta? ricorda il primo Pieraccioni (quello buono e veramente divertente di I laureati e Il ciclone) la recitazione stralunata di Carril non riesce ad inserirsi in quel ritmo di commedia. Certo, il suo personaggio è estraneo al suo ambiente e si sente sempre fuori posto, ma ai fini della riuscita comica della trama la sua recitazione "dilatata" fa spesso "cadere a palla", e rallenta il passo in un modo che non giova al risultato comico.

Dov'è la Fiesta? resta comunque un debutto originale e Niccolò Gentili una voce nuova nel panorama asfittico e artificiale della commedia italiana contemporanea, mostrando una capacità di regia e di scrittura che promettono bene e fanno immaginare un rinnovamento del genere, più sulle corde di una comicità europea che (banalmente) nostrana. Anche i tanti riferimenti al panorama italiano dei trentenni di oggi sono precisi e in una certa misura riconoscibili, contribuendo a creare un ritratto generazionale mai eccessivamente stereotipato o già visto sui nostri grandi schermi.
HEART OF THE BEAST - NEL PROFONDO SELVAGGIO
Loc
Ex ufficiale delle Forze Speciali, James ha un disturbo post-traumatico da stress e cerca la pace nella solitudine dei territori più remoti dell'Alaska. Non ha famiglia ma, dopo molti anni di servizio, ha preso con sé il cane ricognitore Odin, a sua volta affetto da PTSD. Durante un volo per sfuggire a una tempesta, quando tutto sembra ormai tranquillo, James viene colpito da un malore improvviso e l'aereo finisce per sbandare e poi precipitare. Da quel momento l'uomo e il cane sono contusi, feriti e lontani da qualsiasi forma di civiltà. Li aspetta una traversata di oltre novanta chilometri in un territorio impervio, dove le risorse che possono portarsi appresso si assottigliano un giorno dopo l'altro, mentre le bestie del luogo si fanno più aggressive.



David Ayer, con Heart of the Beast - Nel profondo selvaggio, si dedica a un racconto essenziale, di pochissime parole e, dopo tante fracassonate, ritrova il lato più umano del suo cinema.



Il regista era infatti caduto malamente in disgrazia con il flop di Suicide Squad, seguito da quella che doveva essere la nascita di un franchise fantasy per Netflix, Bright, però abortito sul nascere. Solo nel 2024, con The Beekeeper ha ritrovato successo al botteghino, grazie più che altro a una smaccata dose di ironia a rendere digeribile un ennesimo film machista e repubblicano con Jason Statham. Con lo stesso attore aveva provato un'operazione un po' più empatica nel successivo A Working Man, sceneggiato con Stallone, ma non era andata altrettanto bene. Ora finalmente Ayer rinnova il sodalizio con Brad Pitt, qui anche producer con la sua Plan B, insieme al quale aveva firmato Fury, uno dei suoi film migliori. Pur spogliatosi dalla banalità di giustizieri un tanto al chilo, il regista non sfugge del tutto al filone conservatore, che vuole parlare degli eroi di guerra, martiri americani, di nobili intenti e disposti al sacrificio in nome di non si sa bene cosa. Dicono di aver conosciuto l'inferno nella guerra e la crudeltà degli uomini, ma quegli uomini sono sempre i nemici, perché i fratelli in armi vengono immediatamente santificati.



Si tratta stavolta di una retorica che resta per lo più sottotraccia, destinata a riemergere come un fiume carsico solo in un paio di passaggi (tra cui inevitabilmente però anche il finale...), nel complesso sommersa dal viaggio di un uomo e del suo cane, o forse di un cane e del suo uomo. Pitt affronta infatti il ruolo con spirito di sacrificio, lasciando che la vera star del film sia Odin, un cane con una zampa sostituita da una protesi e con denti in titanio. Nonostante le ferite subite in battaglia, il reduce Odin è rimasto fedelissimo a James e viceversa. I due più volte rischiano tutto l'uno per l'altro e James, normalmente severo e imperturbabile come un buon marine, si dispera quando Odin è ferito o in pericolo. Il film è tutto per loro e per i bellissimi ma crudeli paesaggi naturali dell'Alaska, un territorio selvaggio di così grande estensione che l'uomo può tornare a essere una preda.



