19/10/2026 - Promozione Pizzeria "Il Rustichetto" Menu Pizza Completo 13,50€ a persona con antipasti vari ed abbondanti, pizza a scelta, dessert, bevanda e coperto, tutto incluso in uno strepitoso prezzo da non perdere. Antipasto: Misto Caldo con patatine, panelle, ...continua a leggere
Diamond Card - Sconti in ristoranti, cinema e shopping a Palermo
Diamond Card è la carta sconti che ti fa risparmiare fino al 50% in ristoranti, cinema, alberghi, farmacie, centri estetica, carburante, shopping e tanto altro! Ottieni subito uno sconto in ristoranti, pizzerie, cinema, teatri e tanto altro a Palermo, Trapani, Agrigento, Messina, Siracusa, Ragusa e Catania.Nuovi convenzionati
Promozioni e Eventi
Menù Pizza completo al Rustichetto a soli 13,50€
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Nuova versione dell'app Diamond Card
06/10/2026 - Abbiamo creato un'app tutta nuova! Vai su Google Play per Android o Play Store per iOS e scarica l'ultima versione per non perderti tutte le novità di Diamond Card
06/10/2026 - Abbiamo creato un'app tutta nuova! Vai su Google Play per Android o Play Store per iOS e scarica l'ultima versione per non perderti tutte le novità di Diamond Card
"Caravaggio" al Teatro Massimo - Biglietti al 50%
19/06/2026 - Offerta Diamond Card per le recite del 25 e 26 giugno 2026 Debutta al Teatro Massimo il balletto "Caravaggio", spettacolo che esplora il genio e il tormento del celebre pittore attraverso un linguaggio intenso e contemporaneo. La coreografia è di ...continua a leggere
19/06/2026 - Offerta Diamond Card per le recite del 25 e 26 giugno 2026 Debutta al Teatro Massimo il balletto "Caravaggio", spettacolo che esplora il genio e il tormento del celebre pittore attraverso un linguaggio intenso e contemporaneo. La coreografia è di ...continua a leggere
Al Teatro Massimo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali" Biglietti al 50%
27/04/2026 - Al Teatro Massimo di Palermo, martedì 28 e giovedì 30 aprile 2026 con tariffe ridotte del 50%, uno dei titoli più esilaranti e dissacranti del repertorio buffo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali," di Gaetano Donizetti. Un'opera che ...continua a leggere
27/04/2026 - Al Teatro Massimo di Palermo, martedì 28 e giovedì 30 aprile 2026 con tariffe ridotte del 50%, uno dei titoli più esilaranti e dissacranti del repertorio buffo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali," di Gaetano Donizetti. Un'opera che ...continua a leggere
Cartone Cialde in omaggio da Regina Carola Caffè
06/02/2026 - Da Regina Carola Caffè ogni 4 cartoni da 80 cialde Pop Caffè Intenso Piacere (Espresso Made in Italy), 1 cartone in omaggio. Singolo cartone da 80 cialde a 11€ invece di 13€. Consegna a domicilio gratuita Regina Carola Caffè Via Dante ...continua a leggere
06/02/2026 - Da Regina Carola Caffè ogni 4 cartoni da 80 cialde Pop Caffè Intenso Piacere (Espresso Made in Italy), 1 cartone in omaggio. Singolo cartone da 80 cialde a 11€ invece di 13€. Consegna a domicilio gratuita Regina Carola Caffè Via Dante ...continua a leggere
Le Palme Atelier da Monnalisa Calzature
22/12/2025 - Le Palme Atelier arriva a Palermo! Ti aspetta nella Boutique Monnalisa Calzature a Piazza Castelnuovo 43, martedì 23 Dicembre 2025 dalle 17 alle 20 per la presentazione dei loro stupendi foulard ispirati all'arte siciliana.
22/12/2025 - Le Palme Atelier arriva a Palermo! Ti aspetta nella Boutique Monnalisa Calzature a Piazza Castelnuovo 43, martedì 23 Dicembre 2025 dalle 17 alle 20 per la presentazione dei loro stupendi foulard ispirati all'arte siciliana.
Rinascente Shopping Day 16 Aprile 2025 - Sconti fino al 30%
15/04/2025 - Mercoledì 16 Aprile 2025 dalle 10:00 alle 21:00 avrà luogo alla Rinascente di Via Roma 289 a Palermo il Rinascente Shopping Day, un evento eccezionale dedicato unicamente ai possessori della Diamond Card! Sconti fino al 30% su nuove collezioni ...continua a leggere
15/04/2025 - Mercoledì 16 Aprile 2025 dalle 10:00 alle 21:00 avrà luogo alla Rinascente di Via Roma 289 a Palermo il Rinascente Shopping Day, un evento eccezionale dedicato unicamente ai possessori della Diamond Card! Sconti fino al 30% su nuove collezioni ...continua a leggere
Diamond Card ti regala un Carnet di Buoni per il Parco Giochi Guadagna
07/02/2025 - Acquista la tua Diamond Card e riceverai un Carnet di Buoni per il Parco Giochi Guadagna! 20 Biglietti per fare divertire i tuoi piccoli in giostre, trenini e gonfiabili.
07/02/2025 - Acquista la tua Diamond Card e riceverai un Carnet di Buoni per il Parco Giochi Guadagna! 20 Biglietti per fare divertire i tuoi piccoli in giostre, trenini e gonfiabili.
Campagna pubblicitaria Diamond Card Autobus Amat
05/11/2024 - Sali a bordo della convenienza! Parte la nuova campagna pubblicitaria Diamond Card su autobus di linea Amat. Per tutto il mese di novembre 2024 potrai vedere in giro per Palermo 15 autobus con la nuova veste grafica Diamond Card. Se li trovi, scatta una foto e taggaci ...continua a leggere
05/11/2024 - Sali a bordo della convenienza! Parte la nuova campagna pubblicitaria Diamond Card su autobus di linea Amat. Per tutto il mese di novembre 2024 potrai vedere in giro per Palermo 15 autobus con la nuova veste grafica Diamond Card. Se li trovi, scatta una foto e taggaci ...continua a leggere
Al cinema
CARO MONDO CRUDELE
Ad Albinia, alle porte di Grosseto, mentre il Novecento sta per finire, la dodicenne Giovanna, "Giovacca" per l'inseparabile Mirko, teme i bulli, detesta la scuola, la stessa dove insegna sua madre Sabrina, e rimpiange il padre morto, con cui dialoga di continuo immaginandolo come un saggio forzuto in un cartone giapponese. D'improvviso, però, Mirko scompare e lei perde ogni riferimento. Il preside e i professori si mobilitano, la polizia inizia le ricerche e le conclude certificando il suicidio del ragazzo. Giovanna, però, non è soddisfatta della ricostruzione: così, tra il casolare dell'amico e la scuola, si reinventa detective contro le verità dei grandi, trovando un'improbabile spalla nella ribelle pluribocciata Ludovica e nella sua combriccola di teppistelli.
Tre anni dopo il successo di Margini, Falsetti torna nella Maremma di fine millennio per un romanzo di formazione sull'elaborazione del lutto, dove i toni da commedia nera sono risciacquati nell'umorismo animato di Zerocalcare.
Già apparso nel primo film, infatti, il fumettista riversa ora il suo immaginario in un contesto narrativo nuovo: le confessioni tra una bambina e il padre morto dentro un anime giapponese sono tra i frangenti migliori di un film consolatorio, egualmente amaro ma sicuramente meno smagliante ed esilarante del precedente.
Da cui il regista conferma vari fedelissimi nel cast tecnico: alla scrittura tornano Tommaso Renzoni e Francesco Turbanti (qui anche professore incompreso e innamorato mammone); alle musiche Giancane, collaboratore anche di Zerocalcare; alla fotografia Alessandro Veridiani (che si concede qualche cartolina campestre al tramonto); alle scenografie Vito Giuseppe Zito. Notevole il suo lavoro nostalgico e storicizzante su ambienti (gli interni della scuola e delle case) e oggetti (i telefoni a gettoni, i primi cellulari, i giornalini porno, i diari e le felpe stinte e slabbrate) che fa risaltare i costumi pop-vintage di Ginevra De Carolis.
Di Margini è identico anche il telaio narrativo (l'impresa trasgressiva di un giovane gruppetto non all'altezza del compito) come l'ambientazione: la campagna maremmana inquadrata ora al tramonto del secolo che considera la grande città come inaccessibile e inospitale (la fuga notturna di Giovanna è da Grosseto verso il paese natio). Un microcosmo fatalista e sonnacchioso, fatto di leggi immutabili e di istituzioni incontestabili ma in crisi; se la famiglia ha perso centralità educativa, la scuola è palcoscenico di bullismo e di regole gerarchiche (le incarna un Sergio Pierattini in versione preside inflessibile).
Una provincia, dunque, come spazio circoscritto, ma dal portato universale per gli amabili tipi umani che vi brulicano (il bidello, il barista, i genitori campagnoli di Mirko, ritratti tutti con affetto) e i giovanissimi che vi vagolano in branco, significando luoghi altrimenti anonimi: il casolare, la cava, la spiaggetta. Incompresi dai grandi (e viceversa), non studiano, s'accendono solo per una squallida, appropriativa iniziazione sessuale. Così, resiste solo il sacro, identificante vincolo dell'amicizia, come bussola spaziale e valore supremo in un ambiente limitante: difatti, quando si spezza, anche la giovane identità in formazione traballa.
Lo sa bene Giovanna, alle prese con un doppio lutto, ma mal servita da battute non irresistibili, da un soggetto né originale né radicale.
Convince Tana Trocchia, anche lei neofita, qui nei panni della bulla dal cuore d'oro e soprattutto Petra Valentini, qui professoressa vedova e madre angosciata. Viene dal (grande) teatro, si è da poco affacciata al cinema con l'auspicio che vi si stabilisca presto: quest'anno figura anche nel cast di È andata così di Zanasi.
Ad Albinia, alle porte di Grosseto, mentre il Novecento sta per finire, la dodicenne Giovanna, "Giovacca" per l'inseparabile Mirko, teme i bulli, detesta la scuola, la stessa dove insegna sua madre Sabrina, e rimpiange il padre morto, con cui dialoga di continuo immaginandolo come un saggio forzuto in un cartone giapponese. D'improvviso, però, Mirko scompare e lei perde ogni riferimento. Il preside e i professori si mobilitano, la polizia inizia le ricerche e le conclude certificando il suicidio del ragazzo. Giovanna, però, non è soddisfatta della ricostruzione: così, tra il casolare dell'amico e la scuola, si reinventa detective contro le verità dei grandi, trovando un'improbabile spalla nella ribelle pluribocciata Ludovica e nella sua combriccola di teppistelli.
Tre anni dopo il successo di Margini, Falsetti torna nella Maremma di fine millennio per un romanzo di formazione sull'elaborazione del lutto, dove i toni da commedia nera sono risciacquati nell'umorismo animato di Zerocalcare.
Già apparso nel primo film, infatti, il fumettista riversa ora il suo immaginario in un contesto narrativo nuovo: le confessioni tra una bambina e il padre morto dentro un anime giapponese sono tra i frangenti migliori di un film consolatorio, egualmente amaro ma sicuramente meno smagliante ed esilarante del precedente.
Da cui il regista conferma vari fedelissimi nel cast tecnico: alla scrittura tornano Tommaso Renzoni e Francesco Turbanti (qui anche professore incompreso e innamorato mammone); alle musiche Giancane, collaboratore anche di Zerocalcare; alla fotografia Alessandro Veridiani (che si concede qualche cartolina campestre al tramonto); alle scenografie Vito Giuseppe Zito. Notevole il suo lavoro nostalgico e storicizzante su ambienti (gli interni della scuola e delle case) e oggetti (i telefoni a gettoni, i primi cellulari, i giornalini porno, i diari e le felpe stinte e slabbrate) che fa risaltare i costumi pop-vintage di Ginevra De Carolis.
Di Margini è identico anche il telaio narrativo (l'impresa trasgressiva di un giovane gruppetto non all'altezza del compito) come l'ambientazione: la campagna maremmana inquadrata ora al tramonto del secolo che considera la grande città come inaccessibile e inospitale (la fuga notturna di Giovanna è da Grosseto verso il paese natio). Un microcosmo fatalista e sonnacchioso, fatto di leggi immutabili e di istituzioni incontestabili ma in crisi; se la famiglia ha perso centralità educativa, la scuola è palcoscenico di bullismo e di regole gerarchiche (le incarna un Sergio Pierattini in versione preside inflessibile).
Una provincia, dunque, come spazio circoscritto, ma dal portato universale per gli amabili tipi umani che vi brulicano (il bidello, il barista, i genitori campagnoli di Mirko, ritratti tutti con affetto) e i giovanissimi che vi vagolano in branco, significando luoghi altrimenti anonimi: il casolare, la cava, la spiaggetta. Incompresi dai grandi (e viceversa), non studiano, s'accendono solo per una squallida, appropriativa iniziazione sessuale. Così, resiste solo il sacro, identificante vincolo dell'amicizia, come bussola spaziale e valore supremo in un ambiente limitante: difatti, quando si spezza, anche la giovane identità in formazione traballa.
Lo sa bene Giovanna, alle prese con un doppio lutto, ma mal servita da battute non irresistibili, da un soggetto né originale né radicale.
Convince Tana Trocchia, anche lei neofita, qui nei panni della bulla dal cuore d'oro e soprattutto Petra Valentini, qui professoressa vedova e madre angosciata. Viene dal (grande) teatro, si è da poco affacciata al cinema con l'auspicio che vi si stabilisca presto: quest'anno figura anche nel cast di È andata così di Zanasi.
CLAYFACE
Una creatura mutaforma fatta di argilla magica infesta Gotham City, alternandosi tra il ruolo di antagonista e quello di alleato di Batman. Nel corso degli anni, diverse figure tragiche hanno indossato il mantello di Clayface.
Una creatura mutaforma fatta di argilla magica infesta Gotham City, alternandosi tra il ruolo di antagonista e quello di alleato di Batman. Nel corso degli anni, diverse figure tragiche hanno indossato il mantello di Clayface.
