BENVENUTI A MARWEN

Locandina Un film di Robert Zemeckis. Con Steve Carell, Leslie Mann, Diane Kruger, Merritt Wever, Janelle Monáe, Eiza González, Gwendoline Christie, Leslie Zemeckis, Neil Jackson, Falk Hentschel, Siobhan Williams, Matt O'Leary. Genere Biografico - USA, 2018. Durata 116 minuti circa.La storia dell'artista e fotografo Mark HogancampLa vera storia di Mark Hogancamp, un artista che ha perso la memoria ma ha trovato un modo per raccontare la sua storia.di Andrea Fornasiero


Trama

Mark Hogancamp mette in scena nel proprio prato le gesta di un suo alter ego di nome Hogie in un fittizio villaggio belga, durante la Seconda Guerra Mondiale. Hogie è un pilota americano in lotta contro i nazisti e protetto dalle donne di Marwen, che sono poi la trasfigurazione delle donne che hanno aiutato Mark durante la sua terapia. Egli è infatti reduce da un pestaggio di natura omofoba e da una lunga ma insufficiente riabilitazione, tanto da aver perso sia la memoria sia la capacità di disegnare. Elabora la tragedia fotografando le scene che crea nel giardino, con bambole di donne eleganti e action figure di soldati. Quando arriva una nuova vicina, Nicol, Mark cerca di raddrizzare la propria vita e di liberarsi dalla dipendenza dagli antidolorifici.

Diversi temi si affastellano in Benvenuti a Marwen, dalla creazione artistica come terapia, alla fuga nella trasfigurazione fantastica della vita, dall'omofobia e dal disturbo da stress post-traumatico fino alla dipendenza da oppiacei, che in America è ormai una conclamata emergenza.

La vera storia di come Mark Hogancamp ha affrontato il trauma e le lesioni subite era già stata al centro di documentario, il molto premiato Marwencol di Jeff Malmberg del 2010. Robert Zemeckis ha però sentito il bisogno di aggiungere una storia d'amore che, per quanto relativamente poco tradizionale, è stata criticata come eteronormativa, una normalizzazione della diversità ("queerness") dell'artista. Si tratta a ben vedere di una critica eccessiva, visto che nel film è ben chiaro come il protagonista ami indossare calzature femminili e abbia un rapporto particolare con le donne e la sessualità.

Non viene insomma nascosto il suo feticismo né nella vita privata e neppure nelle sue ricreazioni artistiche, dove ci sono anche scene sadiche di torture naziste e bambole femminili che sterminano tedeschi in costumi provocanti, o addirittura seminude con la camicetta strappata. Il problema della love story è piuttosto narrativo, perché aggiunge un tema convenzionale e per nulla necessario che toglie spazio alle ben più interessanti questioni al cuore del film.

Allo stesso modo risulta didascalico aggiungere una donna irreale al villaggio di Marwen, la strega Dejah Thoris, che per altro ha lo stesso nome della discinta e guerriera principessa marziana di John Carter di Marte di Edgar Rice Burroughs. Il suo nome è l'unica cosa di lei che non viene più volte spiegata nel film, ma si può facilmente ricondurre al fantastico come fuga lisergica dalla realtà, infatti Dejah Thoris è qui una sorta di fatina degli antidolorifici, un'incarnazione della dipendenza del protagonista.

Anche in merito a questo occorre però fare una critica alla rappresentazione della questione degli oppiacei, che solitamente nasce da una terapia medica ma poi, una volta terminate le prescrizioni, passa a sostanze stupefacenti illegali, di cui invece non c'è alcuna traccia nella vita di Mark (nonostante a un certo punto un brano dei Dandy Warhols in colonna sonora sembri evocarli: "Not If You Were the Last Junkie on Earth"). Insomma si tratta di un problema certamente privato ma pure legato alla sanità americana, che tra l'altro sarebbe all'origine della terapia artistica di Mark, che non poteva permettersi una terapia normale - cosa del tutto assente nel film, dove la questione della povertà o dei limiti del welfare non entrano nemmeno alla lontana.

La scelta più discutibile di tutto il progetto è però stilistica: Robert Zemeckis ormai sembra non riuscire quasi più a realizzare un film senza sperimentare la manipolazioni degli attori in digitale. Entriamo quindi nel mondo di bambole di Mark come fosse un film d'animazione, ma al posto di ricorrere come sarebbe stato logico alla stop motion (per altro ormai sdoganata anche negli States da Wes Anderson, Charlie Kaufman e dallo studio Laika) si preferisce usare la CGI per trasformare Steve Carrell e gli altri attori e attrici in bambole che si muovono. Se l'animazione dà vita all'inanimato qui abbiamo l'effetto contrario, quello di imbambolare la vitalità degli attori.

Certo è meno deleterio di quanto fatto dal regista con Polar Express o con il ringiovanimento di Brad Pitt in Allied: un'ombra nascosta, visto che gli attori "ritoccati" interpretano effettivamente delle bambole, ma il risultato appare comunque un artificio gratuito e poco efficace. Non mancano infatti cadute di gusto, per esempio quando il volto della "bambola" di Carrell subisce una specie di morphing in quello dell'attore reale: per fortuna succede solo una volta e solo con il suo personaggio... In compenso il regista inserisce un'autocitazione, con un'auto volante diretta verso il futuro che, quando salta nel tempo, lascia due strisce di fuoco come nel suo Ritorno al futuro.

Benvenuti a Marwen è in conclusione un film originale e sperimentale, ma in modo inutilmente appariscente, sovraccarico tematicamente e didascalico nella scrittura, insomma un tentativo coraggioso ma che finisce per snaturare un soggetto degno di migliore aderenza.