Solo un incontro con un vecchio che risale il fiume in barca, interpretato da J.K. Simmons, spezza la solitudine dei due e arriva nella primissima parte del film, come un prologo utile a far parlare un minimo James della sua vita precedente. Così introduttivo e funzionale da essere didascalico, l'incontro funziona solo grazie alla forza dei due attori e fortunatamente si risolve in fretta, lasciando spazio a Odin e alla tragedia che innesca il viaggio di Heart of the Beast. Il film non è un'avventura Disney ma resta comunque in un registro mainstream, senza spingersi mai fino agli estremi per esempio di Arctic con Mads Mikkelsen. Per quanto Odin non possa rispondere a James, se non con i suoi occhioni molto espressivi, James gli parla piuttosto spesso, evitando che il silenzio crei un'atmosfera rarefatta o opprimente. Questo perché non si tratta di una storia di solitudine, semmai del suo contrario: quella di James e Odin è un'avventura, dura e persino disperata, ma dove si può sempre contare sulla forza del legame tra uomo e animale.
KETTICÈ
Loc
Palermo, 2012. Giulio Uberti ha 16 anni e nessun posto nel mondo. Figlio di una coppia

ricchissima e fortemente disfunzionale, di un padre distratto e una madre delegittimante, vive in un

palazzo principesco e frequenta un liceo privato dove l'insegnante di lettere insulta periodicamente

l'ignavia dei suo otto studenti, etichettandoli "braccia tolte all'agricoltura". La fidanzatina Elena

molla il ragazzo da un momento all'altro, una compagna lo corteggia, gli amici lo accompagnano

nei vagabondaggi notturni a base di erba e sambuca. Giulio trova l'anima gemella, o il suo doppio,

in Ketty Mendola, che "è bona e picchia forte", e che percorre con lui la città in minicar, alla

perpetua ricerca dello sballo giusto. Il ragazzo fa sega a scuola, nasconde alla madre il pagellino

pieno di insufficienze gravi, non si allena più a calcio (tanto la sua squadra perde sempre), flirta un

po' con la sua groupie, ma non con Ketty, che è vergine e di cui comunque ha un innato rispetto.

Intorno a lui l'Italia dei reality e di Berlusconi, le risse di strada (fra ragazze) e la troika autoritaria:

gli sbirri, la scuola, i genitori.



Ketticè è l'opera seconda del neotrentenne Giovanni Tortorici, componente della

factory di Luca Guadagnino da quando ha lavorato con lui alla serie We Are Who We Are, e se il suo film d'esordio, Diciannove, illustrava la quotidianità scomposta di

un, appunto, diciannovenne alle prese con l'ingresso nel mondo adulto, Ketticè

regredisce nel tempo verso la piena adolescenza, in una Palermo dove piccola e grande borghesia

si incontrano sulle strade della bamba (Ketty ha uno zio in galera per mafia, Giulio una nonna che

cita il Gattopardo e una ex che riabilita Mussolini, considerandosi un'intellettuale perché legge libri

e vede un sacco di documentari).





Tortorici ci catapulta in questo mondo distopico (ma realistico) e dentro l'angoscia esistenziale di

Giulio, che è il perfetto precipitato di una società allo sbando, in cui i programmi della De Filippi

hanno già fatto il loro danno e Berlusconi risulta simpatico agli italiani anche quando pulisce la

sedia di Travaglio a Servizio Pubblico (gennaio 2013, per datare l'evento). Il ragazzo è l'unico a

rendersi conto, in modo subliminale, di avere bisogno di quell'aiuto che non gli arriverà certo dalla

madre insultante o dal padre aristocraticamente scollegato, né dai suoi insegnanti frustrati che

denunciano la sua mancanza di interessi senza saperne suscitare alcuno.

Il regista e sceneggiatore si diverte con i ralenti e le inquadrature studiate, compone una colonna

sonora che comprende Fabri Fibra e Flo Rida + Keisha (che citano i Dead or Alive di metà anni

Ottanta, ovvero prima della nascita di Giulio & friends), il cantante neomelodico catanese Gianni

Vezzosi e Nino D'Angelo come il libanese Marcel Khalife, e che fa da canto coreutico alle azioni in

scena. Tortorici dà carta bianca anche alla musicalità jazz del dialetto dei suoi protagonisti

(consigliamo di moltiplicare i sottotitoli, per noi non palermitani) e spesso fa pipì fuori dal vaso, il

che è auspicabile per un nuovo autore, ma richiederebbe una maggiore presenza produttiva (la

cordata di produzione è impressionante), non per sminuirne l'ispirazione, ma per arginarne il facile

onanismo.



La scelta degli interpreti qui è fondamentale, e mentre i due protagonisti, Salvatore Gallina e la

strepitosa Rachele Testagrossa (Giulio e Ketty), sono eccezionali per naturalezza, con Testagrossa

davvero ipnotica e magistrale nel dare corpo ad un personaggio femminile originale e convincente

(e qui la lode va anche al Tortorici sceneggiatore che l'ha immaginata e costruita), alcuni degli

attori e non attori di contorno sono eccessivamente amatoriali, in primis Monica Bellucci che si cala

nei panni della madre di Giulio apparentemente come concessione promozionale al film.