IT ENDS
James, Fisher, Tyler e Day, giovani americani rispettivamente uno di origini coreane, due bianchi e una afroamericana, sono amici che non si frequentano più così assiduamente come una volta. Tyler, che è stato anche nell'esercito, li ha raccolti per un viaggio insieme sulla sua auto. Dopo aver imboccato la strada indicata dal navigatore per raggiungere l'autostrada, le cose prendono però una sinistra piega. Non solo non c'è traccia dell'ulteriore svolta che dovrebbero prendere, ma quando si fermano vengono aggrediti da una folla di disperati, che vuole prendere la loro auto. Fuggono solo per realizzare di essere su una strada che pare senza fine, di certo senza uscite laterali, e ogni volta che si fermano hanno solo poco tempo prima di essere nuovamente assaliti. In compenso l'auto non consuma benzina, non si usura e loro non sentono stanchezza, né fame, né altri bisogni, tanto da chiedersi se sono ancora vivi e cosa abbiano mai fatto per finire in questa sorta di inferno.
It Ends, l'interessante opera prima del giovane Alexander Ullom, ha attraversato diverse vicissitudini prima di arrivare alla meritata distribuzione sulla scia di Backrooms.
Presentato al festival di Austin SXSW e poi in Europa arrivato anche a Sitges, il film datato 2025 era scomparso come avesse imboccato a sua volta una strada senza uscita. Invece ecco che Letterboxd, il social cinefilo, ha deciso lo scorso anno di lanciare un servizio di Video On Demand con singoli acquisti detto Letterboxd Video Store. It Ends era tra i primi titoli annunciati l'8 dicembre 2025 e, solo 10 giorni, dopo il distributore NEON ha annunciato di averne acquisito i diritti. Dopo un'uscita americana apprezzata dalla critica il film arriva così anche nelle sale italiane, dove sembrerà al pubblico una versione on the road di Backrooms anche se lo precede. O meglio precede il film di Kane Parsons, ma Ullom dichiara di essersi ispirato alla serie pubblicata da Parsons su YouTube, quindi si può dire che ne sia comunque figlio.
I quattro giovani, che attraversano uno spazio liminale e si ritrovano in un luogo senza senso, metafisico e infinito come le "stanze sul retro". Non si dividono come negli horror di routine per essere ammazzati uno a uno e anzi condividono uno stato di intimità forzata e prolungata. Viaggeranno infatti insieme per un tempo così lungo da percorrere più e più volte la circonferenza terrestre, addirittura il chilometraggio arriverà a superare quello di un viaggio sulla Luna e ritorno. Chiusi nell'abitacolo, in un luogo che se non è l'inferno è per lo meno un limbo, vivono una situazione simile a quella dei tre protagonisti di "A porte chiuse" di Sartre, e infatti come loro manifestano insofferenza verso il prossimo. In realtà però la morale è esattamente opposta e il film, dopo un tetro crescendo di angoscia, trova un finale beffardo.
Lo spettatore potrebbe facilmente sentirsi preso in giro e di certo Ullom si dev'essere fatto qualche risata mentre giocava a spiazzare le aspettative, ma c'è anche un senso più profondo ossia che l'ossessione per arrivare alla meta ci priva del piacere di trascorrere il tempo con gli altri. Ullom del resto riconduce il soggetto del film a un episodio personale, raccontando di aver attraversato un lungo periodo di depressione per uscirne solo quando un amico gli ha fatto una di quelle domande facete che tanto piacciono ai teenager maschi americani: chi vincerebbe in un combattimento tra un grizzly e un gorilla? Del resto la situazione creata dal film è troppo assurda perché possa ricevere qualsiasi spiegazione sensata, dunque va bene così, che la tensione si sciolga in poco, perché a volte basta davvero poco.
James, Fisher, Tyler e Day, giovani americani rispettivamente uno di origini coreane, due bianchi e una afroamericana, sono amici che non si frequentano più così assiduamente come una volta. Tyler, che è stato anche nell'esercito, li ha raccolti per un viaggio insieme sulla sua auto. Dopo aver imboccato la strada indicata dal navigatore per raggiungere l'autostrada, le cose prendono però una sinistra piega. Non solo non c'è traccia dell'ulteriore svolta che dovrebbero prendere, ma quando si fermano vengono aggrediti da una folla di disperati, che vuole prendere la loro auto. Fuggono solo per realizzare di essere su una strada che pare senza fine, di certo senza uscite laterali, e ogni volta che si fermano hanno solo poco tempo prima di essere nuovamente assaliti. In compenso l'auto non consuma benzina, non si usura e loro non sentono stanchezza, né fame, né altri bisogni, tanto da chiedersi se sono ancora vivi e cosa abbiano mai fatto per finire in questa sorta di inferno.
It Ends, l'interessante opera prima del giovane Alexander Ullom, ha attraversato diverse vicissitudini prima di arrivare alla meritata distribuzione sulla scia di Backrooms.
Presentato al festival di Austin SXSW e poi in Europa arrivato anche a Sitges, il film datato 2025 era scomparso come avesse imboccato a sua volta una strada senza uscita. Invece ecco che Letterboxd, il social cinefilo, ha deciso lo scorso anno di lanciare un servizio di Video On Demand con singoli acquisti detto Letterboxd Video Store. It Ends era tra i primi titoli annunciati l'8 dicembre 2025 e, solo 10 giorni, dopo il distributore NEON ha annunciato di averne acquisito i diritti. Dopo un'uscita americana apprezzata dalla critica il film arriva così anche nelle sale italiane, dove sembrerà al pubblico una versione on the road di Backrooms anche se lo precede. O meglio precede il film di Kane Parsons, ma Ullom dichiara di essersi ispirato alla serie pubblicata da Parsons su YouTube, quindi si può dire che ne sia comunque figlio.
I quattro giovani, che attraversano uno spazio liminale e si ritrovano in un luogo senza senso, metafisico e infinito come le "stanze sul retro". Non si dividono come negli horror di routine per essere ammazzati uno a uno e anzi condividono uno stato di intimità forzata e prolungata. Viaggeranno infatti insieme per un tempo così lungo da percorrere più e più volte la circonferenza terrestre, addirittura il chilometraggio arriverà a superare quello di un viaggio sulla Luna e ritorno. Chiusi nell'abitacolo, in un luogo che se non è l'inferno è per lo meno un limbo, vivono una situazione simile a quella dei tre protagonisti di "A porte chiuse" di Sartre, e infatti come loro manifestano insofferenza verso il prossimo. In realtà però la morale è esattamente opposta e il film, dopo un tetro crescendo di angoscia, trova un finale beffardo.
Lo spettatore potrebbe facilmente sentirsi preso in giro e di certo Ullom si dev'essere fatto qualche risata mentre giocava a spiazzare le aspettative, ma c'è anche un senso più profondo ossia che l'ossessione per arrivare alla meta ci priva del piacere di trascorrere il tempo con gli altri. Ullom del resto riconduce il soggetto del film a un episodio personale, raccontando di aver attraversato un lungo periodo di depressione per uscirne solo quando un amico gli ha fatto una di quelle domande facete che tanto piacciono ai teenager maschi americani: chi vincerebbe in un combattimento tra un grizzly e un gorilla? Del resto la situazione creata dal film è troppo assurda perché possa ricevere qualsiasi spiegazione sensata, dunque va bene così, che la tensione si sciolga in poco, perché a volte basta davvero poco.
JE SO' PAZZO
Un lavoro capace di restituire le luci e le ombre di un'anima ribelle: quella di Pino Daniele. Un viaggio cinematografico che ripercorre gli anni difficili nei vicoli di Napoli, fino al trionfo artistico che lo ha reso una leggenda.
Un lavoro capace di restituire le luci e le ombre di un'anima ribelle: quella di Pino Daniele. Un viaggio cinematografico che ripercorre gli anni difficili nei vicoli di Napoli, fino al trionfo artistico che lo ha reso una leggenda.
KLARA E IL SOLE
In una città futuristica e inquinata Klara, un androide, trascorre le sue giornate esposta nella vetrina di un negozio gestito dalla Direttrice. Osserva il mondo esterno e parla col Sole, la sua fonte di energia vitale. È chiamata AA (Amica Artificiale), fa parte di un modello chiamato B1 ormai fuori promozione e desidera essere comprata da qualcuno con cui poter stringere un legame profondo. L'occasione arriva quando il suo sguardo si incrocia con Josie, una ragazzina affetta da una misteriosa malattia causata dal suo 'potenziamento genetico' che ha un rapporto conflittuale con la madre Chrissie e la cui vita è stata già segnata da un grave lutto familiare. Tra loro scatta un'immediata affinità. Così Klara, malgrado le perplessità di Chrissie, viene acquistata, imballata e portata nella loro casa di campagna. Accolta con ostilità dalla governante, conosce anche Rick, vicino di casa e fidanzato di Josie che è esperto di robotica. Nonostante le difficoltà iniziali, l'AA inizia a integrarsi gradualmente e arriva a compiere un pericoloso viaggio per cercare di salvare la vita alla sua amica e tenere unita una famiglia che è sul punto di crollare.
La figura mutante di Jenna Ortega è già stata plasmata da Tim Burton nella serie Netflix Mercoledì. In Klara, più che quel personaggio, si porta dietro parte dell'universo del cineasta statunitense. È una figura isolata e sognatrice, "troppo simile agli umani e troppo empatica" (secondo la definizione del modello androide B1). Probabilmente potrebbe essere anche parte della reincarnazione femminile di Edward mani di forbice; anche lei viene ospitata in una famiglia e desidera un'esistenza umana. Ha anche addosso poi degli elementi sepolcrali sempre appartenenti all'universo burtoniano; per la spedizione dopo l'acquisto viene imballata e quello scatolone è quasi a forma di bara e rappresenta per lei sempre una minaccia anche quando è arrivata a casa di Josie; se le cose non funzionano, torna indietro. L'attrice gioca abilmente su questo dualismo androide/umano ed è all'altezza delle interpretazioni, per esempio, di Robin Williams in L'uomo bicentenario di Chris Columbus e Haley Joel Osment in A.I. - Intelligenza artificiale di Steven Spielberg. Ma è l'unico elemento che funziona del nuovo film di Taika Waititi, un alieno in un film che appiattisce e banalizza la profondità filosofica del romanzo di Kazuo Ishiguro da cui è tratto. Lo sguardo di Klara sul mondo sembra avere quell'innocenza, poi perduta del protagonista di JoJo Rabbit. Al posto del nazismo c'è futuro distopico dove la tecnologia regola i rapporti tra classi sociali ma stavolta il cineasta non riesce a usare lo stravagante umorismo come punto di rottura.
Waititi cerca di imporre a forza la sua firma e invece di umanizzare Klara finisce per fare il contrario, disumanizzare invece Josie, Rick, la madre Chrissy e la figura dello spaventapasseri, sprecando una scena importante del film che è quella in cui la protagonista cerca di aiutarlo a liberarsi dal filo spinato. Klara e il sole potrebbe essere da una parte la versione autoriale dei due Thor (Ragnarok e Love and Thunder) del regista e dall'altra il tentativo da parte di Waititi di realizzare un film che combina la sua stravagante eccentricità con il dramma strappalacrime. Lo sguardo del cineasta neozelandese è un po' come quello della protagonista che nelle sue soggettive non riesce a mettere a fuoco quello che ha davanti. Si smaterializza soprattutto il lavoro sul corpo e sulla voce (le imitazioni di Klara) dove si perde tutta la magia tra desiderio e quel legame con il Sole mostrato più come un'ipnosi e preghiera ("Hello Sun. Thank you" all'inizio del film) che come una carica vitale. Klara e il sole punta a un'estetica edulcorata ed esplora in maniera superficiale la tematica ambientalista, il consumismo e la disumanizzazione tecnologica come se fosse uno spot della Atlas Brookings, la prestigiosa università che rappresenta il massimo traguardo per i ragazzi potenziati geneticamente. Ma soprattutto ha tagliato le gambe al rapporto tra Klara e Josie e non ha valorizzato la presenza di Amy Adams togliendo profondità alla sua vulnerabilità. Il punto più basso della già incostante filmografia del regista.
In una città futuristica e inquinata Klara, un androide, trascorre le sue giornate esposta nella vetrina di un negozio gestito dalla Direttrice. Osserva il mondo esterno e parla col Sole, la sua fonte di energia vitale. È chiamata AA (Amica Artificiale), fa parte di un modello chiamato B1 ormai fuori promozione e desidera essere comprata da qualcuno con cui poter stringere un legame profondo. L'occasione arriva quando il suo sguardo si incrocia con Josie, una ragazzina affetta da una misteriosa malattia causata dal suo 'potenziamento genetico' che ha un rapporto conflittuale con la madre Chrissie e la cui vita è stata già segnata da un grave lutto familiare. Tra loro scatta un'immediata affinità. Così Klara, malgrado le perplessità di Chrissie, viene acquistata, imballata e portata nella loro casa di campagna. Accolta con ostilità dalla governante, conosce anche Rick, vicino di casa e fidanzato di Josie che è esperto di robotica. Nonostante le difficoltà iniziali, l'AA inizia a integrarsi gradualmente e arriva a compiere un pericoloso viaggio per cercare di salvare la vita alla sua amica e tenere unita una famiglia che è sul punto di crollare.
La figura mutante di Jenna Ortega è già stata plasmata da Tim Burton nella serie Netflix Mercoledì. In Klara, più che quel personaggio, si porta dietro parte dell'universo del cineasta statunitense. È una figura isolata e sognatrice, "troppo simile agli umani e troppo empatica" (secondo la definizione del modello androide B1). Probabilmente potrebbe essere anche parte della reincarnazione femminile di Edward mani di forbice; anche lei viene ospitata in una famiglia e desidera un'esistenza umana. Ha anche addosso poi degli elementi sepolcrali sempre appartenenti all'universo burtoniano; per la spedizione dopo l'acquisto viene imballata e quello scatolone è quasi a forma di bara e rappresenta per lei sempre una minaccia anche quando è arrivata a casa di Josie; se le cose non funzionano, torna indietro. L'attrice gioca abilmente su questo dualismo androide/umano ed è all'altezza delle interpretazioni, per esempio, di Robin Williams in L'uomo bicentenario di Chris Columbus e Haley Joel Osment in A.I. - Intelligenza artificiale di Steven Spielberg. Ma è l'unico elemento che funziona del nuovo film di Taika Waititi, un alieno in un film che appiattisce e banalizza la profondità filosofica del romanzo di Kazuo Ishiguro da cui è tratto. Lo sguardo di Klara sul mondo sembra avere quell'innocenza, poi perduta del protagonista di JoJo Rabbit. Al posto del nazismo c'è futuro distopico dove la tecnologia regola i rapporti tra classi sociali ma stavolta il cineasta non riesce a usare lo stravagante umorismo come punto di rottura.
