LA CASA DI JACK

Locandina Un film di Lars von Trier. Con Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl, Riley Keough, Ed Speleers, David Bailie, Ji-tae Yu, Osy Ikhile. Genere Thriller - Danimarca, Francia, Germania, Svezia, 2018. Durata 155 minuti circa.Dodici anni di vita di Jack lo SquartatoreLars von Trier affronta la popolare storia di Jack lo squartatore e dei suoi efferati atti criminali.di Giancarlo Zappoli


Trama

Usa Anni '70. Jack è un serial killer dall'intelligenza elevata che seguiamo nel corso di quelli che lui definisce come 5 incidenti. La storia viene letta dal suo punto di vista che ritiene che ogni omicidio debba essere un'opera d'arte conclusa in se stessa. Jack espone le sue teorie e racconta i suoi atti allo sconosciuto Verge il quale non si astiene dal commentarli.


A quattro anni di distanza da Nymphomaniac - Volume 2 torna con il suo cinema in cui genio e follia continuano a contendersi lo schermo.

Per leggere questo film però è necessario andare molto più indietro e risalire al 2007 quando a Von Trier e a una trentina di altri suoi colleghi venne chiesto di girare un cortometraggio in occasione del 60esimo del Festival di Cannes legato all'idea di cinema. Il regista danese immaginò se stesso a una prima cannesiana di un suo film con accanto uno spettatore americano e spocchioso che, dopo aver continuamente disturbato la visione con i suoi commenti, gli chiedeva che lavoro facesse e Lars, imperturbabile, rispondeva: "Uccido!". Estraeva un'ascia e gli spaccava la testa per poi riprendere a vedere il suo film.
"Io uccido" è la stessa frase che pronuncia Jack a un certo punto del film in un'esternazione che vorrebbe essere liberatoria. Jack è un ingegnere che avrebbe voluto essere architetto perché per lui i secondi scrivono la musica mentre i primi si limitano a leggerla. Von Trier, in questo film, ancora una volta, si sdoppia, si potrebbe affermare che vuole essere architetto e ingegnere dell'esistenza e lo fa attraverso le due figure di Jack e di Verge. Così come in Melancholia finiva con il riconoscersi nelle due protagoniste (una razionale e l'altra umorale), qui si va a cercare in entrambi. Come il negativo della pellicola rappresenta per lui il lato oscuro della luce così da sempre con i suoi film si (e ci) spinge a guardare in quell'oscurità che si nasconde nell'animo umano e che può essere ammantata di quella razionalità perversa che ha fatto commettere all'umanità i crimini di massa più efferati.

L'arte può esprimersi nella sensibilità estrema di un Glenn Gould come nell'estetica delle rovine di Albert Speer ma quando si traduce in corpi in decomposizione non c'è paragone con la vinificazione che tenga. Von Trier, come sempre, non ha mezze misure: ci mette davanti all'orrore, al sangue, alla putrefazione della carne. Fa poi uccidere delle donne a Jack per poter ironicamente rispondere ai commenti di chi lo legge come un misogino all'ennesima potenza. Soprattutto però fa propria, pessimisticamente, la lettura sartriana dell'esistenza, implicitamente, citando il finale di "A porte chiuse" con quel "L'inferno sono gli altri" che viene esplicitato nella sequenza in cui Jack chiede esplicitamente a una sua vittima di gridare per ricevere aiuto.
C'è questo e molto altro (finale compreso) in un film che però fa risuonare un campanello d'allarme. Von Trier rischia di diventare il manierista di se stesso: le citazioni colte, il divertissement con i cartelli sorretti da Dillon, lo stesso uso della camera a mano ricalcano senza davvero innovarlo, il già visto. Le pur sempre stimolanti 'case' che Lars costruisce sullo schermo abbisognano di materiali nuovi e vivi.