RAMBO - LAST BLOOD

Locandina Un film di Adrian Grunberg. Con Sylvester Stallone, Paz Vega, Sergio Peris-Mencheta, Adriana Barraza, Yvette Monreal, Óscar Jaenada, Louis Mandylor, Joaquín Cosio, Sheila Shah, Jessica Madsen, Nick Wittman, Atanas Srebrev, Owen Davis (II). Genere Azione - USA, 2019. Durata 100 minuti circa.Una mattanza di rara brutalità per un capitolo che compensa con lo splatter gli evidenti limiti di budget e sceneggiaturaRambo abbandona la sua vita tranquilla per iniziare una nuova missione in Messico.di Andrea Fornasiero


Trama

John Rambo si è ritirato in Arizona, presso la tenuta di famiglia dove vive con la domestica e amica Maria e con la nipote Gabrielle, entrambe di origini messicane. L'uomo è più integrato che mai, tanto che aiuta anche la forestale nel corso di una alluvione, ma è sempre tormentato dai fantasmi della guerra, infatti vive in un ampio labirinto di tunnel che ha scavato sotto il terreno del ranch. Gabrielle sta per andare al college, ma un'amica trasferitasi in Messico le ha detto di aver trovato suo padre e la ragazza vorrebbe conoscerlo. John e Maria non sono d'accordo, ma Gabrielle non si lascerà convincere e finirà in grave pericolo, obbligando lo zio a imbracciare ancora una volta le armi.

Non c'è pace per un guerriero come Rambo, che dice di aver solo imparato a mettere un tappo alla propria violenza. Una rabbia la sua ormai gelida e metodica ma sempre pronta a esplodere con estrema ferocia.

John è assediato dal passato e non ha altro modo per placarlo che scavare gallerie come un viet-cong o forgiare affilatissimi coltelli, con il pretesto di regalarli come tagliacarte. Come già nel capitolo precedente, per compensare ai limiti del budget, Stallone e il regista Adrian Grunberg puntano dichiaratamente sullo splatter, in puro spirito da cinema di serie B, ma per giustificare una mattanza di rara brutalità servono avversari assolutamente spregevoli. Mentre John Rambo metteva il personaggio nel mezzo di una crisi umanitaria contro i soldati di un regime criminale, ora è il turno dei trafficanti sessuali messicani, dipinti come mostri dal sadismo spesso gratuito.

Si tratta di due fratelli - il più massiccio dei quali interpretato da Sergio Peris-Mencheta (tra i protagonisti della serie Snowfall) - dove uno a un certo punto si dedica ad azioni aberranti per vendetta. O meglio così dice, ma in realtà nessuno gli ha dato alcuna ragione di vendicarsi e sta invece rovinando senza motivo la sua sua fonte di guadagno. Guadagno su cui la sceneggiatura non risparmia momenti di "trivia" su quanto frutti una prostituta, in un improbabile dialogo tra schiavisti e papponi che non hanno alcun bisogno di spiegarsi certe cose l'un l'altro.

Il peggio però si raggiunge quando Gabriella si reca dal padre che la accoglie con parole raccapriccianti. Tanto che viene il sospetto l'abbia trattata male per farla scappare dal pericoloso Paese centro-americano, ma no: scopriremo che è semplicemente cattivo senza un perché. E non ha altra ragione che l'invidia per un braccialetto l'amica di Gabrielle, che nel giro di una mezza giornata conduce la nipote di Rambo verso la peggior fine possibile.

Che bastino pochissime ore in Messico per essere ridotti in schiavitù, oltretutto gestita come una tortura disinteressata alle logiche del profitto (per questo diversissima dalla crudeltà dei cartelli in film come Sicario o The Counselor), è esattamente quello che serve a Stallone per motivare l'ultimo atto del film. E non si ferma neppure qui: arriva a far agire John senza la furtività che caratterizza il personaggio, facendolo pestare (e non uccidere solo perché i cattivi sono così cattivi che vogliono soffra per anni e anni). Del resto anche il dolore e l'immancabile cicatrice/stimmate sono ulteriori motivazioni alla sua ferocia.

In questo abominevole ritratto dei messicani non può ovviamente mancare il muro al confine, che viene agilmente superato con un tunnel. Forse a dire che il mondo di Rambo è così privo di salvezza che nemmeno un muro terrà alla larga i messicani (a ben vedere il vero muro è proprio Rambo stesso), o forse a suggerire che il muro va costruito meglio, più in profondità. Infine, dopo oltre un'ora di film estenuante e spesso pedestre, Rambo scatena l'iperviolenza in una sequela di trappole micidiali, dove John infierisce pure sui nemici già feriti a morte, crivellandoli di colpi con gusto sadico. Qui i messicani oltre che cattivi si rivelano pure scemi, continuando a morire nelle trappole uno dietro l'altro senza mai pensare a una ritirata, mentre la coreografia dell'azione è comodamente coperta dalle ombre. A tenere desta l'attenzione non rimane che lo splatter, magra consolazione.

Nonostante i palesi problemi di razzismo, dove non basta certo la piccolissima parte di una buona giornalista messicana per riequilibrare le cose, Rambo: Last Blood evita toni trionfalistici e alla fine la mattanza è una vacua soddisfazione per il protagonista. Che si ritrova più solo che mai, ancora una volta a pensare ai suoi compagni caduti (in un voice over di vuota retorica). La sua è una figura tragica, ma il nichilismo in cui è avvolto è fin troppo chiaramente un pretesto per scatenare fantasie di vendetta, più o meno consciamente di propaganda trumpiana.


Arriva poi l'epilogo con scene riprese dai film precedenti, rallentate e desaturate, in un "amarcord" che include anche il film appena concluso, in una sorta di cortocircuito volto a suscitare nostalgia del presente. Un commiato stucchevole del tutto indegno sia del capitolo precedente, sia soprattutto dell'amaro primo film e del romanzo da cui era tratto.