Waititi cerca di imporre a forza la sua firma e invece di umanizzare Klara finisce per fare il contrario, disumanizzare invece Josie, Rick, la madre Chrissy e la figura dello spaventapasseri, sprecando una scena importante del film che è quella in cui la protagonista cerca di aiutarlo a liberarsi dal filo spinato. Klara e il sole potrebbe essere da una parte la versione autoriale dei due Thor (Ragnarok e Love and Thunder) del regista e dall'altra il tentativo da parte di Waititi di realizzare un film che combina la sua stravagante eccentricità con il dramma strappalacrime. Lo sguardo del cineasta neozelandese è un po' come quello della protagonista che nelle sue soggettive non riesce a mettere a fuoco quello che ha davanti. Si smaterializza soprattutto il lavoro sul corpo e sulla voce (le imitazioni di Klara) dove si perde tutta la magia tra desiderio e quel legame con il Sole mostrato più come un'ipnosi e preghiera ("Hello Sun. Thank you" all'inizio del film) che come una carica vitale. Klara e il sole punta a un'estetica edulcorata ed esplora in maniera superficiale la tematica ambientalista, il consumismo e la disumanizzazione tecnologica come se fosse uno spot della Atlas Brookings, la prestigiosa università che rappresenta il massimo traguardo per i ragazzi potenziati geneticamente. Ma soprattutto ha tagliato le gambe al rapporto tra Klara e Josie e non ha valorizzato la presenza di Amy Adams togliendo profondità alla sua vulnerabilità. Il punto più basso della già incostante filmografia del regista.
L'ASSURDA STORIA DELLA GIALAPPA'S BAND
"Ora io a questi piccoli ma piccole uomini e a Japas Benz... che è il momento che la finiscono!". Sono le parole di Mago Gabriel che 'minacciava' a suo modo i tre creatori della Gialappa's Band, Carlo Taranto, Marco Santin e Giorgio Gherarducci. Il loro incontro è avvenuto nel 1985 nella trasmissione "Bar Sport" in onda sulle frequenze di Radio Popolare e il nome del gruppo, "Gialappa", deriva da una pianta floreale messicana da cui si estrae un lassativo per i cavalli. Dagli anni Novanta la Gialappa's ha creato trasmissioni che hanno fatto epoca tra cui Mai Dire Banzai, Mai Dire Gol e Mai Dire Tv dove, con la voce-off, commentava, smontava e ridicolizzava filmati di ogni tipo come, per esempio, i programmi della tv giapponese, gli errori e le interviste assurde dei calciatori e degli allenatori e i personaggi più bizzarri delle tv locali. Tra i pilastri storici di questi format innovativi ci sono stati nel corso degli anni, tra gli altri, Teo Teocoli, Aldo, Giovanni e Giacomo, Antonio Albanese, Fabio De Luigi, Paola Cortellesi, Marcello Cesena, Gene Gnocchi, Claudio Bisio, Luciana Littizzetto, Simona Ventura, Alessia Marcuzzi, Claudio Lippi, Gioele Dix, Paolo Hendel, Ellen Hidding, Neri Marcore', Francesco Paolantoni e Michele Foresta in arte Mago Forest.
Ed è proprio su Mago Forest che si apre il nuovo documentario diretto da Walter Veltroni. Sembra il set di un nuovo format dei Gialappi e Forest crede che si debba girare un film su di lui presentando il suo impeccabile curriculum. Invece da qui comincia L'assurda storia della Gialappa's Band, che indaga dichiaratamente, dalle didascalie iniziali, quarant'anni di storia nazionale e racconta come sono cambiati gli italiani. Attraverso i racconti di Taranto, Santin e Gherarducci riaffiorano alcuni degli sketch più famosi, i personaggi maggiormente presi di mira (il mister Giovanni Trapattoni o il giornalista di Telelombardia Mauro Suma), le immagini iconiche calcistiche (i gol divorati dal calciatore del Milan Luther Blissett, la celebre immagine della partita de Mondiali di calcio in Germania nel 1974 quando un difensore dello Zaire, durante una punizione per il Brasile che era già avanti 3-0, scatta all'improvviso fuori dalla barriera e calcia il pallone lontano a centrocampo prima ancora del fischio dell'arbitro). E poi emergono alcune delle loro creazioni rimaste nella Storia: il giornalista sportivo napoletano Felice Caccamo (Teo Teocoli) con giacca azzurra e cravatta improbabile che si rivolgeva a Taranto chiamandolo il signor Carlo; Tafazzi (Giacomo Poretti) che in calzamaglia nera e un enorme sospensorio di plastica saltellava colpendosi l'inguine con una bottiglia di plastica; Frengo e Stop (Antonio Albanese) il ballerino e telecronista dalle movenze ipnotiche; Carcarlo Pravettoni (Paolo Hendel) lo spietato e cinico industriale della "Carter & Carter". E ancora: Nico il sardo (Giovanni Storti), Rolando (Aldo Baglio), Medioman (Fabio De Luigi), Lolita (Luciana Littizzetto) e Sharon e la bambola "Magica Trippy" (Paola Cortellesi). Infine, le imitazioni dove ritorna nel film quella esilarante di Alberto Tomba da parte di Gioele Dix.
Il tono è colloquiale, anzi amichevole. L'atteggiamento di Veltroni è quello dei fedeli appassionati dei programmi dei Gialappi già dalla prima ora. Un po' sul filo della memoria, un po' sul filo della nostalgia, come era emerso in alcuni suoi precedenti lavori come, per esempio, Quando c'era Berlinguer oppure È stato tutto bello - Storia di Paolino e Pablito sul campione di calcio Paolo Rossi. Forse è proprio questo atteggiamento che impedisce a L'assurda storia della Gialappa's Band di andare più a fondo nel momento in cui emergono le fratture come quella con Teo Teocoli che viene, sì raccontata, ma ormai con un distacco rasserenato. O cercare di capire perché Carlo Taranto ha lasciare il trio. Non viene inoltre neanche citato Mai dire Grande Fratello che invece è stata una delle trasmissioni cult dei Gialappi nato in concomitanza con il reality nel 2000 e poi manca la presenza di Gene Gnocchi, probabilmente perché non ha voluto partecipare al programma dopo la rottura nel 1993 ma è fuori di dubbio che è stato una presenza fondamentale nella storia della trasmissione. Potevano inoltre esserci meno interviste, spesso ripetitive, e più immagini, anche d'archivio o che hanno reso celebri alcune puntate. Invece il documentario resta troppo dispersivo con il tocco cinefilo (Il circo di Chaplin) che va a cercare quel sentimentalismo di cui non sembra esserci bisogno. Resta una carrellata nella memoria ma niente di più. Tra l'altro appare piuttosto impermeabile alle generazioni più giovani che non conoscono il trio. L'assurda storia della Gialappa's Band resta così, prevalentemente, un raduno generazionale. Solo per chi c'era.
"Ora io a questi piccoli ma piccole uomini e a Japas Benz... che è il momento che la finiscono!". Sono le parole di Mago Gabriel che 'minacciava' a suo modo i tre creatori della Gialappa's Band, Carlo Taranto, Marco Santin e Giorgio Gherarducci. Il loro incontro è avvenuto nel 1985 nella trasmissione "Bar Sport" in onda sulle frequenze di Radio Popolare e il nome del gruppo, "Gialappa", deriva da una pianta floreale messicana da cui si estrae un lassativo per i cavalli. Dagli anni Novanta la Gialappa's ha creato trasmissioni che hanno fatto epoca tra cui Mai Dire Banzai, Mai Dire Gol e Mai Dire Tv dove, con la voce-off, commentava, smontava e ridicolizzava filmati di ogni tipo come, per esempio, i programmi della tv giapponese, gli errori e le interviste assurde dei calciatori e degli allenatori e i personaggi più bizzarri delle tv locali. Tra i pilastri storici di questi format innovativi ci sono stati nel corso degli anni, tra gli altri, Teo Teocoli, Aldo, Giovanni e Giacomo, Antonio Albanese, Fabio De Luigi, Paola Cortellesi, Marcello Cesena, Gene Gnocchi, Claudio Bisio, Luciana Littizzetto, Simona Ventura, Alessia Marcuzzi, Claudio Lippi, Gioele Dix, Paolo Hendel, Ellen Hidding, Neri Marcore', Francesco Paolantoni e Michele Foresta in arte Mago Forest.
Ed è proprio su Mago Forest che si apre il nuovo documentario diretto da Walter Veltroni. Sembra il set di un nuovo format dei Gialappi e Forest crede che si debba girare un film su di lui presentando il suo impeccabile curriculum. Invece da qui comincia L'assurda storia della Gialappa's Band, che indaga dichiaratamente, dalle didascalie iniziali, quarant'anni di storia nazionale e racconta come sono cambiati gli italiani. Attraverso i racconti di Taranto, Santin e Gherarducci riaffiorano alcuni degli sketch più famosi, i personaggi maggiormente presi di mira (il mister Giovanni Trapattoni o il giornalista di Telelombardia Mauro Suma), le immagini iconiche calcistiche (i gol divorati dal calciatore del Milan Luther Blissett, la celebre immagine della partita de Mondiali di calcio in Germania nel 1974 quando un difensore dello Zaire, durante una punizione per il Brasile che era già avanti 3-0, scatta all'improvviso fuori dalla barriera e calcia il pallone lontano a centrocampo prima ancora del fischio dell'arbitro). E poi emergono alcune delle loro creazioni rimaste nella Storia: il giornalista sportivo napoletano Felice Caccamo (Teo Teocoli) con giacca azzurra e cravatta improbabile che si rivolgeva a Taranto chiamandolo il signor Carlo; Tafazzi (Giacomo Poretti) che in calzamaglia nera e un enorme sospensorio di plastica saltellava colpendosi l'inguine con una bottiglia di plastica; Frengo e Stop (Antonio Albanese) il ballerino e telecronista dalle movenze ipnotiche; Carcarlo Pravettoni (Paolo Hendel) lo spietato e cinico industriale della "Carter & Carter". E ancora: Nico il sardo (Giovanni Storti), Rolando (Aldo Baglio), Medioman (Fabio De Luigi), Lolita (Luciana Littizzetto) e Sharon e la bambola "Magica Trippy" (Paola Cortellesi). Infine, le imitazioni dove ritorna nel film quella esilarante di Alberto Tomba da parte di Gioele Dix.
Il tono è colloquiale, anzi amichevole. L'atteggiamento di Veltroni è quello dei fedeli appassionati dei programmi dei Gialappi già dalla prima ora. Un po' sul filo della memoria, un po' sul filo della nostalgia, come era emerso in alcuni suoi precedenti lavori come, per esempio, Quando c'era Berlinguer oppure È stato tutto bello - Storia di Paolino e Pablito sul campione di calcio Paolo Rossi. Forse è proprio questo atteggiamento che impedisce a L'assurda storia della Gialappa's Band di andare più a fondo nel momento in cui emergono le fratture come quella con Teo Teocoli che viene, sì raccontata, ma ormai con un distacco rasserenato. O cercare di capire perché Carlo Taranto ha lasciare il trio. Non viene inoltre neanche citato Mai dire Grande Fratello che invece è stata una delle trasmissioni cult dei Gialappi nato in concomitanza con il reality nel 2000 e poi manca la presenza di Gene Gnocchi, probabilmente perché non ha voluto partecipare al programma dopo la rottura nel 1993 ma è fuori di dubbio che è stato una presenza fondamentale nella storia della trasmissione. Potevano inoltre esserci meno interviste, spesso ripetitive, e più immagini, anche d'archivio o che hanno reso celebri alcune puntate. Invece il documentario resta troppo dispersivo con il tocco cinefilo (Il circo di Chaplin) che va a cercare quel sentimentalismo di cui non sembra esserci bisogno. Resta una carrellata nella memoria ma niente di più. Tra l'altro appare piuttosto impermeabile alle generazioni più giovani che non conoscono il trio. L'assurda storia della Gialappa's Band resta così, prevalentemente, un raduno generazionale. Solo per chi c'era.
LA CITTÀ DEI VIVI
In una Roma di periferia, Luca ha ventitré anni ma è ancora alle prese con la scuola serale per prendere il diploma, oltre ad aiutare il padre accompagnandolo sul furgone con cui lavora. Tra la ricerca di un impiego più solido e la reticenza allo studio, il giovane non ha ancora chiaro cosa fare della sua vita anche se pianifica il futuro con la fidanzata Marta Gaia, che è di casa nell'appartamento in cui Luca vive con i genitori. Bisognoso di soldi, una nuova conoscenza lo introduce a un giro di feste altolocate che sembrano promettere guadagno con poco sforzo, ma le circostanze trasformeranno la storia in insensata tragedia.
Un delitto atroce che aveva fatto scalpore nel 2016 riaffiora nella quinta opera di Edoardo Gabbriellini, attore poi diventato regista che qui adatta l'omonimo romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia. Il tipo di adattamento è forse inaspettato per chi conosce la vicenda, ma attraverso le ottime interpretazioni di Mastandrea e del protagonista Emanuele Maria Di Stefano trova un suo spazio originale.
Se Lagioia, nei suoi vari punti di contatto con l'omicidio di Luca Varani (reportage, romanzo, podcast e ora soggetto del film) parla a un certo punto di una "malvagità dei luoghi", Gabbriellini fa di tutto per esorcizzarla, per opporre invece una semplicità limpida e comprensibile alle parti di quella vicenda che più sono assurde e oscene. Con pudore danza attorno alla violenza, e si direbbe quasi che la riempie di vuoti: quelle inquadrature di stanze senza persone - nelle case dove si è cresciuti, dove si sogna di abitare, e perfino dove si spargerà del sangue - o in quegli autobus che attraversano Roma e sono belli perché non c'è mai nessuno, e in quei bicchieri che ritornano spesso e "sono fatti per rompersi".
Così facendo prende in esame soltanto Luca e il suo universo affettivo, il rapporto schietto con i genitori e quello fisiologicamente appena più complicato con la fidanzata (li vediamo lasciarsi brevemente e poi tornare subito insieme e immaginare un nido domestico sotto un cavalcavia romano). Le contemporanee traiettorie dei due ragazzi che si macchieranno del delitto, e la casualità crudele che li porta non solo a incrociare il cammino di Luca ma anche quello reciproco, sono relegate al fuoricampo se non per qualche piccolo accenno.