Tortorici ha un grande orecchio per l'autenticità dei dialoghi e per l'esplicitazione dei rapporti

disadattivi, usa un montaggio sincopato che si libera dei tempi morti per raccontare la vita del

protagonista che è un tempo morto che cammina, si colloca come un funambolo sul crinale della

piccola storia ignobile italiana che ha devastato una generazione (la sua) e segnato una deriva

irreversibile attraverso la tragedia (per molti versi ridicola) di un anello debole della catena

esistenziale: un adolescente in cerca di senso all'interno di un mondo programmaticamente



insensato. E lo slang di questa gioventù bruciata la cui massima aspirazione è diventare campione

di Ruzzle è irresistibile (anche dal punto di vista comico) e infinitamente citabile.
L'ISOLA DEI RICORDI
Loc
Jo e Raissa, inseparabili amiche d'infanzia, vengono magicamente catapultate attraverso un misterioso portale su Nakali. In quest'isola incantata, popolata dalle affascinanti creature della mitologia filippina, troveranno alleati stravaganti come il buffo licantropo Raww e oscuri nemici da sconfiggere.



Sorprendente caleidoscopio di idee con un'animazione cangiante, L'isola dei ricordi restituisce le usanze, i costumi e la cultura filippina poco esplorata dal cinema mainstream.



Scritto e diretto a quattro mani da Joel Crawford e Januel Mercado, L'isola dei ricordi restituisce, fin dalle sue primissime battute, l'essenza delle grandi amicizie, in questo caso quella tra Jo e Raissa, due personalità così diverse e agli antipodi da diventare insostituibili l'una per l'altra. Il film riesce a cogliere con grande profondità quel momento, quell'attimo, in cui le amicizie iniziano che è sempre tremendamente casuale se non banale, ma pronto ad accogliere l'altro, a rimanere stregati da una caratteristica insita nell'altro a cui ci affezioniamo a volte per tutta la vita. Così quando Jo e Raissa s'incrociano bambine davanti alla porta del preside della scuola che le ha convocate per diversi motivi, le due non ci pensano su tanto e scappano insieme. In quell'imprinting ci sarà tutta la loro vita, Jo più ribelle, meno ambiziosa, molto brava nel disegno e a raccontare storie sanguinarie tramandatele da sua nonna e Raissa più disciplinata, studiosa e accondiscendente verso i genitori che la vogliono prossima studentessa della Caltech, la prestigiosa università fuori Los Angeles che apre le porte alla Nasa. Sì perché da quel momento in cui si sono incontrate bambine, il film mette in scena un'accelerazione che le vede crescere in diretta grazie a un'animazione travolgente. E così arriviamo a quella notte prima dell'addio e della partenza di Raissa dalle Filippine. Una notte che, per magia, le trasporta sull'isola di Nakali che hanno sempre sognato, una specie di meraviglioso regno di Oz dove si risvegliano senza ricordare nulla di come ci sono arrivate e con il meraviglioso personaggio del cane licantropo Raww che dice di essersela spassata con loro tutta la notte. Sui loro corpi appaiono strani tatuaggi luminosi e a Raissa sono pure spuntate delle ali. Ma lei deve prendere l'areo per Los Angeles e dunque serve che ritrovino il portale magico da cui sono entrate. Inutile dire che fra loro e l'obiettivo s'inseriranno demoni e strani personaggi che metteranno a dura prova la loro amicizia. Al punto che saranno costrette a barattare dei loro ricordi, plasticamente simbolizzati dai ciondoli dei loro braccialetti, per sopravvivere.

È questo uno degli aspetti più forti della sceneggiatura perché il fatto di cancellare alcuni ricordi che, anche noi come spettatori, abbiamo visto crearsi e che pure appartengono alle nostre esperienze di vita, risulta addirittura un po' violento. Non è questo il motivo perché negli Stati Uniti il film è stato classificato con il Pg, ossia con la visione che richiede la guida dei genitori, dato che ci sono personaggi come il demone Manananggal che può dividersi staccandosi tra busto e gambe oppure, in generale, è la stessa animazione ipercinetica a creare un po' d'affanno nello spettatore. Però certo quando Raissa comincia a non ricordare dei momenti fondanti della loro amicizia, un po' di sgomento scende in sala.

Insomma qui il film si fa molto adulto portando alle estreme conseguenze il suo assunto. Poi certo l'incredibile spettro dei personaggi secondari creati da Joel Crawford e Januel Mercado distraggono subito da tutto questo e ti riportano nei binari dell'assurdo più divertente. In più l'animazione rocambolesca e iperfrenetica, con cambi di formato e di stile, non consente di staccare gli occhi dallo schermo (sarà un modo per evitare che i più giovani si mettano a scrollare sugli smartphone al cinema?) e la caratterizzazione di alcuni personaggi, come Bungi, un bambino blu gigante, rendono questo film una sana follia. E dimostrano come ancora ci sono delle idee a Hollywood al di là delle sfruttatissime proprietà intellettuali con sequel, reboot e prequel.
NESSUN DOLORE
Loc
Davide è un uomo sulla trentina che vende libri usati in una piazza romana. Un giorno si vede 'imporre' da un immigrato nordafricano la presenza di un bambino del quale cerca rapidamente di disfarsi. Facendolo, provoca un grave incidente che fa sì che al pronto soccorso incontri un'adolescente anch'essa immigrata ed incinta. Tutto quanto sino ad allora era stato tenuto a distanza finisce con il divenire sempre più presente.

