ULTIMO - TUTTO. LIVE A TOR VERGATA

Locandina Un film di Giorgio Testi. Genere Concerto - Italia, 2026. Durata 165 minuti circa.Il concerto più grande della storia della musica italianaIl live dei record ULTIMO 2026 - LA FAVOLA PER SEMPRE che ha radunato 250.000 persone all'Università di Roma Tor Vergata il 4 luglio 2026.di Davide Maria Zazzini


Trama

4 luglio 2026. A Tor Vergata, nella periferia sud-est di Roma, si tiene il concerto di Nicolò Moriconi, per tutti Ultimo: un evento che ha radunato 250 mila spettatori da tutta Italia. Si tratta, infatti, di uno dei concerti con più spettatori nella storia della musica mondiale, un appuntamento epocale a cui gli organizzatori lavoravano da anni. Il film concerto, diretto da Giorgio Testi, ripropone, brano per brano, lo storico Raduno degli Ultimi. Accanto alle tracce musicali, testimonia in breve anche il lunghissimo processo di preparazione dell'artista e di centinaia di professionisti, tra musicisti, tecnici del suono, ingegneri e organizzatori che si sono attivati a centinaia per la buona riuscita dell'evento.
Un documentario fiume cucito addosso ai fan del cantante capitolino: emozionale nei toni, maestoso nelle scenografie, melodrammatico nelle canzoni, ma perentorio nel certificare la desolante pochezza dell'attuale musica leggera italiana.
Come da previsioni, infatti, il film sta replicando in sala il successo del 4 luglio: al momento in cui si scrive, ha riportato in sala quasi 100 mila fan, ma il numero crescerà nei prossimi giorni tra cinema e piattaforme. Sfruttando l'onda lunga dei film concerto e dei biopic musicali che stanno affollando (e affolleranno) le programmazioni in sala, questo film, in quasi tre ore di durata, è una lunga, festosa soggettiva sulla giornata straordinaria di Nicolò Moriconi, protagonista a soli trent'anni del più grande concerto musicale mai realizzato in Italia.
La grammatica stilistica di Testi è molto semplice: dronate panoramiche e campi lunghissimi raccolgono la sterminata folla, le tante soggettive bersagliano il protagonista, senza tralasciare il palco gigante a tre schermi. Tutto il resto è ridimensionato.
Per cui, di un racconto così canonico, divocentrico e a (ri)uso e consumo dei fan, colpiscono soprattutto due elementi. Il primo è l'accentramento visivo, com'è ovvio, sulla gaiezza da ragazzo qualunque e l'aspetto da adorabile tamarro del cantante (cappellino con visiera alzata, occhiali a lente scura, canotta risvoltata, processioni di tatuaggi su mani, petto e braccia, jeans e sneakers). Il palco ne rispecchia in toto la personalità e ne alimenta l'egolatria: la band è simbolicamente quasi sempre distanziata e in posizione sopraelevata. Lo incorniciano due simboli dell'infinito: uno, in alto, per le luci, un altro su una pedana rialzata su cui il cantante gigioneggia e si scatena, ma sempre a distanza di sicurezza dal pubblico.
Il secondo è la disarmante, diciamo pure esiziale, pochezza dei testi. Più di trenta tracce insistono su un unico macrotema: Nicolò canta il disagio esistenziale e la nostalgia per la fine della convivenza con una giovane, enigmatica ragazza dall'infanzia difficile. Nient'altro, "perché l'eternità per me sei tu". Ed è un peccato per un idolo di Vasco Rossi che, in quanto a presenza scenica (canta, balla, inventa duetti immaginari), prestanza melodica della voce (svaria dall'italiano al romanesco, perfino al napoletano), magnetismo visivo (le movenze sono già da consumato frontman) e abilità musicali, ha poco da invidiare ai colleghi.
Molto, ovviamente, per quanto riguarda i testi. Alcuni sono da stralcio del pentagramma, altri sarebbero gravi anche per un San Valentino tra preadolescenti, ma per amor proprio e soprattutto di chi legge, non li almanaccheremo.
Ciò che va rimarcato è, forse, il laccio simbiotico tra cantante e popolo: favola, vittoria, rivalsa, trionfo, riscatto, storia sono le parole d'ordine di una retorica del gigantismo tutta fondata sull'affermazione straordinaria del ragazzo della porta accanto. Gli organizzatori calcano sull'eccezionalità dell'evento (tutti i momenti preparatori, ammassati tra la fine di uno strumentale e l'altro sono da matita rossa). Così, la proiezione identificativa è tanto semplice quanto potente: il montaggio di Gianluca Conca fa di tutto per accostare al Peter Pan di periferia transenne tarantolate, piangenti e adoranti (non le assaltano solo giovanissimi, ma anche madri con bambini).
Ultimo - Tutto. Live a Tor Vergata, così, è più una liturgia che un concerto, più richiamo tribale che raduno, più rito d'espiazione individuale che spettacolo, perfetto specchio di un'epoca algoritmica e individualistica in cui tutto, soprattutto l'arte, si conta a milioni. Di fan, di visualizzazioni, di euro, di biglietti.