È una scelta programmatica, per trattare la storia senza scabrosi sensazionalismi, e che quindi rifiuta di addentrarsi nel valore simbolico degli eventi come grande tessitura sociologica sulla "Roma marcia" di questo deprimente inizio secolo. Il prezzo da pagare, per Gabbriellini, è che il suo film ha una minore specificità - forse perfino una minore rilevanza - perché diventa un po' più universale come straziante tentativo di rispondere all'orrore con un controcampo di umanità.
Ciò lo rende filmicamente interessante come complemento agli ampi materiali d'origine di Lagioia, che in questa epoca di mania per il true crime rimangono senza dubbio il testo primario. Molti dei dettagli però prendono vita e senso quando sono traslati nell'immagine, come l'incipit che torna al momento dell'adozione di Luca e alla scelta che i genitori dovettero fare tra tre neonati, commentando dolcemente sulla natura dell'amore e di nuovo sull'idea di una serie infinita di casualità che prima di finire in tragedia lasciano molto di bello e di tangibile.
Lo stesso avviene passando dall'incipit al finale, in cui Gabbriellini mostra tutta la sensibilità registica che ricordavamo da Holiday e Padroni di casa, ritagliando momenti che restano sospesi: in una conversazione sull'autobus tra Luca e una ex compagna di scuola, o in una telefonata tra la fidanzata e un vecchio amico. Se il film ci risparmia la violenza più efferata, attraverso dialoghi del genere ci mette comunque di fronte a una realtà estesa fatta di connessioni sociali recise, e di giovani adulti privi di qualunque rete di supporto che rifiutano sia lo studio che il lavoro. In questo trova una prossimità con il contemporaneo Ketticè di Tortorici, spietata dissezione di una generazione di liceali del 2012, che poi sarebbero diventati più o meno i ventenni di Gabbriellini.
Da quella Palermo a questa Roma però la strada è impervia e lo sguardo diverso. È una capitale di lunghe distanze quelle su cui Luca cerca lavoro e identità: da La Storta e Valle Aurelia fino a Pietralata, sull'intero arco nord di un luogo immenso e freddo. Ci sarà poi, tutto a est, quell'appartamento all'inizio di Via Igino Giordani, sull'ingresso per Colli Aniene. Ma qui Gabriellini non si ferma più del necessario, preferendo tornare dalla famiglia di Luca per un epilogo che sa di understatement e misura umana.
In una Roma di periferia, Luca ha ventitré anni ma è ancora alle prese con la scuola serale per prendere il diploma, oltre ad aiutare il padre accompagnandolo sul furgone con cui lavora. Tra la ricerca di un impiego più solido e la reticenza allo studio, il giovane non ha ancora chiaro cosa fare della sua vita anche se pianifica il futuro con la fidanzata Marta Gaia, che è di casa nell'appartamento in cui Luca vive con i genitori. Bisognoso di soldi, una nuova conoscenza lo introduce a un giro di feste altolocate che sembrano promettere guadagno con poco sforzo, ma le circostanze trasformeranno la storia in insensata tragedia.
Un delitto atroce che aveva fatto scalpore nel 2016 riaffiora nella quinta opera di Edoardo Gabbriellini, attore poi diventato regista che qui adatta l'omonimo romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia. Il tipo di adattamento è forse inaspettato per chi conosce la vicenda, ma attraverso le ottime interpretazioni di Mastandrea e del protagonista Emanuele Maria Di Stefano trova un suo spazio originale.
Se Lagioia, nei suoi vari punti di contatto con l'omicidio di Luca Varani (reportage, romanzo, podcast e ora soggetto del film) parla a un certo punto di una "malvagità dei luoghi", Gabbriellini fa di tutto per esorcizzarla, per opporre invece una semplicità limpida e comprensibile alle parti di quella vicenda che più sono assurde e oscene. Con pudore danza attorno alla violenza, e si direbbe quasi che la riempie di vuoti: quelle inquadrature di stanze senza persone - nelle case dove si è cresciuti, dove si sogna di abitare, e perfino dove si spargerà del sangue - o in quegli autobus che attraversano Roma e sono belli perché non c'è mai nessuno, e in quei bicchieri che ritornano spesso e "sono fatti per rompersi".
Così facendo prende in esame soltanto Luca e il suo universo affettivo, il rapporto schietto con i genitori e quello fisiologicamente appena più complicato con la fidanzata (li vediamo lasciarsi brevemente e poi tornare subito insieme e immaginare un nido domestico sotto un cavalcavia romano). Le contemporanee traiettorie dei due ragazzi che si macchieranno del delitto, e la casualità crudele che li porta non solo a incrociare il cammino di Luca ma anche quello reciproco, sono relegate al fuoricampo se non per qualche piccolo accenno.
È una scelta programmatica, per trattare la storia senza scabrosi sensazionalismi, e che quindi rifiuta di addentrarsi nel valore simbolico degli eventi come grande tessitura sociologica sulla "Roma marcia" di questo deprimente inizio secolo. Il prezzo da pagare, per Gabbriellini, è che il suo film ha una minore specificità - forse perfino una minore rilevanza - perché diventa un po' più universale come straziante tentativo di rispondere all'orrore con un controcampo di umanità.
Ciò lo rende filmicamente interessante come complemento agli ampi materiali d'origine di Lagioia, che in questa epoca di mania per il true crime rimangono senza dubbio il testo primario. Molti dei dettagli però prendono vita e senso quando sono traslati nell'immagine, come l'incipit che torna al momento dell'adozione di Luca e alla scelta che i genitori dovettero fare tra tre neonati, commentando dolcemente sulla natura dell'amore e di nuovo sull'idea di una serie infinita di casualità che prima di finire in tragedia lasciano molto di bello e di tangibile.
Lo stesso avviene passando dall'incipit al finale, in cui Gabbriellini mostra tutta la sensibilità registica che ricordavamo da Holiday e Padroni di casa, ritagliando momenti che restano sospesi: in una conversazione sull'autobus tra Luca e una ex compagna di scuola, o in una telefonata tra la fidanzata e un vecchio amico. Se il film ci risparmia la violenza più efferata, attraverso dialoghi del genere ci mette comunque di fronte a una realtà estesa fatta di connessioni sociali recise, e di giovani adulti privi di qualunque rete di supporto che rifiutano sia lo studio che il lavoro. In questo trova una prossimità con il contemporaneo Ketticè di Tortorici, spietata dissezione di una generazione di liceali del 2012, che poi sarebbero diventati più o meno i ventenni di Gabbriellini.
Da quella Palermo a questa Roma però la strada è impervia e lo sguardo diverso. È una capitale di lunghe distanze quelle su cui Luca cerca lavoro e identità: da La Storta e Valle Aurelia fino a Pietralata, sull'intero arco nord di un luogo immenso e freddo. Ci sarà poi, tutto a est, quell'appartamento all'inizio di Via Igino Giordani, sull'ingresso per Colli Aniene. Ma qui Gabriellini non si ferma più del necessario, preferendo tornare dalla famiglia di Luca per un epilogo che sa di understatement e misura umana.
MAMMINA
Bela, una bambina di otto anni che vive in una casa segnata da problemi coniugali, si trova ad affrontare un'entità sinistra che esce dal suo armadio. La presenza, che lei chiama "Altra Mamma", diventa sempre più minacciosa per lei e per la sua famiglia.
Bela, una bambina di otto anni che vive in una casa segnata da problemi coniugali, si trova ad affrontare un'entità sinistra che esce dal suo armadio. La presenza, che lei chiama "Altra Mamma", diventa sempre più minacciosa per lei e per la sua famiglia.
MATRIX
Un mondo che sembra reale ed è invece solo un paravento per nascondere la realtà vera. Seguendo un tatuaggio sulla spalla di una ragazza, l'hacker Neo scopre che la cosiddetta 'realtà' è solo un impulso elettrico fornito al cervello degli umani da un'intelligenza artificiale. La Terra era sopravvissuta alla catastrofe ma l'umanità ha avuto bisogno delle macchine per sopravvivere. E queste hanno vinto. Ma le macchine necessitano degli uomini e della loro energia. L'illusione in cui li fanno vivere è finalizzata a 'coltivarli' meglio. Nessuno è a conoscenza del tempo che è passato da quando il neurosimulatore ha assegnato una data fittizia al tempo. Solo Neo, con l'aiuto del pirata informatico Morpheus e della bella Trinity, può tentare di scoprire la verità. Ma non sarà facile.
I fratelli Wachowski al loro secondo lungometraggio (dopo Bound - Torbido inganno) fanno centro al box office (solo nelle prime due settimane di programmazione 73 milioni di dollari negli Usa) e dividono il pubblico in due fasce nettamente distinte.
Chi ha più di trent'anni fatica ad entrare nella 'logica' del film. Chi ne ha meno replica: è la logica del computer. Inserita in un mixer abilmente shakerato di filosofia orientale e arti marziali, di mitologia e di science fiction in cui il percorso che condurrà 'oltre lo specchio' vede in Neo (vistoso anagramma di One) la neo-Alice travestita da Ulisse. Chi non ama gli effetti speciali ne trova troppi in questo film.
Cinema patchwork quello dei Wachowski? Forse. Ma anche cinema capace di rappresentare un futuro che è già presente nella sua mescolanza (che non è amalgama) di dati, di esperienza e di cultura lontanissimi tra loro. Con un solo difetto di fondo. L'inevitabile, annunciato seguito di un'opera che dovrebbe invece restare un unicum.
Un mondo che sembra reale ed è invece solo un paravento per nascondere la realtà vera. Seguendo un tatuaggio sulla spalla di una ragazza, l'hacker Neo scopre che la cosiddetta 'realtà' è solo un impulso elettrico fornito al cervello degli umani da un'intelligenza artificiale. La Terra era sopravvissuta alla catastrofe ma l'umanità ha avuto bisogno delle macchine per sopravvivere. E queste hanno vinto. Ma le macchine necessitano degli uomini e della loro energia. L'illusione in cui li fanno vivere è finalizzata a 'coltivarli' meglio. Nessuno è a conoscenza del tempo che è passato da quando il neurosimulatore ha assegnato una data fittizia al tempo. Solo Neo, con l'aiuto del pirata informatico Morpheus e della bella Trinity, può tentare di scoprire la verità. Ma non sarà facile.
I fratelli Wachowski al loro secondo lungometraggio (dopo Bound - Torbido inganno) fanno centro al box office (solo nelle prime due settimane di programmazione 73 milioni di dollari negli Usa) e dividono il pubblico in due fasce nettamente distinte.
Chi ha più di trent'anni fatica ad entrare nella 'logica' del film. Chi ne ha meno replica: è la logica del computer. Inserita in un mixer abilmente shakerato di filosofia orientale e arti marziali, di mitologia e di science fiction in cui il percorso che condurrà 'oltre lo specchio' vede in Neo (vistoso anagramma di One) la neo-Alice travestita da Ulisse. Chi non ama gli effetti speciali ne trova troppi in questo film.
Cinema patchwork quello dei Wachowski? Forse. Ma anche cinema capace di rappresentare un futuro che è già presente nella sua mescolanza (che non è amalgama) di dati, di esperienza e di cultura lontanissimi tra loro. Con un solo difetto di fondo. L'inevitabile, annunciato seguito di un'opera che dovrebbe invece restare un unicum.
PRIMETIME
Nel 2004, il programma giornalistico Dateline sulla NBC lancia un nuovo format investigativo sotto la guida di Chris Hansen. I produttori usano degli attori "esca" che si fingono minorenni per attirare predatori sessuali e smascherarli a favore di telecamera prima che la polizia li arresti. La serie, intitolata "To catch a predator", diviene in breve tempo un successo enorme e nel 2006 a Hansen viene proposto lo spostamento in prima serata. Per il giornalista, che lavora con la fidata produttrice Andie e con Dan, giovane esca che sogna soltanto di diventare attore professionista, ciò si traduce nell'obbligo di trovare predatori sempre più di alto profilo per vincere la guerra degli ascolti televisivi.
Noto per i documentari Some kind of heaven e Spermworld, Lance Oppenheim passa alla finzione con un sordido thriller sui giochi di potere mediatici.
Lo fa rivisitando i primi anni duemila e un programma televisivo che fu un vero e proprio fenomeno di costume negli USA, impossibile e assurdo anello di congiunzione tra informazione "seria" e reality show: vicende gravissime di pedofili e predatori sessuali che venivano incastrati tramite metodi d'inchiesta, ma al tempo stesso spettacolarizzati come in una candid camera, in una escalation di sensazionalismo di cui il pubblico a casa si faceva complice.
Robert Pattinson interpreta la figura reale di Chris Hansen attraverso un lavoro soprattutto acustico, in cui sono la voce e la cadenza - affettate, ri-elaborate, ultra-processate - a offrire la traccia d'indagine più profonda. Noto per i tormentoni con cui entrava in scena e rivelava l'inganno ai protagonisti involontari del programma, il giornalista viene qui reso come un artista della truffa impegnato a ipnotizzare lo specchio tanto quanto la telecamera, seppellendo strati di coscienza sotto una performance ormai neanche più consapevole.
Seguire la voce diventa del resto cruciale quando il livello dell'immagine, nelle mani di Oppenheim, si disintegra in un affastellarsi di split screen, di vari formati video degli albori dell'era digitale, e di una moltiplicazione dei punti di vista progettata per disorientare lo sguardo. È un film di filtri e di superfici, che però ha un gusto analogico per il torbido sottostante. Lascia l'ipocrisia glossy di Los Angeles per seguire le piste investigative su e giù per il paese, dal Texas alla Florida, sporcandosi le mani di un'atmosfera umida e transazionale - sono le forze di polizia locali, ad esempio, a proporre la propria giurisdizione come location per futuri episodi.