Amelio torna, trentadue anni dopo Lamerica, ad affrontare il tema dei migranti scegliendo una diversa prospettiva.

Da sempre Amelio nutre una particolare attenzione per chi si trova in condizioni che non lo favoriscono nei confronti di quanto la società accetta sotto la dizione di 'normale'. Che si tratti dei minori da trasferire ne Il ladro di bambini o del disabile e del padre che faticano a ritrovarsi in Le chiavi di casa, che siano i migranti dall'Albania in cerca de 'Lamerica' in Italia o il controverso Aldo Braibanti de Il signore delle formiche il suo cinema gli è vicino e ci vuole aiutare a comprenderne le ragioni.

Ha quindi sentito l'urgenza di affrontare dal suo punto di vista la problematica delle migrazioni utilizzando una premessa che risulta estremamente significativa e che apre a una molteplicità di letture. Il film infatti si apre con la didascalia che afferma che la storia che si va a raccontare non è ancora accaduta. È come se ci volesse mettere sull'avviso: potete prenderla come una fiaba a tinte (purtroppo) noir oppure potete considerare queste parole come un auspicio: sarebbe bello che invece il positivo che ne fa parte potesse diventare realtà.

Perché il personaggio che Alessandro Borghi interpreta con le giuste variazioni di atteggiamento è di quelli di cui si vorrebbe venire più spesso a conoscenza. Non è inizialmente schierato su un versante pro o contro (anche se la tendenza è quella di immergersi nel proprio mondo di venditore di parole su carta lasciando il mondo fuori) ma si trova a compiere un percorso inizialmente obbligato e progressivamente sempre più consapevole. In uno dei fil rouge del film si avverte come un'affinità con 3/19 di Silvio Soldini ma qui l'urgenza è diversa e si concretizza in un senso di colpa che sente la necessità di gesti di riparazione.

L'avvertenza di apertura va tenuta sempre presente perché altrimenti si rischia (e non è da pensare che Amelio lo voglia) l'idealizzazione dei migranti che finirebbe con il risultare altrettanto dannosa della loro (purtroppo indotta) demonizzazione in questi tempi in cui si è coniato l'orrido neologismo di 'remigrazione'. Così come potrebbero avere buon gioco coloro che parlano di assenza di volontà di integrazione di fronte a queste persone che non possiedono nel loro lessico neppure un vocabolo italiano di uso quotidiano. Peraltro in un film in cui si sottolinea il valore della parola scritta come fonte di trasmissione di pensiero. Se Alessandro Borghi carica il suo personaggio di un senso di responsabilità che si trasmuta in una forma di respirazione che sottolinea quanto vive, è Valerio Mastandrea che, con il suo addetto alla ricezione di cadaveri di ignoti o comunque di persone di cui nessuno richiede le spoglie, finisce con il sintetizzare il pensiero di Amelio.

