Un film di Eli Roth. Con Kiori Mirza Waldman, Carina Battrick, Ari Millen, Ryan Allen (II), Benjamin Byron Davis, Darrin Baker, Sarah Abbott, Rodrigo Fernandez-Stoll, Karen Cliche, Lorenzo Antonucci, Steffi DiDomenicantonio, Jordan Poole, Baeyen Hoffman, Hailey Kittle, Amanda Barker. Genere Horror - USA, 2026. Durata 86 minuti circa.Un'opera disturbante e senza compromessiL'ultima campanella della giornata suona. Davanti, un pomeriggio da trascorrere con gli amici. Il momento perfetto per un gelato. Il momento peggiore per incontrare l'Ice Cream Man.di Emanuele Sacchi
Nella cittadina di XXX arriva dal nulla un misterioso camioncino dei gelati: la notte stessa gli adolescenti che hanno ingerito uno dei dolci del misterioso gelataio si trasformano in sadici killer dei propri genitori, insegnanti e adulti in genere con cui hanno a che fare. I pochi sopravvissuti al "contagio" demoniaco studieranno un piano per liberare XXX dalla maledizione, attraverso un macabro rituale.
Da subito, Ice Cream Man dichiara le proprie intenzioni: esibire il gore più sfrenato su un impianto da commedia adolescenziale, quasi che le risate possano stemperare la vista di corpi martoriati e sventramenti.
Il principio è quello di una high school comedy precipitata in un incubo splatter, nel quale la violenza più estrema diventa una gag e il disgusto una reazione da mettere alla prova. Bambini e adolescenti si accaniscono su corpi, il sangue scorre a fiotti, la morte perde ogni solennità per trasformarsi in un numero da circo. La domanda, neppure troppo nascosta sotto la coltre di sangue finto, è se siamo ormai talmente assuefatti alle immagini estreme da poter ridere di qualsiasi cosa. Esiste ancora una differenza tra mettere in scena un gruppo di bambini che infierisce sul cadavere di un insegnante e un cartoon sulle disavventure di Wile E. Coyote, schiacciato, triturato o fatto esplodere dal suo stesso arsenale?
Più che un film, Ice Cream Man sembra allora un esperimento scientifico, una specie di test di laboratorio condotto sulle reazioni dello spettatore. Eli Roth dispone sul tavolo operatorio il corpo del cinema horror e ne saggia la soglia di tolleranza, alternando l'orrore alla risata, la repulsione al compiacimento. Il problema è che la riflessione teorica sullo sguardo prevale nettamente sul valore intrinseco dell'opera, talmente trascurabile da apparire quasi intenzionalmente tale. Come se la sciatteria della messa in scena, la povertà dell'invenzione e la natura derivativa del racconto fossero parte integrante di una strategia: non importa quanto sia brutto il film, purché riesca a farci sentire in colpa per aver riso.
Ma il gioco funziona soltanto fino a un certo punto. Perché la trasgressione, quando diventa un automatismo, rischia di perdere proprio quella carica sovversiva che vorrebbe rivendicare. La provocazione non basta a produrre un discorso, così come accumulare cadaveri non equivale a costruire una progressione drammatica. Roth sembra affidarsi alla quantità più che alla qualità, al rilancio continuo più che alla precisione, con l'idea che ogni nuovo eccesso possa superare il precedente e garantire un ulteriore scossone. Il risultato è un'escalation che finisce per anestetizzare anziché sorprendere: dopo un po', anche il più fantasioso dei massacri rischia di diventare routine.
Del resto, sul piano dello stile e dei contenuti, Ice Cream Man pesca a piene mani da un immaginario horror già ampiamente metabolizzato. Le nenie infantili rimandano inevitabilmente a Nightmare, i gruppi di bambini assassini evocano Il villaggio dei dannati, mentre il compiacimento anatomico e la trasformazione della mutilazione in spettacolo chiamano in causa la saga di Terrifier. Non si tratta di semplici citazioni, ma di un repertorio di soluzioni e suggestioni che il film rimastica senza riuscire a restituire loro una vitalità autonoma. L'impressione è quella di una progenie sciagurata, nata dalla convinzione - quella maledetta tradizione grindhouse che via Tarantino ci ha condotto a Eli Roth - che basti esasperare le formule del passato per ottenere qualcosa di nuovo.
Eppure, il paradosso più interessante resta quello che Ice Cream Man lascia aperto senza riuscire davvero a elaborarlo. La violenza cartoon è innocua perché palesemente artificiale, oppure proprio la sua trasformazione in intrattenimento ci abitua a considerare ogni orrore come una variante del gioco? Roth mette in scena una comunità nella quale i confini morali sembrano essersi dissolti, ma non sempre distingue la rappresentazione di questa deriva dalla sua compiaciuta riproduzione. È una differenza sottile, ma decisiva: un film può interrogare la nostra assuefazione alla violenza oppure limitarsi a sfruttarla come argomento di vendita.
Ice Cream Man preferisce la seconda strada, salvo qualche spunto che affiora sotto la superficie sanguinolenta. Più che un'opera capace di rinnovare il cinema estremo, è un catalogo di provocazioni che si interroga, forse involontariamente, sull'esaurimento della provocazione stessa. Se il suo obiettivo è verificare quanto ancora siamo disposti a sopportare prima di distogliere lo sguardo, la risposta non è necessariamente quella sperata: non perché il film sia troppo estremo, ma perché, a forza di gridare, finisce per non avere più niente da dire. E il gelataio del titolo può continuare a distribuire le sue porzioni di orrore, ma il gusto della trasgressione, ormai, sembra essersi sciolto da un pezzo.