Un film di Mary Bronstein. Con Rose Byrne, Delaney Quinn, Mary Bronstein, A$AP Rocky, Ivy Wolk, Christian Slater, Danielle Macdonald, Josh Pais, Conan O'Brien, Daniel Zolghadri, Ella Beatty, Helen Hong, Lark White, Manu Narayan, Ronald Bronstein, Laurence Blum. Genere Thriller - USA, 2025. Durata 113 minuti circa.
La psicoterapeuta Linda vive un perenne stato di stress a causa della malattia che affligge la figlia, l'assenza del marito per lavoro, e le difficoltà nel trovare un equilibrio tra la sua dimensione professionale e le responsabilità materne. Quando un'inondazione crea un buco enorme nel soffitto della camera da letto, rendendo l'appartamento inagibile, la donna è costretta a trasferirsi in un motel con la figlia, rischiando di perdere definitivamente il contatto con la realtà.
Caustico e viscerale senza però mai perdere il controllo sul tono, il secondo film di Mary Bronstein si posiziona nel solco di quelle opere che analizzano i risvolti nascosti della maternità e il fardello psicologico con cui tante donne devono fare i conti.
Senza restare ferma al livello della lezioncina sociale ma nemmeno sconfinando nel puro horror visionario, la regista trova una chiave altamente originale e di stampo personale - per non dire privato - in un'opera che vede Rose Byrne fornire una delle migliori interpretazioni della sua carriera.
If I Had Legs, I'd Kick You non è di facile visione proprio perché sa creare un mood asfissiante attorno allo spettatore, una spirale inesorabile capace di portare chiunque a mettere in discussione le proprie convinzioni e la propria sanità mentale. Lo stesso accade sullo schermo alla protagonista, incalzata dalla macchina da presa mentre si affanna al volante tra le complesse cure per la figlia malata, le sedute di analisi (le sue e quelle dei suoi pazienti, a distanza di un solo corridoio) e una casa semi-distrutta che sembra lontana dal poterla riaccogliere.
Uno stile frenetico e ansiogeno che non può sfuggire alla prossimità con il cinema dei fratelli Safdie, con i quali in effetti il legame c'è, fin dagli esordi del marito di Bronstein (loro collaboratore) e giungendo poi a Josh Safdie produttore su questo film. Ma non si tratta banalmente di una versione "al femminile" di Good Time o di Uncut Gems, che sarebbe riduttivo per tutti.
C'è sicuramente una radice comune che affonda nella migliore essenza del cinema indipendente americano (del quale Bronstein ha piene credenziali, visto l'esordio con Yeast in piena epoca mumblecore), vivo e inventivo, il cui spirito è in linea con la trovata più significativa del film: non si vede mai, difatti, la bambina attorno alla quale la vita di Linda orbita così vorticosamente. La sua è una voce inquisitoria, perfino ostile, dal sedile posteriore dell'auto o dall'altra stanza, un fuoricampo che si insinua nella mente della protagonista fino a diventarne una voce interiore.
Le immagini tornano insistenti, tra buchi nei muri, tubi nei corpi e una ripetizione cadenzata di situazioni e trigger ambientali. L'esasperazione di Linda trova un contraltare in una serie di comprimari il cui casting è forse azzardato (il personaggio televisivo Conan O'Brien nel ruolo dell'analista della donna, il rapper A$AP Rocky come unica forma di supporto) ma scova in effetti strade inaspettate per ri-configurare lo spaesamento dello spettatore, sempre in sincrono con quello della protagonista.
Dopo una lunga assenza dalle scene, Bronstein riesce non soltanto a produrre un denso studio dell'esasperazione più tagliente - che tocca anche nervi scoperti del processo di psicoanalisi, ben riassunti dalle suppliche di Linda verso un terapeuta reticente - ma lo fa con un'opera che sembra arrivare su schermo direttamente dal centro di una nevrosi, poco o nulla filtrata da alcuna intermediazione.