È una 'brava persona', diversa da quelle che si nascondono dietro alle 'leggi' o gettano brutalmente fuori dalla sala di attesa di un pronto soccorso una giovane donna incinta immigrata che vi cercava riparo. Nella sua quieta esistenza sa compiere le scelte giuste, come padre e come essere umano. È a costoro che questo racconto immaginario e per immagini si rivolge, auspicando la persistenza di quell'umana pietas che è sempre più essenziale conservare.
OCEANIA
Loc
Nell'adattamento live-action Disney dell'acclamata avventura animata di dieci anni fa, Vaiana risponde al richiamo dell'oceano e, per la prima volta, si spinge oltre la barriera corallina dell'isola di Motunui con il famigerato semidio Maui in un viaggio pieno di insidie per riportare la prosperità al suo popolo. Forse per questo tipo di operazioni il critico dovrebbe farsi cancellare la memoria e vedere finalmente un remake fotocopia in live-action di un cosiddetto classico (non sono trascorsi nemmeno dieci anni...) di animazione Disney di grandissimo successo senza cadere mai in alcun tipo di confronto. Perché, così facendo, avrebbe uno sguardo vergine su una storia e, soprattutto, cosa più importante, su come visivamente è stata portata sul grande schermo. E dunque, pur amando infinitamente di più la morbida e rotonda animazione del primo Oceania, visto che l'adattamento è sempre dello stesso Jared Bush a cui si è aggiunta Dana Ledoux Miller che aveva scritto Oceania 2, il risultato è godibilissimo, complice la regia elegante ed equilibrata di Thomas Kail. Inoltre l'attrice australiana diciannovenne che ha nel sangue quello degli indigeni polinesiani, Catherine Laga'aia, per la prima volta sul grande schermo, è perfetta per interpretare Moana, ops... Vaiana (com'è noto dieci anni fa per l'edizione italiana si decise di cambiare il nome della protagonista che richiamava quello di una famosa attrice porno e di conseguenza anche il titolo del film). Esattamente come Dwayne Johnson - sempre che lo spettatore non si distragga troppo nel seguire l'andamento della folta e imbizzarrita parrucca di The Rock (qui anche produttore) - che interpreta Maui, colui il quale l'aiuterà a salvare il suo popolo. I temi centrali di Oceania, tra cui il coming of age di una ragazza che passa attraverso la ricerca pervicace della propria identità superando il reef proibito, sono tutti intatti e sono spesso amplificati dalla colonna sonora con le stesse musiche che hanno reso celebre il primo film di animazione. Sul versante produttivo le riserve sono invece maggiori perché proporre un remake di un film quando non sono passati nemmeno dieci anni rimane un azzardo o, e il risultato non cambia, dimostra una sempre più drammatica mancanza di idee. In più, paradossalmente, parlando di Disney, sembrerebbe venir 'sminuita' proprio l'animazione, considerata alla stregua di un genere cinematografico e non, come naturalmente è, un film a tutti gli effetti. Ma queste sono elucubrazioni di chi non s'intende di marketing, di target, di "what a fuck" nei film come ha avuto modo di scherzarci su Nanni Moretti. Ribaltando il punto di vista, si potrebbe arrivare a dire che ci troviamo di fronte a un film sperimentale. Un remake in cosiddetto live-action che, per una larga parte, è realizzato proprio in animazione digitale (sempre irresistibili il pollo Hei Hei e il maialino Pua) e che praticamente poco si differenzia dal primo, soprattutto quando la regia deve ricreare il movimento materno dell'isola, con la dea Te Fiti, creatrice della natura, che, corrotta, si trasforma in Te Ka, il mostruoso demone del fuoco. Ma, a dire il vero, anche le sequenze marine poco si discostano dall'originale con un effetto di permanente déjà-vu, un vocabolo che non avremmo mai voluto utilizzare in questa recensione (se solo ci fosse stata cancellata la memoria...). Detto questo forse è meglio affidarsi alle vere novità del 'nuovo' Oceania con il cast di attori 'veri' che funziona ottimamente anche perché scelti tutti - ovviamente eccetto Dwayne Johnson che prestava pure la voce nei due film di animazione - tra interpreti neozelandesi tra i quali spicca Rena Owen che riesce a restituire quel particolare rapporto che si può instaurare tra nonna e nipote a volte in funzione anche un po' critica (e salutare) verso i figli/genitori. Sono questi i momenti, anche un po' magici, che danno un senso a operazioni di questo tipo anche se un senso non ce l'hanno. Maledetta memoria!
PAW PATROL - MISSIONE DINOSAURI
Loc
Dopo una tempesta, la Paw Patrol approda su una misteriosa isola popolata da dinosauri, dove incontra Rex, un cucciolo rimasto bloccato. Quando l'imprudenza di Humdinger nelle sue attività minerarie provoca l'eruzione di un vulcano, la squadra si trova ad affrontare la sua più grande missione di salvataggio per liberare l'isola.
RESIDENT EVIL
Loc
Dalla mente del visionario regista Zach Cregger arriva una nuova e terrificante interpretazione del franchise di Resident Evil. In una storia completamente inedita, Resident Evil segue Bryan, un corriere medico che si ritrova involontariamente coinvolto in una frenetica sfida contro il tempo per sopravvivere, mentre una notte sconvolgente e orribile sprofonda nel caos intorno a lui.
RITORNO A BUENOS AIRES
Loc
Buenos Aires, 2008. Dopo trentatré anni, trascorsi in Italia, Mariano Guerra, medico italiano, torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e resero schiavo durante la dittatura militare. Mariano è uno dei pochi sopravvissuti a quella tragedia e porta con sé un peso che nessuna sentenza può alleggerire. Il ritorno a Buenos Aires lo costringe a confrontarsi con ciò che significa essere rimasto vivo.



Marco Bechis torna al suo Garage Olimpo per raccontare le conseguenze delle barbarie delle dittature sulle persone anche dopo decenni.