Satira, farsa e tragedia si alternano e spesso si sovrappongono (siamo dalle parti de Lo sciacallo - Nightcrawler), in particolare nella moralità ondivaga del protagonista di Pattinson, tra il meme e il simulacro. Attorno a lui però ci sono grandi scelte di casting per dei personaggi che invece sanno bene chi sono: la sempre straordinaria Merritt Wever, senza scrupoli, e dall'altra parte Skyler Gisondo nel ruolo di Dan, preceduto ancora una volta dalla sua stessa ingombrante faccia d'angelo (come fu per Anderson in Licorice Pizza e nell'ultimo Superman). Comparsate anche per la cantante Phoebe Bridgers e per l'ex-presidente della NBC Jeff Zucker nel ruolo di se stesso: un divertito excursus su quello che fu un periodo spartiacque per il panorama televisivo, con la messa in crisi degli scripted drama in favore dell'illusione del reale, e l'inclusione perfino di alcuni spezzoni di Lost e di altre famose serie dell'epoca.
A lavorare contro il formalismo di Oppenheim è in fondo proprio la sua specificità culturale, dato che il film si appoggia al ricordo molto vivido di quell'epoca e di quegli eventi nella coscienza collettiva statunitense. Fuori dall'America il riferimento immediato viene a mancare, e quel che resta è un discorso - la deriva voyeuristica e cannibale dei mezzi di comunicazione, le perversioni fuori controllo della reality TV - con cui facciamo i conti già da un po'.
Più o meno contemporaneamente, ad esempio, Danny Boyle fa con Ink un'operazione simile, nonostante il medium in esame sia diverso (carta stampata e non TV) e il periodo di parecchio precedente. Ma il punto è sempre quello, ovvero come navigare un sistema capitalista in cui l'informazione deve tendere all'intrattenimento, e cosa fare quando le due cose vanno in corto circuito.
Nel 2004, il programma giornalistico Dateline sulla NBC lancia un nuovo format investigativo sotto la guida di Chris Hansen. I produttori usano degli attori "esca" che si fingono minorenni per attirare predatori sessuali e smascherarli a favore di telecamera prima che la polizia li arresti. La serie, intitolata "To catch a predator", diviene in breve tempo un successo enorme e nel 2006 a Hansen viene proposto lo spostamento in prima serata. Per il giornalista, che lavora con la fidata produttrice Andie e con Dan, giovane esca che sogna soltanto di diventare attore professionista, ciò si traduce nell'obbligo di trovare predatori sempre più di alto profilo per vincere la guerra degli ascolti televisivi.
Noto per i documentari Some kind of heaven e Spermworld, Lance Oppenheim passa alla finzione con un sordido thriller sui giochi di potere mediatici.
Lo fa rivisitando i primi anni duemila e un programma televisivo che fu un vero e proprio fenomeno di costume negli USA, impossibile e assurdo anello di congiunzione tra informazione "seria" e reality show: vicende gravissime di pedofili e predatori sessuali che venivano incastrati tramite metodi d'inchiesta, ma al tempo stesso spettacolarizzati come in una candid camera, in una escalation di sensazionalismo di cui il pubblico a casa si faceva complice.
Robert Pattinson interpreta la figura reale di Chris Hansen attraverso un lavoro soprattutto acustico, in cui sono la voce e la cadenza - affettate, ri-elaborate, ultra-processate - a offrire la traccia d'indagine più profonda. Noto per i tormentoni con cui entrava in scena e rivelava l'inganno ai protagonisti involontari del programma, il giornalista viene qui reso come un artista della truffa impegnato a ipnotizzare lo specchio tanto quanto la telecamera, seppellendo strati di coscienza sotto una performance ormai neanche più consapevole.
Seguire la voce diventa del resto cruciale quando il livello dell'immagine, nelle mani di Oppenheim, si disintegra in un affastellarsi di split screen, di vari formati video degli albori dell'era digitale, e di una moltiplicazione dei punti di vista progettata per disorientare lo sguardo. È un film di filtri e di superfici, che però ha un gusto analogico per il torbido sottostante. Lascia l'ipocrisia glossy di Los Angeles per seguire le piste investigative su e giù per il paese, dal Texas alla Florida, sporcandosi le mani di un'atmosfera umida e transazionale - sono le forze di polizia locali, ad esempio, a proporre la propria giurisdizione come location per futuri episodi.
Satira, farsa e tragedia si alternano e spesso si sovrappongono (siamo dalle parti de Lo sciacallo - Nightcrawler), in particolare nella moralità ondivaga del protagonista di Pattinson, tra il meme e il simulacro. Attorno a lui però ci sono grandi scelte di casting per dei personaggi che invece sanno bene chi sono: la sempre straordinaria Merritt Wever, senza scrupoli, e dall'altra parte Skyler Gisondo nel ruolo di Dan, preceduto ancora una volta dalla sua stessa ingombrante faccia d'angelo (come fu per Anderson in Licorice Pizza e nell'ultimo Superman). Comparsate anche per la cantante Phoebe Bridgers e per l'ex-presidente della NBC Jeff Zucker nel ruolo di se stesso: un divertito excursus su quello che fu un periodo spartiacque per il panorama televisivo, con la messa in crisi degli scripted drama in favore dell'illusione del reale, e l'inclusione perfino di alcuni spezzoni di Lost e di altre famose serie dell'epoca.
A lavorare contro il formalismo di Oppenheim è in fondo proprio la sua specificità culturale, dato che il film si appoggia al ricordo molto vivido di quell'epoca e di quegli eventi nella coscienza collettiva statunitense. Fuori dall'America il riferimento immediato viene a mancare, e quel che resta è un discorso - la deriva voyeuristica e cannibale dei mezzi di comunicazione, le perversioni fuori controllo della reality TV - con cui facciamo i conti già da un po'.
Più o meno contemporaneamente, ad esempio, Danny Boyle fa con Ink un'operazione simile, nonostante il medium in esame sia diverso (carta stampata e non TV) e il periodo di parecchio precedente. Ma il punto è sempre quello, ovvero come navigare un sistema capitalista in cui l'informazione deve tendere all'intrattenimento, e cosa fare quando le due cose vanno in corto circuito.
RAGIONE E SENTIMENTO
Dopo la morte del padre, Elinor, Marianne e Margaret Dashwood sono costrette a lasciare Norland, la magnifica tenuta nel Sussex dove sono cresciute. A ereditare, come da tradizione britannica del XVIII secolo, è il fratello, John Dashwood, nato da un precedente matrimonio. E John, soggiogato da una moglie avida di denaro, non lascia nulla, o quasi, alle sue sorellastre, che si trasferiscono con la madre in un modesto cottage nel Devonshire. Ospiti di una vicina della signora Jennings, cugina lontana dal carattere deciso, Marianne soccombe al fascino di John Willoughby mentre Elinor attende invano la visita di Edward Ferrars, il fratello mite della moglie del suo fratellastro. Ragione e sentimento sono i due poli attorno ai quali Elinor e Marianne dovranno ricostruire la loro esistenza, sconvolta dalla morte del padre e dall'arrivo di pretendenti che potrebbero cambiare il loro destino.
Adattare un'opera canonica della letteratura suscita sempre una certa apprensione. Le aspettative sono ancora più elevate quando l'opera in questione ha già prodotto numerosi adattamenti e segnato intere generazioni di spettatori. La trasposizione più celebre di "Ragione e sentimento", pubblicato nel 1811 in forma anonima, rimane senza dubbio quella di Ang Lee, interpretata da Emma Thompson, Kate Winslet, Hugh Grant, Alan Rickman e vincitrice di un Oscar per la sceneggiatura nel 1996. È in questo intimorente retaggio che si inserisce il nuovo adattamento di Georgia Oakley (Blue Jean), fedele alla storia e allo spirito di Austen, che celebra la solida relazione di due sorelle, malgrado l'antagonismo dei loro caratteri. Lontana dal proporne una lettura manichea, Oakley confronta le protagoniste con l'amore, raramente slegato, nell'Inghilterra del XVIII secolo, dalle questioni finanziarie e sociali.
E la sua versione è promettente dal debutto. Un patriarca che non vedremo mai, una tenuta che va al figlio del primo matrimonio, una famiglia di donne che non possiede più nulla, se non la speranza di un matrimonio che garantisca felicità e sicurezza. Oakley descrive con precisione il valore di una donna alla fine del Settecento ed esplora il divario tra le nostre aspettative e la realtà, tra ciò che scegliamo di credere e ciò che accettiamo di sacrificare. Il film lo dice senza mezzi termini. Per queste giovani donne, amare significa puntare tutta la propria esistenza su un uomo che rimane sempre libero di scegliere, di tacere o di andarsene. Il pudore di Elinor e l'esaltazione di Marianne sono alla fine risposte diverse a una stessa impotenza. Repliche che le conducono a ridefinire il proprio rapporto con il mondo: Elinor concede finalmente spazio ai sentimenti, mentre Marianne scopre la necessità di controllarli.
L'interpretazione di Oakley si annida nei dettagli. All'interno di una composizione generalmente molto stabile, alcuni movimenti di macchina, riprese dal basso o dissolvenze incrociate vanno oltre la semplice narrazione per arricchire il ritratto psicologico delle due sorelle. La regista si sofferma sulle mani di Elinor al lavoro, su quelle di Marianne in amore, su quelle di Margaret macchiate di more e ancora su un volto soffiato dal vento o sull'orlo di un abito bagnato dalla pioggia. Il vero tesoro del film risiede proprio nell'importanza attribuita alle sorelle, che finisce addirittura per soppiantare le storie d'amore. La sorellanza è il cuore dichiarato del progetto, il volto più bello di un'irrefrenabile voglia di vivere, con o senza l'altro. Progressivamente, con discrezione, Elinor e Marianne smantellano i rapporti di forza che strutturano la seduzione, senza che questo intacchi la serenità emozionante del lieto fine e il piacere di contemplare un'altalena che oscilla al ritmo della brezza inglese.
Se il testo originale faceva dialogare due personaggi, la sceneggiatura opta per la fusione, una comprensione reciproca tra Elinor e Marianne, che risultano più vicine. Daisy Edgar-Jones (Normal People) interpreta Elinor con la giusta moderazione mentre Esmé Creed-Miles (Hanna) compone una Marianne il cui ardore trabocca dallo schermo. La m.d.p. si attacca ai loro volti, ai loro corpi, ai loro abiti sgualciti e macchiati, avvicinandoci alla famiglia Dashwood in esilio ma sempre complice e piena di vita. Intorno la natura respira. Elemento centrale nell'opera di Jane Austen, il film immerge lo spettatore nei paesaggi rurali dell'epoca e sottolinea abilmente i sentimenti dei personaggi, delineando un ritratto caustico della società inglese dell'epoca georgiana, in particolare del sistema di classi e della condizione delle donne in una società ultra-patriarcale, altra dimensione capitale nel lavoro dell'autrice.
La regista coniuga il commento storico e sociale proprio del testo austeniano con un autentico senso di modernità, a partire dal suo cast carismatico: Daisy Edgar-Jones e George MacKay affiancano volti meno scontati, come Esmé Creed-Miles nel ruolo di Marianne o Herbert Nordrum (La persona peggiore del mondo) in quello del taciturno colonnello Brandon, il cui fascino risiede proprio nella sua incapacità di esagerare. Insieme mettono in luce la ricchezza di questa commedia sentimentale e umana, eludendo la trappola dei film in costume dove tutti sembrano aver imparato a sospirare con eleganza. Nonostante qualche momento di stasi e un eccesso di saggezza, Georgia Oakley firma un nuovo adattamento che non cerca di rivoluzionare Jane Austen e nemmeno di sottoporla a un ringiovanimento forzato. Fa qualcosa di più semplice e in definitiva di più efficace: le dà fiducia. Comprende perfettamente le risorse del suo testo e ce lo fa intendere senza fargli perdere la sua voce.
Dopo la morte del padre, Elinor, Marianne e Margaret Dashwood sono costrette a lasciare Norland, la magnifica tenuta nel Sussex dove sono cresciute. A ereditare, come da tradizione britannica del XVIII secolo, è il fratello, John Dashwood, nato da un precedente matrimonio. E John, soggiogato da una moglie avida di denaro, non lascia nulla, o quasi, alle sue sorellastre, che si trasferiscono con la madre in un modesto cottage nel Devonshire. Ospiti di una vicina della signora Jennings, cugina lontana dal carattere deciso, Marianne soccombe al fascino di John Willoughby mentre Elinor attende invano la visita di Edward Ferrars, il fratello mite della moglie del suo fratellastro. Ragione e sentimento sono i due poli attorno ai quali Elinor e Marianne dovranno ricostruire la loro esistenza, sconvolta dalla morte del padre e dall'arrivo di pretendenti che potrebbero cambiare il loro destino.
Adattare un'opera canonica della letteratura suscita sempre una certa apprensione. Le aspettative sono ancora più elevate quando l'opera in questione ha già prodotto numerosi adattamenti e segnato intere generazioni di spettatori. La trasposizione più celebre di "Ragione e sentimento", pubblicato nel 1811 in forma anonima, rimane senza dubbio quella di Ang Lee, interpretata da Emma Thompson, Kate Winslet, Hugh Grant, Alan Rickman e vincitrice di un Oscar per la sceneggiatura nel 1996. È in questo intimorente retaggio che si inserisce il nuovo adattamento di Georgia Oakley (Blue Jean), fedele alla storia e allo spirito di Austen, che celebra la solida relazione di due sorelle, malgrado l'antagonismo dei loro caratteri. Lontana dal proporne una lettura manichea, Oakley confronta le protagoniste con l'amore, raramente slegato, nell'Inghilterra del XVIII secolo, dalle questioni finanziarie e sociali.
E la sua versione è promettente dal debutto. Un patriarca che non vedremo mai, una tenuta che va al figlio del primo matrimonio, una famiglia di donne che non possiede più nulla, se non la speranza di un matrimonio che garantisca felicità e sicurezza. Oakley descrive con precisione il valore di una donna alla fine del Settecento ed esplora il divario tra le nostre aspettative e la realtà, tra ciò che scegliamo di credere e ciò che accettiamo di sacrificare. Il film lo dice senza mezzi termini. Per queste giovani donne, amare significa puntare tutta la propria esistenza su un uomo che rimane sempre libero di scegliere, di tacere o di andarsene. Il pudore di Elinor e l'esaltazione di Marianne sono alla fine risposte diverse a una stessa impotenza. Repliche che le conducono a ridefinire il proprio rapporto con il mondo: Elinor concede finalmente spazio ai sentimenti, mentre Marianne scopre la necessità di controllarli.
