BAD BOYS - RIDE OR DIE

Locandina Un film di Adil El Arbi, Bilall Fallah. Con Will Smith, Martin Lawrence, Vanessa Hudgens, Alexander Ludwig, Paola Núñez, Eric Dane, Lex Elle, Derrick Gilbert, Ryan Castle, Rhea Seehorn, Ioan Gruffudd, Jenna Kanell, Melanie Liburd, Tasha Smith, Gabriel "G-Rod" Rodriguez, Brittany Price, Jacob Scipio, Tiffany Haddish, Joe Pantoliano, DJ Khaled, John Salley, Bianca Bethune, Derek Russo, Levy Tran, Jay DeVon Johnson, Jeff J.J. Authors, Nicholas Verdi, Steven Sean Garland, Jerri Tubbs, Enoch King, Jason Davis, Ahmed Lucan, Bria Brimmer, Alex Joseph Pires, Nathan Hesse, Jesse Malinowski, Rob Mars, Bobby Hernandez, Michael Bay. Genere Azione - USA, 2024. Durata 115 minuti circa.Quarto capitolo della saga con Will Smith e Martin LawrenceWill Smith e Martin Lawrence tornano nei panni dei "bad boys" con il loro iconico mix di azione e ironia e stavolta sono i ricercati.di Andrea Fornasiero


Trama

Mike e Marcus si sono ripresi dai tormenti subiti a causa del sicario, e figlio di Mike, Armando, che ora si trova in carcere. Mike sta infatti per convolare a nozze e Marcus, al solito, lo accompagna come un postmoderno Sancho Panza, goloso di junk food. Colpito da un infarto, Marcus ha una visione del capitano Howard e si convince di essere immortale perché non è ancora arrivato il suo momento. Questo però non impedisce a sua moglie di fargli sparire da casa tutti gli snack. Marcus invece, in seguito a una sparatoria, rivela di essere vittima di attacchi di panico, che ne compromettono l'efficienza. Il vero problema dei due è però un altro: qualcuno sta infangando la memoria del capitano Howard e per scoprire di chi si tratta c'è bisogno dell'aiuto proprio di Armando, l'unico che può identificare il responsabile. Così tra evasioni e alligatori, inseguimenti e rapimenti, Mike e Marcus vivono una nuova spettacolare avventura.

Quarto capitolo per la saga lanciata da Michael Bay nel 1995 e passata nel 2020 nelle mani dei registi Adil El Arbi & Bilall Fallah, che con Bad Boys: Ride or Die confermano una regia mobilissima ma pure un discutibile sense of humour.

Finché non ingrana l'azione infatti il film arranca nel territorio "cringe" delle battute infelici, che sembrano davvero mirate a un pubblico di bocca buona e rimasto agli anni Novanta. Il flusso costante di parole tra i due, che cercano di essere al tempo stesso smargiassi e simpatici, si scontra d'altra parte con una rappresentazione del mondo che ha ampiamente fatto il suo tempo e mette più tristezza che allegria. Siamo infatti, ancora una volta, di fronte a uno dei più clamorosi casi di "copaganda", dove essere poliziotti significa stare dalla parte giusta e vivere alla grande, ignorare la legge e partecipare ad azioni adrenaliniche, che fanno impallidire i videogame sparatutto in prima persona - per altro esteticamente citati in una scena del film, girata dal punto di vista di una pistola. Oltretutto c'è il cortocircuito di avere protagonisti neri, che paiono aver pienamente risolto ogni problema tra la loro identità razziale e il far parte di un corpo di polizia che non ci va per il leggero con quelli come loro - una questione che l'ambientazione in Florida dovrebbe per altro esacerbare.

Tutto è come sempre sopra le righe in Bad Boys: Ride or Die, ma non c'è autoironia a smascherare questa acritica esagerazione, dove i protagonisti hanno auto sportive e case da paura che non si capisce davvero come possano permettersi. Così come possono ignorare, senza porsi alcun problema, pure il codice stradale di Miami per motivi privati e senza nemmeno accendere la sirena. Ogni singolo elemento della loro vita, incluso naturalmente l'uso delle armi da fuoco, è girato nel modo più accattivante possibile, con colori saturi e immagini patinate. Un super-spot di quasi due ore, che non contento di magnificare la polizia trova pure un momento per i marines, con il genero di Marcus che si rivela un supersoldato micidiale.

Quando l'azione finalmente entra nel vivo, la coppia alla regia inanella una serie di situazioni via via più eccessive e ipercinetiche, con una macchina da presa che si lancia in acrobatiche evoluzioni aree pur di dare dinamismo alla scena. Del resto è notoriamente più semplice e meno costoso muovere la macchina da presa che non organizzare una coreografia compiuta: l'azione infatti è più suggerita che effettivamente rappresentata. Se Michael Bay la frammentava di continui stacchi, ma trovava anche momenti in cui solidificarla, magari in ralenti, qui invece non ci si ferma che in pochi momenti e dunque non c'è una ricerca dell'immagine iconica, quanto piuttosto di una sensazione di movimento costante. L'effetto è vorticoso e tra aerei che precipitano, alligatori giganti che azzannano e la solita sequela di esplosioni in cui scoppia di tutto, lo schermo riempe effettivamente gli occhi. Il senso dello spettacolo tutto sommato non manca, peccato sia impiegato per una sceneggiatura dai dialoghi così tristi e dallo scopo propagandistico.