Il cuore del film è infatti il rapporto tra la vittima e il suo aguzzino che il regista, padre italiano e madre cilena, conosce bene essendo stato protagonista, nell'aprile del 1977 a Buenos Aires, durante la dittatura militare, di un sequestro da parte della polizia argentina che lo rilasciò quattro mesi dopo. Bechis sposta la sua vicenda personale, già raccontata nello sconvolgente Garage Olimpo, su quella del suo protagonista, Mariano Guerra, che, dopo 33 anni dai fatti passati in Italia, viene convinto a tornare in Argentina per testimoniare contro i suoi aguzzini.È proprio questa seconda parte del film a convincere di più anche se la prima è perfettamente propedeutica perché serve a raccontare che, per decidere di tornare dai tuoi aguzzini, ci vuole molto coraggio che - lo sappiamo - se uno non ce l'ha, non se lo può dare. Mentre invece, dopo molte riflessioni che intuiamo, perché fortunatamente il film lavora sui non detti, il personaggio, interpretato in maniera magistrale da Adriano Giannini nel ruolo della sua carriera, prende questa decisione che sarà per lui devastante. Perché arrivato a Buenos Aires, insieme ad altri sopravvissuti, sarà ospitato negli alloggi del Ministero della Giustizia che non sono poi così lontani dall'idea di prigione. Infatti lo vediamo 'scappare' spesso dall'edificio. Tra questi detour c'è proprio la visita al suo Garage Olimpo che rappresenta uno dei momenti più forti e drammatici, oltre a essere stilisticamente riusciti, di tutto il film.

Sono giorni in cui Mariano ritrova persone che hanno condiviso la prigionia mentre il giorno della sua deposizione sembra essere così lontano. C'è tutto il tempo per aprire un'altra voragine nella sua vita che riguarda il suo 'collaborazionismo' all'epoca in Garage Olimpo dove era rimasto ad aiutare la macchina della morte sedando le future vittime che salivano sui camion per finire sugli aerei che li avrebbero gettati nel Rio de la Plata (ma, viene detto, i corpi da quelle altezze si disintegrano prima). Capiamo così perché, all'arrivo al processo, Mariano non viene accolto con calore dai suoi ex compagni di disavventura. La sceneggiatura, scritta dal regista con Vijaya Bechis Boll, rende più complicato per lo spettatore capire bene se sia del tutto vittima o del tutto carnefice. Ma quando, in questi passaggi temporali, Mariano ha pure l'occasione di incontrare, in uno dei bagni comuni del tribunale, il medico a capo della sua struttura che lo aveva prima torturato e poi sottomesso al suo controllo, ha un episodio di incontinenza che racconta la drammaticità di questa dipendenza. La violenza perpetuata dal potere, in questo caso quello della dittatura militare argentina, nei confronti dei supposti oppositori, prende dunque in Ritorno a Buenos Aires una complessità che scuote lo spettatore anche perché la giudice del processo dice a Mariano di fare attenzione: «Si può entrare testimoni e uscire imputati».

Adriano Giannini costruisce il suo personaggio proprio intorno a questo rapporto di sottomissione che è così profondo da portare la vittima a provare una colpevole vergogna anche per le violenze dei suoi carnefici. L'episodio del medico di Garage Olimpo racconta anche come l'impunità dei carnefici nei Paesi in cui si è passati da una dittatura a una democrazia, fa sì che quelle stesse persone continuino a esercitare il proprio mestiere in una sorta di diabolica continuità. Una storia che conosciamo bene anche alle nostre latitudini.

Marco Bechis riesce a costruire un film di impegno civile, asciutto ed essenziale, come non eravamo più abituati a vedere nel nostro cinema. Ma Ritorno a Buenos Aires è anche un teorema sul trauma che resiste e vive nelle vittime per sempre (restando ai film in concorso insieme a questo alla 83a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografico anche Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto lavora sul disturbo post traumatico di un ex soldato in Vietnam) e che neanche una sentenza del tribunale può cancellare. Anche se fare la scelta giusta può aiutare.
SERPENTI
Loc
Paolo Marra ha ucciso sua moglie, senza un perché. Divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi: vuole pagare, scontare la pena, ridare dignità alla donna che ha ucciso e a sé stesso. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e complicati cavilli burocratici, nessuno lo prende sul serio. L'uomo si scopre vittima di un paradosso kafkiano: per quanto lo desideri, non riesce a farsi arrestare. Il perfetto capro espiatorio di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi.



Nell'interessante percorso di Roberto De Paolis Maino di osservazione della realtà, dopo Cuori puri e Princess, ecco Serpenti solo apparentemente slegato dal mondo reale ma che, proprio nella cifra del grottesco, crea un ribaltamento profondo che va al cuore delle cose.