L'interpretazione di Oakley si annida nei dettagli. All'interno di una composizione generalmente molto stabile, alcuni movimenti di macchina, riprese dal basso o dissolvenze incrociate vanno oltre la semplice narrazione per arricchire il ritratto psicologico delle due sorelle. La regista si sofferma sulle mani di Elinor al lavoro, su quelle di Marianne in amore, su quelle di Margaret macchiate di more e ancora su un volto soffiato dal vento o sull'orlo di un abito bagnato dalla pioggia. Il vero tesoro del film risiede proprio nell'importanza attribuita alle sorelle, che finisce addirittura per soppiantare le storie d'amore. La sorellanza è il cuore dichiarato del progetto, il volto più bello di un'irrefrenabile voglia di vivere, con o senza l'altro. Progressivamente, con discrezione, Elinor e Marianne smantellano i rapporti di forza che strutturano la seduzione, senza che questo intacchi la serenità emozionante del lieto fine e il piacere di contemplare un'altalena che oscilla al ritmo della brezza inglese.
Se il testo originale faceva dialogare due personaggi, la sceneggiatura opta per la fusione, una comprensione reciproca tra Elinor e Marianne, che risultano più vicine. Daisy Edgar-Jones (Normal People) interpreta Elinor con la giusta moderazione mentre Esmé Creed-Miles (Hanna) compone una Marianne il cui ardore trabocca dallo schermo. La m.d.p. si attacca ai loro volti, ai loro corpi, ai loro abiti sgualciti e macchiati, avvicinandoci alla famiglia Dashwood in esilio ma sempre complice e piena di vita. Intorno la natura respira. Elemento centrale nell'opera di Jane Austen, il film immerge lo spettatore nei paesaggi rurali dell'epoca e sottolinea abilmente i sentimenti dei personaggi, delineando un ritratto caustico della società inglese dell'epoca georgiana, in particolare del sistema di classi e della condizione delle donne in una società ultra-patriarcale, altra dimensione capitale nel lavoro dell'autrice.
La regista coniuga il commento storico e sociale proprio del testo austeniano con un autentico senso di modernità, a partire dal suo cast carismatico: Daisy Edgar-Jones e George MacKay affiancano volti meno scontati, come Esmé Creed-Miles nel ruolo di Marianne o Herbert Nordrum (La persona peggiore del mondo) in quello del taciturno colonnello Brandon, il cui fascino risiede proprio nella sua incapacità di esagerare. Insieme mettono in luce la ricchezza di questa commedia sentimentale e umana, eludendo la trappola dei film in costume dove tutti sembrano aver imparato a sospirare con eleganza. Nonostante qualche momento di stasi e un eccesso di saggezza, Georgia Oakley firma un nuovo adattamento che non cerca di rivoluzionare Jane Austen e nemmeno di sottoporla a un ringiovanimento forzato. Fa qualcosa di più semplice e in definitiva di più efficace: le dà fiducia. Comprende perfettamente le risorse del suo testo e ce lo fa intendere senza fargli perdere la sua voce.
SE AMI QUALCUNO DILLO
"Mio padre è la chiave di volta e il giudice incontrastato di tutta la mia vita. È il modo in cui guardo mia madre, gioco con mio figlio, sorrido ad una donna. Proprio per questo è anche il principio generativo di quasi tutti i miei problemi, come lo è quasi sempre un padre per un figlio, soprattutto maschio". A parlare è Giulio, figlio di Sergio Grossi, un uomo che ha seguito i dettami patriarcali di suo padre, e di innumerevoli padri prima di lui: fra le sue regole c'è il non dare baci e abbracci - altrimenti si passa da fregnoni - soprattutto fra uomini - altrimenti si passa da ricchioni - e non ballare, perché "è roba da femmine". Quando Sergio ha un infarto facendo sesso con una collega di lavoro, la sua compagna Gabriella e la sua ex moglie Alba gli si stringono intorno, come fa il figlio diciottenne Giulio. Sergio si risveglierà dal coma senza ricordare nulla del suo passato. Ma da questo reset potrà nascere un uomo nuovo, e una nuova idea di mascolinità?
Se ami qualcuno dillo segna il debutto alla regia cinematografica di Marco Bonini, attore e autore il cui romanzo omonimo era stato anche il suo debutto letterario. L'ispirazione è autobiografica e si sente che in questa storia c'è un'emozione autentica e un vissuto reale (non a caso la voce fuori campo che accompagna la narrazione è quella di Bonini, così come sono personali le foto di famiglia che si vedono all'inizio e alla fine del film). Bonini firma anche la sceneggiatura insieme a Francesco Bruni, la cui presenza si intuisce anche per la struttura iniziale che ci getta "in medias res", come l'incipit di Ovosodo, e forse non è un caso che la storia d'amore fra Alba e Sergio nasca in un condominio popolare come quello del film diretto da Paolo Virzì.
Bonini e Bruni si gettano in una storia magmatica e corale in cui l'amore è incarnato dalle donne, nonostante la frustrazione di improvvisarsi caregiver, nel caso di Gabriella, e la rabbia per tutto l'amore mal corrisposto, nel caso di Alba. In mezzo c'è Giulio, adolescente dolcissimo e paziente, che accetta il padre prima con i suoi difetti, poi con le sue fragilità. A interpretare Sergio, nella salute come nella malattia, è Edoardo Leo, che produce anche il film, mentre Alba ha il volto intenso e dolente di Giovanna Mezzogiorno e Biagio Venditti quello infinitamente tenero di Giulio. L'interpretazione migliore del gruppo è quella di Claudia Gerini nei panni di Gabriella, ricca di sfumature e "de core".
Ci sono debolezze e omissioni narrative, complice la complessità della storia, e mancano alcuni agganci alla realtà: apparentemente nessuno (tranne il personale medico) ha impegni di lavoro e mostra una disponibilità infinita di tempo e denaro, non ci sono riferimenti alla situazione economica di Sergio dopo l'infarto né alla possibilità (o carenza) di assistenza qualificata, un convalescente che dall'equilibrio precario può viaggiare da passeggero in motorino, e così via. Per contro Bonini mostra una buona capacità di gestire visivamente le (difficili) transizioni temporali, permettendo ai suoi personaggi di passare dal passato al presente e viceversa, senza soluzione di continuità, in un flusso che è anche quello dei ricordi di Sergio: il suo debutto alla regia fa sperare che prosegua su questa strada.
Questo ritratto accorato di un maschio alfa dalla temperatura assoluta, ovvero una quantità di energia vitae inesauribile, e dell'amore che ha saputo suscitare malgrado le sue mancanze prima emotive e poi fisiche, è anche una riflessione su come un certo maschile tossico e patriarcale possa essere riveduto e corretto, a vantaggio soprattutto di quegli uomini che si sentono costretti a perpetuarlo nel tempo. In Se ami qualcuno dillo i ruoli si ribaltano non solo perché un figlio fa da infermiere a un padre e due donne devono accudire l'uomo che hanno amato come un bambino, ma anche perché è tempo che le persone escano dai cliché sociali cui sono ancora inchiodati, e si scoprano liberi di inseguire le cose che contano: l'amore, il mare, il calcio (fuori dalla curva), e la vita.
"Mio padre è la chiave di volta e il giudice incontrastato di tutta la mia vita. È il modo in cui guardo mia madre, gioco con mio figlio, sorrido ad una donna. Proprio per questo è anche il principio generativo di quasi tutti i miei problemi, come lo è quasi sempre un padre per un figlio, soprattutto maschio". A parlare è Giulio, figlio di Sergio Grossi, un uomo che ha seguito i dettami patriarcali di suo padre, e di innumerevoli padri prima di lui: fra le sue regole c'è il non dare baci e abbracci - altrimenti si passa da fregnoni - soprattutto fra uomini - altrimenti si passa da ricchioni - e non ballare, perché "è roba da femmine". Quando Sergio ha un infarto facendo sesso con una collega di lavoro, la sua compagna Gabriella e la sua ex moglie Alba gli si stringono intorno, come fa il figlio diciottenne Giulio. Sergio si risveglierà dal coma senza ricordare nulla del suo passato. Ma da questo reset potrà nascere un uomo nuovo, e una nuova idea di mascolinità?
Se ami qualcuno dillo segna il debutto alla regia cinematografica di Marco Bonini, attore e autore il cui romanzo omonimo era stato anche il suo debutto letterario. L'ispirazione è autobiografica e si sente che in questa storia c'è un'emozione autentica e un vissuto reale (non a caso la voce fuori campo che accompagna la narrazione è quella di Bonini, così come sono personali le foto di famiglia che si vedono all'inizio e alla fine del film). Bonini firma anche la sceneggiatura insieme a Francesco Bruni, la cui presenza si intuisce anche per la struttura iniziale che ci getta "in medias res", come l'incipit di Ovosodo, e forse non è un caso che la storia d'amore fra Alba e Sergio nasca in un condominio popolare come quello del film diretto da Paolo Virzì.
Bonini e Bruni si gettano in una storia magmatica e corale in cui l'amore è incarnato dalle donne, nonostante la frustrazione di improvvisarsi caregiver, nel caso di Gabriella, e la rabbia per tutto l'amore mal corrisposto, nel caso di Alba. In mezzo c'è Giulio, adolescente dolcissimo e paziente, che accetta il padre prima con i suoi difetti, poi con le sue fragilità. A interpretare Sergio, nella salute come nella malattia, è Edoardo Leo, che produce anche il film, mentre Alba ha il volto intenso e dolente di Giovanna Mezzogiorno e Biagio Venditti quello infinitamente tenero di Giulio. L'interpretazione migliore del gruppo è quella di Claudia Gerini nei panni di Gabriella, ricca di sfumature e "de core".
Ci sono debolezze e omissioni narrative, complice la complessità della storia, e mancano alcuni agganci alla realtà: apparentemente nessuno (tranne il personale medico) ha impegni di lavoro e mostra una disponibilità infinita di tempo e denaro, non ci sono riferimenti alla situazione economica di Sergio dopo l'infarto né alla possibilità (o carenza) di assistenza qualificata, un convalescente che dall'equilibrio precario può viaggiare da passeggero in motorino, e così via. Per contro Bonini mostra una buona capacità di gestire visivamente le (difficili) transizioni temporali, permettendo ai suoi personaggi di passare dal passato al presente e viceversa, senza soluzione di continuità, in un flusso che è anche quello dei ricordi di Sergio: il suo debutto alla regia fa sperare che prosegua su questa strada.
Questo ritratto accorato di un maschio alfa dalla temperatura assoluta, ovvero una quantità di energia vitae inesauribile, e dell'amore che ha saputo suscitare malgrado le sue mancanze prima emotive e poi fisiche, è anche una riflessione su come un certo maschile tossico e patriarcale possa essere riveduto e corretto, a vantaggio soprattutto di quegli uomini che si sentono costretti a perpetuarlo nel tempo. In Se ami qualcuno dillo i ruoli si ribaltano non solo perché un figlio fa da infermiere a un padre e due donne devono accudire l'uomo che hanno amato come un bambino, ma anche perché è tempo che le persone escano dai cliché sociali cui sono ancora inchiodati, e si scoprano liberi di inseguire le cose che contano: l'amore, il mare, il calcio (fuori dalla curva), e la vita.
SHAUN, VITA DA PECORA: OPERAZIONE Z.U.C.C.A.
Halloween è alle porte, Shaun e tutti gli animali della fattoria si preparano per festeggiarlo
al meglio coltivando un magnifico campo di zucche. Ma quando tutto sembrava ormai
pronto, il contadino misteriosamente scompare e arriva dal bosco uno spaventoso mostro.
Sarà compito di Shaun e i suoi amici salvare la fattoria dalla pelosa creatura e ritrovare
l'amato contadino in tempo per la grande festa. Tra esperimenti impazziti e colpi di scena
inaspettati, sarà un'avventura a tutta pecora per tutta la famiglia.
Lo studio di animazione britannico Aardman compie 50 anni e ci regala uno dei suoi film in
stop motion, adatto per tutta la famiglia, più divertente e spensierato.
È un periodo particolarmente felice per l'animazione in stop motion, dopo lo straordinario lavoro -
bigger than life - della statunitense Laika con Wildwood - I segreti del bosco proibito ecco che
'risponde' la Aardman con uno dei suoi personaggi più amati, la pecora Shaun qui al suo terzo
lungometraggio da protagonista.
Ma la casa di produzione britannica, che festeggia i 50 anni di
attività, ha qualcosa che gli altri non hanno: l'assenza di dialoghi. Potrebbe apparire paradossale
ma di certo il grande cinema si può anche giudicare da questa capacità di esprimersi praticamente
solo attraverso le immagini o, come in questo caso, con qualche mugugno accompagnato da
strambi vocalizzi.
Nel 2026 proporre, anche alle nuove platee, l'idea che il cinema sia costituito, come ai suoi esordi,
unicamente da immagini in movimento che creano un senso è qualcosa di molto radicale che fa
pensare come questa "invenzione senza futuro" sia ancora in grado di 'parlarci' e di farci amare
una storia ridotta all'osso che trova nel suo citazionismo, anche interno all'universo Aardman e
anche non funzionale alla narrazione, la forza della sua originalità.
Perché le zucche, gelosamente coltivate nella sonnolenta fattoria di Mossy Bottom dalle pecore
per allietare i loro piccoli a Halloween, vengono per sbaglio tutte distrutte e occorrerà dunque che
Shaun si metta di buzzo buono per crearne di nuove geneticamente modificate in pochissimo
tempo con tutti gli effetti collaterali del caso. Si respira l'artigianalità degli horror Universal degli
anni '30, c'è Psyco come Frankenstein fino a Thriller, il videoclip di John Landis, e a Ritorno al
futuro.
Tutto rielaborato e stemperato con lo humor tipicamente inglese che ha reso celebri i lavori
di Peter Lord e Nick Park da Galline in fuga a Wallace & Gromit, quindi non si tratta di parodia, e
che qui rimanda a classici come Ma papà ti manda sola?, 40 anni vergine e Bigfoot.
In realtà però Shaun, vita da pecora: Operazione Z.U.C.C.A è godibilissimo anche senza risalire a
tutti i riferimenti sparsi perché è la tecnica, quindi la forma, a rendere ogni cosa piena di grazia in
un film con una storia di pecore coraggiose, pensata magari per i più piccoli, insieme a una tenera
e ironica commedia degli equivoci, che parla ai più grandi, tra il goffo e pelato allevatore di pecore
e la veterinaria di cui è innamorato. È un ritorno, quello del fattore, benvenuto perché, come nel
primo capolavoro Shaun - Vita da Pecora: Il Film, è grazie alla sua figura, che in qualche modo
richiama quella di Wallace, se il film prende il volo e acquista ancora maggiore dinamicità. Per la
gioia di tutti, grandi e piccini.
