I FIGLI DELLA SCIMMIA

Locandina Un film di Tommaso Landucci. Con Riccardo Scamarcio, Fausto Russo Alesi, Andrea Aggio, Tancredi Naldini, Lidiya Liberman, Cristina Odasso, Luigi Diberti, Ettore Belmondo. Genere Drammatico - Italia, 2026. Durata 110 minuti circa.La fragilità umanaIl racconto di un conflitto intimo, inevitabile, che mette continuamente in discussione il fragile equilibrio fra generosità ed egoismo, amore e desiderio, accettazione e rimpianto.di Pedro Armocida


Trama

Dario è padre di un bambino disabile, al quale dedica ogni cura e attenzione, ed ha un bellissimo
rapporto con il figlio adolescente di suo fratello. Nel crescente legame con il nipote ritrova il figlio
che avrebbe voluto avere, e assume il ruolo del padre che avrebbe potuto essere. Un gioco di
proiezioni e desideri inespressi che finirà per incrinare l'equilibrio interiore di Dario e travolgere
l'intera famiglia.
Esordio nel lungometraggio di finzione di Tommaso Landucci che porta tutta la sua
delicatezza e profondità nel raccontare un conflitto familiare e, soprattutto, le difficoltà
genitoriali legate al mondo della disabilità.


La sceneggiatura infatti, firmata dal regista e da Damiano Femfert, che ha vinto numerosi premi tra
cui il Solinas, lavora su quel particolare aspetto che può verificarsi all'interno delle famiglie, ad
esempio tra un padre o una madre, allorquando si inizia a preferire un figlio all'altro, un nipote a un
figlio e via discorrendo.In
questo caso il motivo scatenante per il protagonista Dario, interpretato
con grande controllo da Riccardo Scamarcio che è anche nella compagine produttiva, è il figlio
piccolo disabile a cui non fa certo mancare nulla, nessuna sua attenzione e a cui si dedica quasi
come un soldatino, sembrerebbe un po' per dovere. Giorno dopo giorno però il rapporto con il
nipote adolescente, Giacomo, il figlio di suo fratello Roberto (Fausto Russo Alesi), diventa sempre
più forte perché su di lui trasferisce evidentemente le attese di un padre. Con lui può riesumare la
moto da trial, una Sherko di piccola cilindrata, di quando era ragazzo e costruire così dei momenti
privilegiati ed esclusivi - anche delle gare dove non risponde negativamente a chi gli dice che suo
'figlio' gli somiglia - che iniziano a farlo allontanare dal lavoro e dal figlio vero. Giacomo diventa
dunque il figlio immaginato e desiderato che non ha potuto avere.
Prende qui forma il titolo del film, che si riferisce all'omonima fiaba di Esopo in cui si dice come le
scimmie generino due figli, amano e nutrono con cura uno e odiano e trascurano l'altro.
Il regista costruisce con sapienza, con il ritmo e il tono giusto che si accorda al mondo di provincia
in cui il film è ambientato. A questo proposito è da sottolineare la fotografia di Guido Michelotti che
cerca di restituire la grana dei film di Lee Chang-dong a cui il regista dice di essersi ispirato e a cui
ha aggiunto il formato 4:3 che chiude i protagonisti all'interno della loro quotidianità.

Il racconto trova forma e sostanza nella descrizione anche degli altri componenti della famiglia in
cui la parte maschile spiega in maniera molto chiara la psicologia del protagonista, con il fratello
con cui lavora come perito delle assicurazioni. I due iniziano a scontrarsi per queste attenzioni
verso il nipote che rubano un po' di spazio anche al vero padre anche se poi la sceneggiatura sa
essere molto tenera nella ricostituzione di questo rapporto. C'è poi il capostipite, il padre-nonno,
interpretato da uno splendido Luigi Diberti, tutto intento alla costruzione della sua piscina che lo
porta a essere un po' distante dai figli a cui dedica non dedica più molta attenzione.
Uno degli aspetti più interessanti del film però è il racconto della disabilità, diretto e senza
infingimenti nella sua quotidianità, un po' come nel recente Fame d'aria di Giuseppe Bonito dove
c'è un altro padre in crisi. A dimostrazione di come il cinema italiano possa trattare questi temi
senza ricatti o drammatizzazioni. E senza sociologia d'accatto.