Merito sicuramente della sceneggiatura, scritta dai Fratelli D'Innocenzo insieme al regista, che costruisce sapientemente l'assurdità della vicenda di un uomo che si costituisce alla Polizia reo confesso dell'omicidio della moglie ma che entra all'interno di un iter burocratico kafkiano in cui non riesce ad affermare la sua colpevolezza. Naturalmente l'utilizzo del tono grottesco è paradossale per cercare di raccontare come la violenza sulle donne faccia magari più fatica a essere immediatamente percepita come tale. Ecco allora il primo essere umano con il quale si confronta il protagonista del film - uno straordinario Leonardo Lidi (ma è proprio la scelta e la direzione di tutti gli attori uno degli aspetti più apprezzabili) - ossia il piantone di Polizia interpretato da Daniele Parisi, a circoscrivere il perimetro di azione del reo confesso che, da quel momento in poi, non riuscirà più a esercitare la sua volontà di scontare la sua pena per il reato che ha commesso. Ci sono prima le carte da compilare e poi bisogna convincere il dirigente di Polizia «perché sa quante persone vengono qui ogni giorno a dire di aver fatto questo o quello?», dice il personaggio interpretato da Alessandro Borghi. A lui il compito di rallentare ancora di più il processo di verifica della situazione raccontata dall'omicida che, sempre in maniera paradossale, inizia a dubitare di essere stato veramente lui il colpevole.

In questo ribaltamento della realtà, il carico, diciamo così, da novanta lo butta giù il suo avvocato d'ufficio (Pietro Castellitto) che, per mestiere, è già convinto di poter dimostrare l'innocenza del suo assistito e quindi di poterlo scagionare dando tutte le colpe delle motivazioni e addirittura della azione omicida alla moglie stessa. Anche la misteriosa figura della cartomante (Valeria Golino) lavora per instillare nel protagonista l'idea di reiterare il suo delitto per liberarsene.

Siamo lontani da quello che era più un giallo dell'anima, il capolavoro di Giuseppe Tornatore Una pura formalità girato all'interno di un commissariato, ma, anche in Serpenti, il meccanismo paradossale inserito in testa al film e portato avanti per tutta la sua durata curiosamente non stanca perché la sceneggiatura e la regia hanno la capacità di lavorare su piccoli detour narrativi e su scelte formali (grazie anche al montaggio di Paola Freddi) che accompagnano con forza l'idea iniziale.

Molto efficace è anche la scenografia, per esempio quella del commissariato, che rende assolutamente realistico e riconoscibile il mondo in cui il protagonista si muove e che, ognuno di noi, anche solo per aver fatto il passaporto, ha in un certo qual modo lambito.

Ecco è proprio questa restituzione di una vicinanza dei meccanismi burocratici dello Stato a rendere il film molto più inquietante di quello che potrebbe sembrare perché il grottesco, alla fine, si trasforma in realismo.
THE INVITE - IL PIACERE È TUTTO NOSTRO
Loc
Joe e Angela sono stati molto innamorati, uniti insieme dalla musica: Joe era un pianista di talento, e Angela amava il suo modo di suonare. Ma dopo molti anni di matrimonio il loro rapporto si è logorato, vittima delle frustrazioni artistiche e professionali di lui e della solitudine domestica di lei: al momento più che parlarsi battibeccano, rinfacciandosi le reciproche delusioni. Quando Angela invita a cena i vicini, la spagnola Pina e lo spirituale Hawk, l'obiettivo di Joe è soprattutto quello di chiedere loro di essere meno rumorosi quando fanno l'amore. Ma la cena con Pina e Hawk scompaginerà le carte per tutti, dando luogo ad un gioco di rivelazioni che coinvolgerà ciascuno dei presenti, mettendo a nudo le meschinità e le paure di tutti. Non guasta che fra Pina e Joe, così come fra Hawk e Angela, ci sia una forte attrazione sessuale, che troverà (possibile) riscontro in una proposta di sesso di gruppo. The Invite è la terza regia dell'attrice e regista Olivia Wilde, che dopo il promettente debutto dietro la cinepresa con La rivincita delle sfigate e la meno riuscita opera seconda Don't Worry Darling trova una cifra consona al proprio pungente senso dell'umorismo e alla propria verve interpretativa. The Invite è il remake di un film spagnolo del 2020, Sentimental di Cesc Gay, a sua volta basato sulla sua pièce teatrale "Los Vecinos de Arriba" (e forse anche a questo è dovuta la presenza del personaggio di Pina interpretato da Penelope Cruz), ma assume toni e colori anglosassoni nella riscrittura di Will McCormack e Rashida Jones ed esce dai canoni rigidi del Kammerspiel grazie alla regia movimentata di Wilde e al commento musicale incalzante e sincopato di Devonté Hynes, meglio noto come Blood Orange, che accompagna la progressione geometrica delle scene (Hynes è stato anche il compositore della serie We Are Who We Are di Luca Guadagnino). Wilde fa affidamento su un ottimo cast, a cominciare da se stessa, opportunamente ambigua e contradditoria nel ruolo di Angela, per proseguire con Seth Rogen che attribuisce a Joe, oltre al suo tipico sarcasmo e alla sua classica risatina chioccia, un sottotesto autenticamente doloroso e un disincanto molto credibile. A Penelope Cruz tocca il ruolo dell'europea disinibita, che gestisce con la libertà radicale delle sue scelte artistiche, mentre Edward Norton naviga il ruolo di Hawk, irritante al punto giusto e in grado di rivelare a poco a poco i vari strati nascosti della sua personalità sfuggente. Ci sono momenti in cui l'ambientazione nel solo appartamento di Angela e Joe risulta claustrofobica, in cui il disagio nell'osservare le sgradevolezze d questi quattro personaggi diventa incontenibile e in cui l'accumulo degli eventi e delle svolte nella caratterizzazione dei personaggi appare elaborato ed eccessivo, ma in generale The Invite è una commedia romantica acida al punto giusto e adatta ai nostri tempi rancorosi e insoddisfatti. Si ride amaro e alla fine un po' ci si commuove, quando il facile dileggio lascia il posto alla (per niente facile) tenerezza e al rimpianto.
I FIGLI DELLA SCIMMIA
Loc
Dario è padre di un bambino disabile, al quale dedica ogni cura e attenzione, ed ha un bellissimo

