Un film di Edoardo Gabbriellini. Con Emanuele Maria Di Stefano, Valerio Mastandrea, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua, Roberta Mattei, Michele Valerio Legrottaglie, Giorgio Montaldo. Genere Drammatico - Italia, 2026. Durata 104 minuti circa.Frammenti di vitaIl film è liberamente ispirato all'omonimo romanzo dello scrittore Premio Strega Nicola Lagioia.di Tommaso Tocci
In una Roma di periferia, Luca ha ventitré anni ma è ancora alle prese con la scuola serale per prendere il diploma, oltre ad aiutare il padre accompagnandolo sul furgone con cui lavora. Tra la ricerca di un impiego più solido e la reticenza allo studio, il giovane non ha ancora chiaro cosa fare della sua vita anche se pianifica il futuro con la fidanzata Marta Gaia, che è di casa nell'appartamento in cui Luca vive con i genitori. Bisognoso di soldi, una nuova conoscenza lo introduce a un giro di feste altolocate che sembrano promettere guadagno con poco sforzo, ma le circostanze trasformeranno la storia in insensata tragedia.
Un delitto atroce che aveva fatto scalpore nel 2016 riaffiora nella quinta opera di Edoardo Gabbriellini, attore poi diventato regista che qui adatta l'omonimo romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia. Il tipo di adattamento è forse inaspettato per chi conosce la vicenda, ma attraverso le ottime interpretazioni di Mastandrea e del protagonista Emanuele Maria Di Stefano trova un suo spazio originale.
Se Lagioia, nei suoi vari punti di contatto con l'omicidio di Luca Varani (reportage, romanzo, podcast e ora soggetto del film) parla a un certo punto di una "malvagità dei luoghi", Gabbriellini fa di tutto per esorcizzarla, per opporre invece una semplicità limpida e comprensibile alle parti di quella vicenda che più sono assurde e oscene. Con pudore danza attorno alla violenza, e si direbbe quasi che la riempie di vuoti: quelle inquadrature di stanze senza persone - nelle case dove si è cresciuti, dove si sogna di abitare, e perfino dove si spargerà del sangue - o in quegli autobus che attraversano Roma e sono belli perché non c'è mai nessuno, e in quei bicchieri che ritornano spesso e "sono fatti per rompersi".
Così facendo prende in esame soltanto Luca e il suo universo affettivo, il rapporto schietto con i genitori e quello fisiologicamente appena più complicato con la fidanzata (li vediamo lasciarsi brevemente e poi tornare subito insieme e immaginare un nido domestico sotto un cavalcavia romano). Le contemporanee traiettorie dei due ragazzi che si macchieranno del delitto, e la casualità crudele che li porta non solo a incrociare il cammino di Luca ma anche quello reciproco, sono relegate al fuoricampo se non per qualche piccolo accenno.
È una scelta programmatica, per trattare la storia senza scabrosi sensazionalismi, e che quindi rifiuta di addentrarsi nel valore simbolico degli eventi come grande tessitura sociologica sulla "Roma marcia" di questo deprimente inizio secolo. Il prezzo da pagare, per Gabbriellini, è che il suo film ha una minore specificità - forse perfino una minore rilevanza - perché diventa un po' più universale come straziante tentativo di rispondere all'orrore con un controcampo di umanità.
Ciò lo rende filmicamente interessante come complemento agli ampi materiali d'origine di Lagioia, che in questa epoca di mania per il true crime rimangono senza dubbio il testo primario. Molti dei dettagli però prendono vita e senso quando sono traslati nell'immagine, come l'incipit che torna al momento dell'adozione di Luca e alla scelta che i genitori dovettero fare tra tre neonati, commentando dolcemente sulla natura dell'amore e di nuovo sull'idea di una serie infinita di casualità che prima di finire in tragedia lasciano molto di bello e di tangibile.
Lo stesso avviene passando dall'incipit al finale, in cui Gabbriellini mostra tutta la sensibilità registica che ricordavamo da Holiday e Padroni di casa, ritagliando momenti che restano sospesi: in una conversazione sull'autobus tra Luca e una ex compagna di scuola, o in una telefonata tra la fidanzata e un vecchio amico. Se il film ci risparmia la violenza più efferata, attraverso dialoghi del genere ci mette comunque di fronte a una realtà estesa fatta di connessioni sociali recise, e di giovani adulti privi di qualunque rete di supporto che rifiutano sia lo studio che il lavoro. In questo trova una prossimità con il contemporaneo Ketticè di Tortorici, spietata dissezione di una generazione di liceali del 2012, che poi sarebbero diventati più o meno i ventenni di Gabbriellini.
Da quella Palermo a questa Roma però la strada è impervia e lo sguardo diverso. È una capitale di lunghe distanze quelle su cui Luca cerca lavoro e identità: da La Storta e Valle Aurelia fino a Pietralata, sull'intero arco nord di un luogo immenso e freddo. Ci sarà poi, tutto a est, quell'appartamento all'inizio di Via Igino Giordani, sull'ingresso per Colli Aniene. Ma qui Gabriellini non si ferma più del necessario, preferendo tornare dalla famiglia di Luca per un epilogo che sa di understatement e misura umana.