Halloween è alle porte, Shaun e tutti gli animali della fattoria si preparano per festeggiarlo
al meglio coltivando un magnifico campo di zucche. Ma quando tutto sembrava ormai
pronto, il contadino misteriosamente scompare e arriva dal bosco uno spaventoso mostro.
Sarà compito di Shaun e i suoi amici salvare la fattoria dalla pelosa creatura e ritrovare
l'amato contadino in tempo per la grande festa. Tra esperimenti impazziti e colpi di scena
inaspettati, sarà un'avventura a tutta pecora per tutta la famiglia.
Lo studio di animazione britannico Aardman compie 50 anni e ci regala uno dei suoi film in
stop motion, adatto per tutta la famiglia, più divertente e spensierato.
È un periodo particolarmente felice per l'animazione in stop motion, dopo lo straordinario lavoro -
bigger than life - della statunitense Laika con Wildwood - I segreti del bosco proibito ecco che
'risponde' la Aardman con uno dei suoi personaggi più amati, la pecora Shaun qui al suo terzo
lungometraggio da protagonista.
Ma la casa di produzione britannica, che festeggia i 50 anni di
attività, ha qualcosa che gli altri non hanno: l'assenza di dialoghi. Potrebbe apparire paradossale
ma di certo il grande cinema si può anche giudicare da questa capacità di esprimersi praticamente
solo attraverso le immagini o, come in questo caso, con qualche mugugno accompagnato da
strambi vocalizzi.
Nel 2026 proporre, anche alle nuove platee, l'idea che il cinema sia costituito, come ai suoi esordi,
unicamente da immagini in movimento che creano un senso è qualcosa di molto radicale che fa
pensare come questa "invenzione senza futuro" sia ancora in grado di 'parlarci' e di farci amare
una storia ridotta all'osso che trova nel suo citazionismo, anche interno all'universo Aardman e
anche non funzionale alla narrazione, la forza della sua originalità.
Perché le zucche, gelosamente coltivate nella sonnolenta fattoria di Mossy Bottom dalle pecore
per allietare i loro piccoli a Halloween, vengono per sbaglio tutte distrutte e occorrerà dunque che
Shaun si metta di buzzo buono per crearne di nuove geneticamente modificate in pochissimo
tempo con tutti gli effetti collaterali del caso. Si respira l'artigianalità degli horror Universal degli
anni '30, c'è Psyco come Frankenstein fino a Thriller, il videoclip di John Landis, e a Ritorno al
futuro.
Tutto rielaborato e stemperato con lo humor tipicamente inglese che ha reso celebri i lavori
di Peter Lord e Nick Park da Galline in fuga a Wallace & Gromit, quindi non si tratta di parodia, e
che qui rimanda a classici come Ma papà ti manda sola?, 40 anni vergine e Bigfoot.
In realtà però Shaun, vita da pecora: Operazione Z.U.C.C.A è godibilissimo anche senza risalire a
tutti i riferimenti sparsi perché è la tecnica, quindi la forma, a rendere ogni cosa piena di grazia in
un film con una storia di pecore coraggiose, pensata magari per i più piccoli, insieme a una tenera
e ironica commedia degli equivoci, che parla ai più grandi, tra il goffo e pelato allevatore di pecore
e la veterinaria di cui è innamorato. È un ritorno, quello del fattore, benvenuto perché, come nel
primo capolavoro Shaun - Vita da Pecora: Il Film, è grazie alla sua figura, che in qualche modo
richiama quella di Wallace, se il film prende il volo e acquista ancora maggiore dinamicità. Per la
gioia di tutti, grandi e piccini.
STREET FIGHTER
Street Fighter torna al cinema. Il nuovo adattamento cinematografico del famoso videogioco della Capcom prodotto da Legendary Entertainment, promette una violenza brutale e trash e al contempo una ricercata fedeltà ai personaggi e alle loro distintive mosse che abbiamo tanto amato in sala giochi.
Street Fighter torna al cinema. Il nuovo adattamento cinematografico del famoso videogioco della Capcom prodotto da Legendary Entertainment, promette una violenza brutale e trash e al contempo una ricercata fedeltà ai personaggi e alle loro distintive mosse che abbiamo tanto amato in sala giochi.
TADDEO L'ESPLORATORE E LA LAMPADA MAGICA
Oli, l'intrepida figlia di due anni di Tad, lo ha trasformato in un padre iperprotettivo, mentre la Mummia si sente messa in disparte dalle attenzioni che lei riceve. Quando trovano la lampada magica a Buckingham Palace, la Mummia le chiede di viaggiare indietro nel tempo fino a Paititi, in Perù, nel 1502. Tad, Sara e tutta la squadra dovranno seguire la Mummia nel passato prima che cambi la storia. Il loro viaggio li porterà ad attraversare l'Oceano Atlantico dal Perù alla Grecia, fino al Medio Oriente, nella grotta di Alì Babà e dei Quaranta Ladroni.
Oli, l'intrepida figlia di due anni di Tad, lo ha trasformato in un padre iperprotettivo, mentre la Mummia si sente messa in disparte dalle attenzioni che lei riceve. Quando trovano la lampada magica a Buckingham Palace, la Mummia le chiede di viaggiare indietro nel tempo fino a Paititi, in Perù, nel 1502. Tad, Sara e tutta la squadra dovranno seguire la Mummia nel passato prima che cambi la storia. Il loro viaggio li porterà ad attraversare l'Oceano Atlantico dal Perù alla Grecia, fino al Medio Oriente, nella grotta di Alì Babà e dei Quaranta Ladroni.
WILDWOOD - I SEGRETI DEL BOSCO PROIBITO
A Portland, il piccolo Mac McKeel viene rapito da uno stormo di corvi davanti alla sorella adolescente Prue McKeel e al compagno di classe Curtis. Il neonato, trascinato in una foresta incantata ai margini della città, viene consegnato alla sua spietata regina Alexandra e sorvegliato da un branco di coyote, sue guardie imperiali. Così i ragazzi si catapultano in questo strano mondo, ma Curtis viene subito catturato. Prue, allora, prosegue in solitaria la ricerca del fratellino. Trova l'aiuto di Brendan, re dei banditi incatenati dalla sovrana, e del saggio gufo Owl Rex, che la informa sul piano di Alexandra: sacrificare il bambino a un'edera dai poteri magici per riportare in vita il figlio Alexandrei, morto anni prima cadendo da cavallo.
Dall'omonimo bestseller fantasy di Colin Meloy, Travis Knight trae una favola nera in stop-motion per indagare i compromessi estremi alla base del desiderio di genitorialità: un'avventura incalzante nei ritmi, canonica nella struttura, grandiosa e magniloquente nell'estetica.
Dopo il recente flop di Masters of the Universe, il regista presenta il progetto più ambizioso della sua Laika (la casa di produzione a cui dobbiamo Coraline e la porta magica): un trascinante coming of age al femminile con qualche ingenuità narrativa, sospeso tra la città natia della protagonista e un regno impenetrabile, concentrato metaforico dei mali del nostro tempo.
Il regista, infatti, innesta suggestioni body horror e atmosfere da commedia nera (siamo dalle parti di Crudelia e Malefica per delineare l'eroina malvagia) su narrazioni antropomorfe in cui la grande letteratura fantastica incontra l'universo Disney. I padri nobili citati dallo stesso Knight sono Tolkien, Lewis, Baum e Carroll: autori di universi autonomi e paralleli che riflettono le contraddizioni del mondo reale e nei quali, d'improvviso, penetrano creature umane.
Nel bosco incantato, infatti, la strana coppia Prue-Curtis conosce tante storture del nostro tempo: l'eterna lotta tra tirannide e libertà, con i potenti egoisti e predatori (la regina Alexandra) che sottomettono le popolazioni nemiche (i Banditi) per controllare le risorse naturali; la polizia come braccio armato dell'ingiustizia (il plotone di coyote come guardie imperiali, notevole intuizione visiva); la burocrazia paralizzante e colposa; la Natura minacciata dall'inquinamento; i pochi saggi che si sacrificano in un mondo in cui dilaga la crudeltà (l'Aquila Reale, il Gufo Rex); e soprattutto la maternità come esperienza traumatizzante, continuamente minacciata da vari fattori (vedi la sterilità di coppia).
Su questo sfondo attualizzante, Knight innesta i moduli tipici della fiaba: l'eroina chiamata a maturare per ribaltare una società ingiusta, destreggiandosi tra aiutanti e oppositori, tra sottomessi e ribelli. Il tutto è reso con un senso epico della narrazione (evidente nella scena di guerra), una mescolanza di creature (animali, umane, ibride, fantastiche) e abbondanti dosi di meraviglioso assegnate al mondo vegetale (l'albero profetico e l'edera custodiscono gli elementi magici classici del genere).
Ne esce fuori una storia avventurosa di perdita e redenzione che incoraggia l'universo femminile alla rivolta contro l'egolatria del potere. Un'opera che pecca forse di originalità (la struttura narrativa è più prevedibile che canonica), ma che fa dialogare a meraviglia, come da prassi in casa Laika, l'animazione a passo uno con la stampa 3D e la CGI.
Dopo l'imponente sforzo produttivo (quindici anni di realizzazione, 231 marionette e 131 set creati) e promozionale tra behind the scenes, libri, installazioni artistiche in Oregon, teaser d'annuncio e riedizioni del romanzo, Wildwood - l'anteprima mondiale al BFI anticipa quella italiana ad Alice nella Città 2026 - da noi segue curiosamente l'uscita in sala de L'estranea, capofila italiano ai prossimi Oscar, che, con tutt'altro genere e linguaggio, indaga i laceranti compromessi che una madre accetta pur di tutelare i figli, e quindi il suo ruolo sociale.
A Portland, il piccolo Mac McKeel viene rapito da uno stormo di corvi davanti alla sorella adolescente Prue McKeel e al compagno di classe Curtis. Il neonato, trascinato in una foresta incantata ai margini della città, viene consegnato alla sua spietata regina Alexandra e sorvegliato da un branco di coyote, sue guardie imperiali. Così i ragazzi si catapultano in questo strano mondo, ma Curtis viene subito catturato. Prue, allora, prosegue in solitaria la ricerca del fratellino. Trova l'aiuto di Brendan, re dei banditi incatenati dalla sovrana, e del saggio gufo Owl Rex, che la informa sul piano di Alexandra: sacrificare il bambino a un'edera dai poteri magici per riportare in vita il figlio Alexandrei, morto anni prima cadendo da cavallo.
Dall'omonimo bestseller fantasy di Colin Meloy, Travis Knight trae una favola nera in stop-motion per indagare i compromessi estremi alla base del desiderio di genitorialità: un'avventura incalzante nei ritmi, canonica nella struttura, grandiosa e magniloquente nell'estetica.
Dopo il recente flop di Masters of the Universe, il regista presenta il progetto più ambizioso della sua Laika (la casa di produzione a cui dobbiamo Coraline e la porta magica): un trascinante coming of age al femminile con qualche ingenuità narrativa, sospeso tra la città natia della protagonista e un regno impenetrabile, concentrato metaforico dei mali del nostro tempo.
Il regista, infatti, innesta suggestioni body horror e atmosfere da commedia nera (siamo dalle parti di Crudelia e Malefica per delineare l'eroina malvagia) su narrazioni antropomorfe in cui la grande letteratura fantastica incontra l'universo Disney. I padri nobili citati dallo stesso Knight sono Tolkien, Lewis, Baum e Carroll: autori di universi autonomi e paralleli che riflettono le contraddizioni del mondo reale e nei quali, d'improvviso, penetrano creature umane.
Nel bosco incantato, infatti, la strana coppia Prue-Curtis conosce tante storture del nostro tempo: l'eterna lotta tra tirannide e libertà, con i potenti egoisti e predatori (la regina Alexandra) che sottomettono le popolazioni nemiche (i Banditi) per controllare le risorse naturali; la polizia come braccio armato dell'ingiustizia (il plotone di coyote come guardie imperiali, notevole intuizione visiva); la burocrazia paralizzante e colposa; la Natura minacciata dall'inquinamento; i pochi saggi che si sacrificano in un mondo in cui dilaga la crudeltà (l'Aquila Reale, il Gufo Rex); e soprattutto la maternità come esperienza traumatizzante, continuamente minacciata da vari fattori (vedi la sterilità di coppia).
Su questo sfondo attualizzante, Knight innesta i moduli tipici della fiaba: l'eroina chiamata a maturare per ribaltare una società ingiusta, destreggiandosi tra aiutanti e oppositori, tra sottomessi e ribelli. Il tutto è reso con un senso epico della narrazione (evidente nella scena di guerra), una mescolanza di creature (animali, umane, ibride, fantastiche) e abbondanti dosi di meraviglioso assegnate al mondo vegetale (l'albero profetico e l'edera custodiscono gli elementi magici classici del genere).
Ne esce fuori una storia avventurosa di perdita e redenzione che incoraggia l'universo femminile alla rivolta contro l'egolatria del potere. Un'opera che pecca forse di originalità (la struttura narrativa è più prevedibile che canonica), ma che fa dialogare a meraviglia, come da prassi in casa Laika, l'animazione a passo uno con la stampa 3D e la CGI.
Dopo l'imponente sforzo produttivo (quindici anni di realizzazione, 231 marionette e 131 set creati) e promozionale tra behind the scenes, libri, installazioni artistiche in Oregon, teaser d'annuncio e riedizioni del romanzo, Wildwood - l'anteprima mondiale al BFI anticipa quella italiana ad Alice nella Città 2026 - da noi segue curiosamente l'uscita in sala de L'estranea, capofila italiano ai prossimi Oscar, che, con tutt'altro genere e linguaggio, indaga i laceranti compromessi che una madre accetta pur di tutelare i figli, e quindi il suo ruolo sociale.
CARLO ACUTIS - IL GIOVANE SANTO
Carlo Acutis nasce a Londra il 3 maggio 1991 e muore a Monza il 12 ottobre 2006. In questo davvero breve arco di vita si sviluppa una personalità fuori dal comune di cui questo documentario ripercorre le tappe coinvolgendo in primis i suoi genitori e la nonna materna insieme a chi, come coetaneo o come adulto, ha percorso con lui importanti fasi della vita.
