IT'S NEVER OVER - JEFF BUCKLEY

Locandina Un film di Amy Berg. Con Jeff Buckley, Mary Guibert, Ben Harper, Parker Kindred, Michele Anthony, Don Ienner, Nusrat Fateh Ali Khan, Chris Cornell, Linda McCartney, Paul McCartney, Jimmy Page, Edith Piaf, Robert Plant. Genere Documentario - USA, 2025. Durata 106 minuti circa.Ritratto intimo di Jeff BuckleyAmy Berg dirige un documentario sulla vita del cantautore americano Jeff Buckley, con materiali inediti e testimonianze intime.di Emanuele Sacchi


Trama

La parabola di Jeff Buckley è materia da romanzo. Una storia di predestinazione, a tratti quasi di reincarnazione, come se una traiettoria artistica e umana fosse stata tracciata prima ancora di compiersi. Più Jeff cercava di prendere le distanze da un padre geniale ma assente e autodistruttivo, più finiva per somigliargli, come prigioniero di un sortilegio familiare. Gentile e disponibile dove il padre era scostante, innamorato di un rock aperto e contaminato - un improbabile quanto elettrizzante incontro tra Nina Simone e i Led Zeppelin - anziché del folk visionario e quasi mistico che aveva reso celebre Tim Buckley, Jeff sembrava voler scrivere una storia completamente diversa. Eppure, il destino avrebbe finito per accomunarli nella stessa aura tragica, segnata da una fine prematura.
Il documentario di Amy Berg, già autrice del toccante ritratto di Janis Joplin in Janis: Little Girl Blue, chiarisce fin da subito il proprio intento: non ricostruire semplicemente il mito di Jeff Buckley, ma avvicinarsi all'uomo dietro la leggenda.
Berg privilegia il lato intimo dell'artista, costruendo il racconto attraverso le testimonianze di chi gli è stato accanto nei momenti decisivi della sua breve vita. Solo attraversando quella dimensione privata - sembra suggerire il film - è possibile avvicinarsi ai molti enigmi che circondano la sua figura e, forse, colmare almeno in parte il vuoto lasciato dalla sua scomparsa.
Al centro della narrazione si staglia inevitabilmente il rapporto con il padre. Tim Buckley appare come una figura contraddittoria, quasi paradigmatica di un certo romanticismo autodistruttivo della musica degli anni Sessanta e Settanta: un uomo capace di predicare attraverso le canzoni la libertà e la necessità di inseguire i propri sogni, ma incapace di applicare quelle stesse parole alla propria vita familiare. "Segui i tuoi sogni", ripeteva spesso, ma quell'invito non sembrava valere per la moglie, alla quale lasciò di fatto la responsabilità di crescere Jeff, allontanandosi fin dai primi giorni di vita del figlio. Un'assenza che avrebbe continuato a pesare, trasformandosi in un'ombra difficile da dissipare.
Il documentario evita tuttavia di trasformare questo conflitto in una semplice chiave psicologica. Piuttosto lo utilizza come filo rosso per illuminare il percorso artistico di Jeff, che negli anni Novanta emerse come una delle voci più singolari della sua generazione: un talento sconvolgente, in grado di unire il pubblico del grunge a quello disperso tra i generi ma sensibile alla sua voce angelica. Basti pensare alla diffusione capillare della sua versione di "Hallelujah" di Leonard Cohen, entrata prepotentemente nel repertorio nazionalpopolare di ogni musicista di strada e talent show televisivo. Il racconto si arricchisce così delle testimonianze di musicisti e amici, tra cui Ben Harper e Joan Wasser (nota come Joan As Policewoman), sua compagna per un periodo. Proprio l'intervento di Wasser rappresenta uno dei momenti più toccanti del film: il ricordo di un uomo fragile e appassionato, capace di entusiasmi travolgenti ma anche di profondi smarrimenti.
Per dare forma visiva a questa instabilità emotiva, Berg ricorre a un dispositivo grafico delicato ma efficace: piccoli disegni e animazioni che accompagnano il racconto, suggerendo i saliscendi interiori dell'artista. Non si tratta di un semplice abbellimento estetico, ma di un modo per rendere percepibile la dimensione interiore di Jeff Buckley, quell'alternanza di entusiasmo creativo e inquietudine che attraversava tanto la sua musica quanto la sua vita.
Ne emerge il ritratto di un artista sospeso tra luce e ombra, tra la promessa di una carriera straordinaria e la fragilità di chi porta sulle spalle un'eredità ingombrante. Il film di Amy Berg non pretende di sciogliere tutti i nodi della sua storia, né di trasformare Jeff Buckley in un'icona cristallizzata. Piuttosto, restituisce la complessità di una figura che continua a esercitare un fascino quasi magnetico, proprio perché incompiuta. Come se la sua voce - limpida, fragile, vertiginosa - continuasse a risuonare nello spazio lasciato vuoto dalla sua assenza.