WAITING FOR THE BARBARIANS

Locandina Un film di Ciro Guerra. Con Robert Pattinson, Gana Bayarsaikhan, Greta Scacchi, Johnny Depp, Harry Melling, David Dencik, Mark Rylance, Sam Reid, Bill Milner, Joseph Long. Genere Drammatico - USA, Italia, 2019. Durata 114 minuti circa.


Trama

Un funzionario amministrativo denominato "il magistrato" presiede una postazione di frontiera ai confini dell'Impero, in armonia con le popolazioni locali e in attesa di una quieta pensione, senza però alcuna fretta di tornare a casa poiché ormai le sue radici sono in quel luogo remoto che ha imparato a conoscere e ad amare. Ma l'arrivo del colonnello Joll rivoluziona la sua quieta esistenza: Joll è un comandante di polizia che identifica nella postazione "la prima linea di difesa dell'Impero" ed è intenzionato ad estorcere con la tortura quelle "verità" che gli permetteranno di descrivere a casa la situazione come pericolosa in quanto passibile di un imminente attacco delle popolazioni nomadi locali, che lui ha già etichettato come "barbari". E quando un uomo giusto e saggio come "il magistrato" si scontra con un prepotente avido di potere come il colonnello ogni equilibrio salta e ogni violenza diventa lecita.
Nel suo debutto con una produzione internazionale il regista colombiano Ciro Guerra, basandosi sul romanzo "Aspettando i barbari" del premio Nobel sudafricano J.M. Coetzee, riprende i temi a lui cari.

Le conseguenze nefaste del colonialismo, la lotta impari fra popoli arcaici e dominazioni "civilizzate", la dimensione antropologica contrapposta all'avanzare della "modernità", la corruttibilità delle comunità sedotte da una cultura apparentemente più evoluta, ma anche la capacità delle culture millenarie di resistere aspettando che l'invasione dello straniero passi e le tradizioni ritornino al loro posto.
In particolare, Guerra (ri)propone una lettura palindroma degli eventi, secondo cui i "barbari" possono essere gli uni o gli altri in base al punto di vista di chi guarda. Anche la pazienza per l'Impero significa attesa della capitolazione dei "selvaggi" davanti alle torture, e invece per la popolazione locale significa certezza dell'impermanenza dei "visitatori transienti" nella propria terra.
Una terra che non viene mai nominata, popolata da senza fissa dimora che simboleggiano qualsiasi popolazione non stanziale perseguitata da chi confonde la propria permanenza come diritto al predominio. La gestione degli spazi, come sempre nel cinema di Guerra, è una delle forze di Waiting For The Barbarians, che si apre su un'inquadratura della fortezza in un immediato richiamo a "Il deserto dei Tartari" di Buzzati e Zurlini, così come il titolo pare un richiamo a Beckett e alla sua inutile attesa di un Godot che potrebbe non arrivare mai.

Nell'alternanza fra interni angusti magnificamente illuminati e distese desertiche di laconica bellezza si consuma la lotta impari fra due civiltà che, a seconda che giochino in casa o fuori, sono destinate a soccombere. E la regia allo stesso tempo sontuosa ed essenziale di Guerra è un piacere per lo sguardo.
Sempre nel colonnino dei pregi va la magistrale interpretazione di Mark Rylance nel ruolo del "magistrato", mentre nel colonnino dei difetti approdano le caricature del male, ovviamente di stampo paranazista, di Johnny Depp nei panni del colonnello Joll e Robert Pattinson in quelli del suo ufficiale Mandel. Ed è purtroppo in quelle caratterizzazioni superficiali e in certi dettagli manichei (i cattivi hanno divise nere e i buoni color sabbia, a titolo di esempio) che si manifesta il principale tallone d'Achille di Waiting For the Barbarians, paradossalmente "colpevole" dello stesso "crimine" che mette in scena: ovvero la colonizzazione di una visione culturale.

Laddove infatti tutto il cinema precedente di Guerra era contenuto nei non detti e nella potenza essenziale delle immagini, qui è tutto esplicitato e sottolineato, e alla maestria espressiva di Guerra si sovrappone la necessità tutta occidentale di spiegare ed esternare proclami ideologici già chiarissimi nella messinscena. Così come l'esercito dell'Impero "perverte" la popolazione dominata, la presenza dei divi hollywoodiani e la "pressione" di un'audience internazionale altera e snatura in modo significativo la poetica di Guerra, e appanna quella purezza dello sguardo che era stata finora la sua cifra distintiva.