Un documentario che parla a tutti, credenti e non credenti, descrivendo senza agiografia la vita di un ragazzo che ha saputo essere straordinario nella quotidianità.
È difficile raccontare un santo che è stato canonizzato da poco più di un anno senza cadere nella retorica. Ancor più difficile se quel santo era un adolescente dei nostri giorni con i genitori, la nonna e gli amici chiamati a descrivere quanto vissuto al suo fianco rendendolo comprensibile sia a chi ha la fede che a chi non ce l'ha.
È quanto riesce a fare Luca Salmaso con l'importante supporto di Elisabetta Sola e Nicola Salvi. Riesce cioè a raccontare un bambino e poi un ragazzo che si manifesta sin da subito dotato di una sensibilità che lo differenzia dai coetanei ma, al contempo, un essere umano che condivide con chi sta intorno la passione per la vita che lo accomuna, nello scorrere degli anni, ai coetanei.
Da quanto riferiscono i genitori e la nonna, Carlo non cresce in una famiglia così devota da avergli inculcato sin da piccolo una particolare propensione per tutto quanto attiene alla pratica religiosa. La madre dichiara con assoluta trasparenza di essere stata una persona sicuramente non vicina alla Chiesa. Il fatto che sin da piccolo lui venga attratto dalla chiesa della zona di Milano in cui abita e che sviluppi un interesse per quanto attiene alla Bibbia e ai Vangeli è un fenomeno che nasce dalla sua interiorità e non da spirito di imitazione.
Quello che il documentario riesce a mettere in luce, con grande attenzione e sensibilità, è il fatto che Carlo non era un'asceta e che costantemente, sin dalla sua più tenera età, il suo amore per Dio si è tradotto in uno slancio di interesse verso il prossimo. Un esempio chiarisce bene il contesto: la sua famiglia benestante gli dava la classica 'paghetta' che lui investiva in aiuti ai senzatetto ma il suo desiderio era, una volta raggiunti i sedici anni (compleanno che non ha potuto festeggiare), poter fare qualche lavoretto per utilizzare denaro guadagnato personalmente. Un'altra sottolineatura illumina il quadro della sua personalità. La mamma ricorda che non si limitava a portare beni di prima necessità o a segnalare dove poter ricevere un pasto caldo o fare una doccia a chi non aveva una casa ma restava a conversare con loro considerando che il bene materiale non fosse la sola cosa di cui avessero bisogno.
Padre David Maria Turoldo, che ben conosceva la Milano in cui Acutis è cresciuto e ha condiviso la propria esistenza (amata al pari della Assisi delle sue vacanze) affermava: "La fede non la si propaganda. La si vive. Se la si vive si propaganda da sé." Carlo Acutis la fede l'ha vissuta e questo documentario lo testimonia con efficacia.
Carlo Acutis nasce a Londra il 3 maggio 1991 e muore a Monza il 12 ottobre 2006. In questo davvero breve arco di vita si sviluppa una personalità fuori dal comune di cui questo documentario ripercorre le tappe coinvolgendo in primis i suoi genitori e la nonna materna insieme a chi, come coetaneo o come adulto, ha percorso con lui importanti fasi della vita.
Un documentario che parla a tutti, credenti e non credenti, descrivendo senza agiografia la vita di un ragazzo che ha saputo essere straordinario nella quotidianità.
È difficile raccontare un santo che è stato canonizzato da poco più di un anno senza cadere nella retorica. Ancor più difficile se quel santo era un adolescente dei nostri giorni con i genitori, la nonna e gli amici chiamati a descrivere quanto vissuto al suo fianco rendendolo comprensibile sia a chi ha la fede che a chi non ce l'ha.
È quanto riesce a fare Luca Salmaso con l'importante supporto di Elisabetta Sola e Nicola Salvi. Riesce cioè a raccontare un bambino e poi un ragazzo che si manifesta sin da subito dotato di una sensibilità che lo differenzia dai coetanei ma, al contempo, un essere umano che condivide con chi sta intorno la passione per la vita che lo accomuna, nello scorrere degli anni, ai coetanei.
Da quanto riferiscono i genitori e la nonna, Carlo non cresce in una famiglia così devota da avergli inculcato sin da piccolo una particolare propensione per tutto quanto attiene alla pratica religiosa. La madre dichiara con assoluta trasparenza di essere stata una persona sicuramente non vicina alla Chiesa. Il fatto che sin da piccolo lui venga attratto dalla chiesa della zona di Milano in cui abita e che sviluppi un interesse per quanto attiene alla Bibbia e ai Vangeli è un fenomeno che nasce dalla sua interiorità e non da spirito di imitazione.
Quello che il documentario riesce a mettere in luce, con grande attenzione e sensibilità, è il fatto che Carlo non era un'asceta e che costantemente, sin dalla sua più tenera età, il suo amore per Dio si è tradotto in uno slancio di interesse verso il prossimo. Un esempio chiarisce bene il contesto: la sua famiglia benestante gli dava la classica 'paghetta' che lui investiva in aiuti ai senzatetto ma il suo desiderio era, una volta raggiunti i sedici anni (compleanno che non ha potuto festeggiare), poter fare qualche lavoretto per utilizzare denaro guadagnato personalmente. Un'altra sottolineatura illumina il quadro della sua personalità. La mamma ricorda che non si limitava a portare beni di prima necessità o a segnalare dove poter ricevere un pasto caldo o fare una doccia a chi non aveva una casa ma restava a conversare con loro considerando che il bene materiale non fosse la sola cosa di cui avessero bisogno.
Padre David Maria Turoldo, che ben conosceva la Milano in cui Acutis è cresciuto e ha condiviso la propria esistenza (amata al pari della Assisi delle sue vacanze) affermava: "La fede non la si propaganda. La si vive. Se la si vive si propaganda da sé." Carlo Acutis la fede l'ha vissuta e questo documentario lo testimonia con efficacia.
ELON MUSK UNVEILED: THE TESLA EXPERIMENT
Il 25 aprile del 2019 la polizia delle Florida Keys accorre sulla scena di un incidente stradale, chiamata da Dillon Angulo, la cui fidanzata, Neima Benavides, è morta per l'impatto causato da una Tesla che ha accelerato e colpito la sua auto parcheggiata. Angulo riporta danni cerebrali, e con la famiglia di lei fa causa alla casa automobilistica di Elon Musk, eccentrico miliardario sudafricano di nascita con cittadinanza statunitense acquisita. Un entusiasta della tecnologia che ha investito nella ricerca spaziale, passato con sconsiderata disinvoltura dall'impegno nell'ecologia, dimostrato durante la presidenza Obama, all'appoggio del mondo MAGA, come ben documenta il colossale Musk di Alex Gibney (3 ore e 52 minuti, presentato alla Mostra di Venezia nel 2026).
Elon Musk Unveiled - The Tesla Experiment di Andreas Pichler, documentarista bolzanino attivo tra Italia e Germania (The Milk System, Pericolosamente vicini) si concentra su un settore specifico degli investimenti di Musk: Tesla, la sua creatura su quattro ruote che porta il nome dell'ingegnere e inventore di origine serba ritratto in diversi film, tra cui quello di Michael Almereyda e da ultimo di Nolan, The Prestige. In particolare, si sofferma sulle conseguenze legali del suo sviluppo. Infatti, mentre il nome avventuroso dell'autovettura annunciata nel 2014, a batteria elettrica e quindi zero emissioni, prometteva innovazione e protezione dei passeggeri, nei fatti realtà, a seguito anche dell'incidente in Florida e di altri si svela inequivocabilmente come un prodotto sicuro solo nelle intenzioni. L'assistente di guida Autopilot risulta infatti inefficace.
Come se non bastasse, lo sviluppo pare affidato unicamente alle informazioni raccolte nell'utilizzo dai clienti, attraverso la dashcam, sorta di scatola nera installata a bordo. La conferma dell'inosservanza sulla sicurezza nelle varie sedi aziendali anche europee arriva anche dai "Tesla files", documenti fatti filtrare all'esterno dal tecnico Lukasz Krupski, che con il suo intervento evitò un incendio durante una presentazione in Norvegia. Dalle dinamiche vessatorie dell'azienda testimoniate direttamente dagli ex dipendenti emerge una concezione imprenditoriale che recepisce le regole e la democrazia come briglie al "libero" sviluppo tecnologico e quindi agli affari, concetto piuttosto condiviso dai protagonisti della Silicon Valley. Tra una dichiarazione e l'altra, prende forma una personalità egomaniaca, una sorta di scienziato pazzo o mad scientist - con netta prevalenza dell'instabilità psichica sulla competenza disciplinare - che con il suo ingresso rumoroso e sguaiato nella politica mette il pianeta a rischio autodistruzione. Investito da Donald Trump nel suo secondo mandato della direzione del DOGE (Department of Government Efficiency) dopo essere stato indagato dall'amministrazione Biden, Musk ha lavorato a Space X anche durante la presidenza di Obama. Il parallelismo tra l'elettore (e dei loro rappresentanti) che demanda le decisioni politiche a un soggetto esterno alla politica, per quanto ben quotato in borsa, e il conducente che lascia la guida dell'auto a un non ben testato pilota automatico, è l'unica, per quanto efficace, suggestione anche visiva di questo documentario. Scaturito dalle indagini dei giornalisti tedeschi Sönke Iwersen e Michael Verfürden del quotidiano "Handesblatt".
Il 25 aprile del 2019 la polizia delle Florida Keys accorre sulla scena di un incidente stradale, chiamata da Dillon Angulo, la cui fidanzata, Neima Benavides, è morta per l'impatto causato da una Tesla che ha accelerato e colpito la sua auto parcheggiata. Angulo riporta danni cerebrali, e con la famiglia di lei fa causa alla casa automobilistica di Elon Musk, eccentrico miliardario sudafricano di nascita con cittadinanza statunitense acquisita. Un entusiasta della tecnologia che ha investito nella ricerca spaziale, passato con sconsiderata disinvoltura dall'impegno nell'ecologia, dimostrato durante la presidenza Obama, all'appoggio del mondo MAGA, come ben documenta il colossale Musk di Alex Gibney (3 ore e 52 minuti, presentato alla Mostra di Venezia nel 2026).
Elon Musk Unveiled - The Tesla Experiment di Andreas Pichler, documentarista bolzanino attivo tra Italia e Germania (The Milk System, Pericolosamente vicini) si concentra su un settore specifico degli investimenti di Musk: Tesla, la sua creatura su quattro ruote che porta il nome dell'ingegnere e inventore di origine serba ritratto in diversi film, tra cui quello di Michael Almereyda e da ultimo di Nolan, The Prestige. In particolare, si sofferma sulle conseguenze legali del suo sviluppo. Infatti, mentre il nome avventuroso dell'autovettura annunciata nel 2014, a batteria elettrica e quindi zero emissioni, prometteva innovazione e protezione dei passeggeri, nei fatti realtà, a seguito anche dell'incidente in Florida e di altri si svela inequivocabilmente come un prodotto sicuro solo nelle intenzioni. L'assistente di guida Autopilot risulta infatti inefficace.
Come se non bastasse, lo sviluppo pare affidato unicamente alle informazioni raccolte nell'utilizzo dai clienti, attraverso la dashcam, sorta di scatola nera installata a bordo. La conferma dell'inosservanza sulla sicurezza nelle varie sedi aziendali anche europee arriva anche dai "Tesla files", documenti fatti filtrare all'esterno dal tecnico Lukasz Krupski, che con il suo intervento evitò un incendio durante una presentazione in Norvegia. Dalle dinamiche vessatorie dell'azienda testimoniate direttamente dagli ex dipendenti emerge una concezione imprenditoriale che recepisce le regole e la democrazia come briglie al "libero" sviluppo tecnologico e quindi agli affari, concetto piuttosto condiviso dai protagonisti della Silicon Valley. Tra una dichiarazione e l'altra, prende forma una personalità egomaniaca, una sorta di scienziato pazzo o mad scientist - con netta prevalenza dell'instabilità psichica sulla competenza disciplinare - che con il suo ingresso rumoroso e sguaiato nella politica mette il pianeta a rischio autodistruzione. Investito da Donald Trump nel suo secondo mandato della direzione del DOGE (Department of Government Efficiency) dopo essere stato indagato dall'amministrazione Biden, Musk ha lavorato a Space X anche durante la presidenza di Obama. Il parallelismo tra l'elettore (e dei loro rappresentanti) che demanda le decisioni politiche a un soggetto esterno alla politica, per quanto ben quotato in borsa, e il conducente che lascia la guida dell'auto a un non ben testato pilota automatico, è l'unica, per quanto efficace, suggestione anche visiva di questo documentario. Scaturito dalle indagini dei giornalisti tedeschi Sönke Iwersen e Michael Verfürden del quotidiano "Handesblatt".
OZZY & BLACK SABBATH - BACK TO THE BEGINNING
Nessuno, quella sera, sapeva di assistere a un addio definitivo. Il 5 luglio 2025, allo stadio Villa Park di Birmingham - a pochi chilometri da dove i Black Sabbath hanno inventato l'heavy metal nel 1968 - Ozzy Osbourne sale sul palco per l'ultima volta. Non può più stare in piedi: canta seduto su un trono nero, la voce che trema e poi esplode, mentre 40.000 persone urlano ogni parola. Con lui, per la prima volta in oltre vent'anni, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward: la formazione originale, quella del primo giorno. Quattro canzoni. L'ultima è "Paranoid". Diciassette giorni dopo, il 22 luglio, Ozzy muore.
Nessuno, quella sera, sapeva di assistere a un addio definitivo. Il 5 luglio 2025, allo stadio Villa Park di Birmingham - a pochi chilometri da dove i Black Sabbath hanno inventato l'heavy metal nel 1968 - Ozzy Osbourne sale sul palco per l'ultima volta. Non può più stare in piedi: canta seduto su un trono nero, la voce che trema e poi esplode, mentre 40.000 persone urlano ogni parola. Con lui, per la prima volta in oltre vent'anni, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward: la formazione originale, quella del primo giorno. Quattro canzoni. L'ultima è "Paranoid". Diciassette giorni dopo, il 22 luglio, Ozzy muore.
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