A UN METRO DA TE

Locandina Un film di Justin Baldoni. Con Cole Sprouse, Haley Lu Richardson, Moises Arias, Kimberly Hebert Gregory, Elena Satine, Parminder Nagra, Gary Weeks, Claire Forlani, Emily Baldoni, Ariana Guerra, Sue-Lynn Ansari. Genere Drammatico - USA, 2019. Durata 116 minuti circa.Buon teen-drama del sottogenere amore e malattia. Convince la prima parte, si perde nei clichés la secondaDue ragazzi molto malati si innamorano tra di loro e vorrebbero ribellarsi alle cure per poter vivere pienamente il loro amore.di Marianna Cappi


Trama

Stella ha una malattia genetica, la fibrosi cistica, che la costringe a lunghi periodi di degenza ospedaliera, nella speranza di un trapianto di polmoni. Stella ha anche molto coraggio e un passato che la obbliga a restare aggrappata alla vita, curandosi con estrema diligenza e aggiornando il suo vlog perché altri possano seguire il suo esempio. Will, invece, è nuovo nel reparto ospedaliero, la sua forma di fibrosi cistica è grave e lui non trova un motivo per illudersi di poter vivere. Almeno finché non si innamora di Stella. A quel punto tutto cambia, perché anche se non possono abbracciarsi né baciarsi, e sono costretti a stare ad un metro di distanza l'uno dall'altra, Will e Stella sono determinati a trovare il modo di stare insieme.

Tornano Romeo e Giulietta e la loro frettolosa e struggente storia d'amore adolescenziale, paradigmatica nella semplicità della granitica premessa, imperitura per definizione, perché l'amore a quest'età ha l'intensità della morte, la sua necessità e assolutezza.

Ma più ancora che agli amanti tristi di Shakespeare, i protagonisti di A un metro da te riportano alla mente quelli di Titanic, col loro primo incontro durante il tentato suicidio di Rose (qui invece è Will in posizione pericolosa) e la promessa che Jack le strappa di poterla disegnare, ponendo le basi sulla carta di un processo di fissazione dell'amata che strizza l'occhio al dispositivo cinematografico che lo contiene. Stella e Will, però, sono anche ragazzi di oggi, che si fanno compagnia tramite lunghe videochiamate, si cercano e si negano via whatsapp, pranzano, studiano e si confrontano via smartphone anche se le loro stanze affacciano sullo stesso corridoio.

Il film di Justin Baldoni ha il merito indiscutibile di non fare della malattia un espediente superficiale, e di descrivere la quotidianità dei giovani pazienti e le piccole strategie di sopravvivenza alla prigionia ospedaliera col giusto spirito e un punto di vista tutto interno ai personaggi, che lascia gli adulti fuori dai confini del loro mondo. Ma forse è anche di un'altra infermità che parla, tra le righe, molto più comune e diffusa.

Tramite il racconto di una coppia di innamorati a cui è negata la possibilità del contatto fisico, il film invita a suo modo a riflettere su una contemporaneità che lo evita per prassi, in maniera spesso automutilante. L'invito a scegliere la vita, che vent'anni fa ebbe il suo manifesto sarcastico in Trainspotting, e più recentemente è passato dalle contraddittorie pruderie della saga di Twilight, oggi si configura come un invito a tornare ad apprezzare lo scambio fisico, nella sua funzione affettiva prima ancora che sessuale.

Sfortunatamente, il secondo tempo perde la bussola del realismo e si risolve in esagerazioni narrative e passeggiate nei clichés del genere teen-drama, con furti a man bassa dai suoi risultati migliori (da Restless Baldoni prende una nota inquadratura dall'alto, così come l'idea di far incontrare i due davanti alle culle del reparto di neonatologia, perfetto corrispettivo delle cerimonie funebri del film di Van Sant). Ma una menzione di merito va ai due protagonisti, Haley Lu Richardson e Cole Sprouse: vengono dal piccolo schermo, ma convincono anche sul grande.