IL CILENO

Locandina Un film di Sergio Castro San Martín. Con Camilo Arancibia, Sara Serraiocco, Andrew Bargsted, Gaetano Bruno, Lorenzo Richelmy, Jacopo Demetrio Massara, Jasmin Mattei, Riccardo Lombardo, Carlo Alberto Cravino. Genere Biografico - Svizzera, Cile, Italia, 2026. Durata 100 minuti circa.Un malinconico tentativo di traduzione tra due mondiIl film si ispira liberamente alla vera storia di Aldo Marín, figura simbolo dell'intreccio tra i movimenti rivoluzionari cileni e italiani degli anni Settanta.di Tommaso Tocci


Trama

1976, nel Cile che è appena passato sotto la stretta dittatoriale di Pinochet dopo il colpo di stato. Aldo è un minatore esperto di esplosivi che per sfuggire all'esercito decide di lasciare la moglie e il figlio piccolo per scappare in Italia, a Torino. Con lui c'è l'amico Chapa, e i due cercano di ricominciare trovandosi un lavoro in fabbrica. Ma Torino, e l'Italia tutta, è a sua volta scossa dalle tensioni degli anni di piombo, e Aldo finisce per entrare in contatto con un gruppo di anarchici che hanno bisogno del suo talento per gli esplosivi. Sarà Luciana, una dottoressa che insegna all'università e aiuta le donne ad abortire clandestinamente, a fare da tramite con il cileno e a far sfumare l'uno nell'altro i destini dolorosi di due paesi. Affondando nel terreno fertile di un periodo storico di grande interesse, la regia di Sergio-Castro San Martín si tramuta in un limbo sporco e maledetto, popolato da rivoluzionari lasciati a piedi alla fine del tempo e disillusi dalla loro stessa lotta tra un continente e l'altro. Se l'avvio in Cile, sfrontato e temerario, sembra quello di un western, l'arrivo in una Torino ambrata e claustrofobica relativizza la storia trasformandola in un malinconico tentativo di traduzione tra due mondi, in cui oltre a imparare i nomi dei colori bisogna affrontare il loro significato politico, dall'amarillo dell'ignavia al plomo della violenza. Il compromesso personale di Aldo - accettare di fabbricare le bombe per chi fa gli attentati ma senza installarle in prima persona - è quel tipo di flebile linea arbitraria destinata a non durare a lungo. I meccanismi del genere thriller sono tutti al loro posto ma - di proposito - non vengono mai percorsi da quell'elettricità necessaria a romanzare il sottobosco criminale. Quello de Il cileno è uno sguardo avulso, sufficientemente "fuori asse" da restituirci una visione storica alternativa, diversa da come la ricordiamo (di nuovo, una traduzione). Ed è giusto che sia così quando ci si apre alla commistione e al mescolamento tra voci diverse. Nel materiale elaborato dal regista assieme a Simona Nobile c'è un'intera epoca piena di spunti, soprattutto per quanto riguarda il legame che si instaurò tra la cultura italiana e quella cilena a seguito del golpe: un grande momento di accoglienza e vicinanza verso un popolo di esuli, che oggi ci sembra incredibile sia da un punto di vista politico che umano. In mani più autoriali si sarebbe potuta allargare la lente interpretativa del periodo, ma non è questa la storia privata di Aldo e del suo rapporto con Luciana. Le loro sono anime perdute i cui gesti simbolici finali sono ancora una volta un atto comunicativo a distanza, entrambi di vuota tragicità.