rapporto con il figlio adolescente di suo fratello. Nel crescente legame con il nipote ritrova il figlio

che avrebbe voluto avere, e assume il ruolo del padre che avrebbe potuto essere. Un gioco di

proiezioni e desideri inespressi che finirà per incrinare l'equilibrio interiore di Dario e travolgere

l'intera famiglia.

Esordio nel lungometraggio di finzione di Tommaso Landucci che porta tutta la sua

delicatezza e profondità nel raccontare un conflitto familiare e, soprattutto, le difficoltà

genitoriali legate al mondo della disabilità.





La sceneggiatura infatti, firmata dal regista e da Damiano Femfert, che ha vinto numerosi premi tra

cui il Solinas, lavora su quel particolare aspetto che può verificarsi all'interno delle famiglie, ad

esempio tra un padre o una madre, allorquando si inizia a preferire un figlio all'altro, un nipote a un

figlio e via discorrendo.In

questo caso il motivo scatenante per il protagonista Dario, interpretato

con grande controllo da Riccardo Scamarcio che è anche nella compagine produttiva, è il figlio

piccolo disabile a cui non fa certo mancare nulla, nessuna sua attenzione e a cui si dedica quasi

come un soldatino, sembrerebbe un po' per dovere. Giorno dopo giorno però il rapporto con il

nipote adolescente, Giacomo, il figlio di suo fratello Roberto (Fausto Russo Alesi), diventa sempre

più forte perché su di lui trasferisce evidentemente le attese di un padre. Con lui può riesumare la

moto da trial, una Sherko di piccola cilindrata, di quando era ragazzo e costruire così dei momenti

privilegiati ed esclusivi - anche delle gare dove non risponde negativamente a chi gli dice che suo

'figlio' gli somiglia - che iniziano a farlo allontanare dal lavoro e dal figlio vero. Giacomo diventa

dunque il figlio immaginato e desiderato che non ha potuto avere.

Prende qui forma il titolo del film, che si riferisce all'omonima fiaba di Esopo in cui si dice come le

scimmie generino due figli, amano e nutrono con cura uno e odiano e trascurano l'altro.

Il regista costruisce con sapienza, con il ritmo e il tono giusto che si accorda al mondo di provincia

in cui il film è ambientato. A questo proposito è da sottolineare la fotografia di Guido Michelotti che

cerca di restituire la grana dei film di Lee Chang-dong a cui il regista dice di essersi ispirato e a cui

ha aggiunto il formato 4:3 che chiude i protagonisti all'interno della loro quotidianità.



Il racconto trova forma e sostanza nella descrizione anche degli altri componenti della famiglia in

cui la parte maschile spiega in maniera molto chiara la psicologia del protagonista, con il fratello

con cui lavora come perito delle assicurazioni. I due iniziano a scontrarsi per queste attenzioni

verso il nipote che rubano un po' di spazio anche al vero padre anche se poi la sceneggiatura sa

essere molto tenera nella ricostituzione di questo rapporto. C'è poi il capostipite, il padre-nonno,

interpretato da uno splendido Luigi Diberti, tutto intento alla costruzione della sua piscina che lo

porta a essere un po' distante dai figli a cui dedica non dedica più molta attenzione.

Uno degli aspetti più interessanti del film però è il racconto della disabilità, diretto e senza

infingimenti nella sua quotidianità, un po' come nel recente Fame d'aria di Giuseppe Bonito dove

c'è un altro padre in crisi. A dimostrazione di come il cinema italiano possa trattare questi temi

senza ricatti o drammatizzazioni. E senza sociologia d'accatto.
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