Un film di Olivier Assayas. Con Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Jeffrey Wright, Jude Law, Will Keen (II), Dan Cade, Andris Keiss, Anton Lytvynov. Genere Drammatico - Francia, 2025. Durata 159 minuti circa.Essere lo spin doctor di PutinRussia, anni '90: Vadim Baranov, ex artista, diventa lo spin doctor dello "Zar" Putin. Ma Ksenia, donna libera, rappresenta la sua possibile via di fuga.di Tommaso Tocci
All'inizio degli anni novanta, mentre l'Unione Sovietica si sgretola, Mosca è una città in fermento, dove all'improvviso tutto è possibile, sia per chi vuole arricchirsi che per chi è mosso da propositi più idealistici. Tra questi ultimi c'è Vadim Baranov, giovane intellettuale che ama il teatro e la comunicazione. L'incontro e poi la separazione con Ksenia, donna abile a sentire dove va il vento e a posizionarsi di conseguenza, lo convince però che non sarà l'arte ma la politica a definire la nuova era che sta arrivando. Dopo aver lavorato per la TV, viene coinvolto nella scelta di un malleabile fantoccio che possa puntellare la presidenza agli sgoccioli di Boris Eltsin: si tratta del capo dell'FSB Vladimir Putin, all'inizio riluttante ma poi affascinato dal consolidamento del potere. A garantirglielo sarà proprio Baranov, che si trasforma in superbo stratega ed eminenza grigia della nuova Russia.
Avevamo lasciato Olivier Assayas con l'intimo e schivo ritratto pandemico di Hors du temps, e lo ritroviamo con uno dei suoi progetti più vasti ed ambiziosi: un adattamento del romanzo di Giuliano da Empoli che vuole tracciare una parabola della Russia contemporanea attraverso la salita al potere di Putin e il rafforzamento del suo regime.
Lavorando con attori anglosassoni in un'ampia coproduzione internazionale, Assayas legge Putin attraverso la figura - largamente fittizia ma con radici nel profilo reale di Vladislav Surkov - del suo consigliere più fidato, un visionario dalla moralità fluttuante che con distacco e modi pacati indirizza trent'anni di soprusi e angherie, dalla fine dell'era Eltsin alle campagne di disinformazione digitale, passando per la soppressione violenta delle proteste ucraine dell'Euromaidan.
La dottrina di Baranov (un Paul Dano che trova nuove e inquietanti frontiere alla sua sorniona indecifrabilità) nasce con l'idea di solleticare gli istinti più bassi del popolo per fini commerciali, infiammando ciò che fu e che sarà alla base del berlusconismo e del trumpismo con la benzina delle privazioni sovietiche e della fame incontrollata che ne seguì. Ben presto però si inasprisce in una visione "verticale" della politica, che cavalca l'adagio di una Russia "da sempre forgiata con l'ascia" e perciò bisognosa di un tiranno alla guida.
Qui entra in gioco il Putin di Jude Law, la scommessa più riuscita del film, lo strumento che sfugge di mano ai suoi creatori grazie a un pragmatismo capace di autogenerarsi nella forma di un dittatore. L'attore inglese ne indovina le movenze, la camminata tipica, il modo di parlare anche nell'astrazione di una lingua e una cultura diversa. La sua performance è un enorme chiodo piantato nel terreno su cui erigere un tendone tutt'attorno. Tendone che però - pur intrattenendo senza accusare i 150 minuti e offrendo qualche perla nella scrittura del raffinato romanziere Emmanuel Carrère - è scosso dai minacciosi venti dell'irrilevanza.
Si ha infatti l'impressione che film e romanzo siano condannati dall'esistere in un mondo precedente all'invasione dell'Ucraina, e che lo sguardo (già profondamente eurocentrico) gettato dietro la cortina di ferro putiniana si accontenti di letture limitate a una teoria del caos in cui nulla ha più senso come spiegazione delle strategie di Baranov. Una visione basata su un enigma inconoscibile che forse questi anni di conflitto hanno incrinato e smitizzato, nonché una narrativa lineare e digeribile che sembra partorita dallo stesso Baranov, a cui il film dà più e più volte l'opportunità di deridere l'Occidente come vittima dei suoi sotterfugi comunicativi.
Il successo del romanzo di Giuliano da Empoli rendeva una trasposizione cinematografica comunque inevitabile, ma dall'acume cristallino di Assayas (e Carrère) era lecito attendersi un'interpretazione più obliqua del periodo e del personaggio centrale. La complicità di Baranov con il male è indagata attraverso la mera lente dell'ambizione prima e dell'orgoglio poi, chiavi che non rendono giustizia all'intellettuale che vediamo impegnato in conversazione con un giornalista americano (Jeffrey Wright dà vita a un dispositivo-cornice all'inizio promettente ma in definitiva utile solo a della basilare esposizione sui fatti storici), e che è capace di essere insieme artista e politico, russo e occidentale, spietato e compassionevole. Nemmeno l'enigmatica figura di Ksenia, la musa reticente interpretata da Alicia Vikander, basta a dargli sviluppo.
Resta, nella messa in scena piana e senza guizzi tipica di Assayas quando lavora su ampia scala come in Wasp network e Carlos, un'interessante prima parte su una Mosca in transizione, piena di entusiasmo e incertezza e vitalità. Così come straniante e intrigante è l'idea di assistere nella finzione a una ri-creazione europea (seppur rapida e didascalica) degli eventi russi dei primi anni duemila, dai rapporti con gli oligarchi alla guerra cecena e all'affondamento del Kursk. Immagini che arrivano troppo presto o magari troppo tardi, ma che forse daranno al film un presente migliore quando la Storia sarà scomparsa dietro l'orizzonte.