Un film di Kristen Stewart. Con Imogen Poots, Thora Birch, Jim Belushi, Charlie Carrick, Tom Sturridge, Susannah Flood, Michael Epp, Earl Cave, Kim Gordon, Jeremy Ang Jones, Anton Lytvynov, Alina Lytvynova, Esme Allen, Hal Weaver, Eleanor Hahn, Tetiana Lytvynova, Julienne Restall, Georgie Dettmer. Genere Biografico - Francia, Lettonia, USA, 2025. Durata 128 minuti circa.
Lidia è una bambina che cresce tra il nuoto e una famiglia in frantumi. Un padre violento e abusatore, una madre troppo fragile per proteggere lei e sua sorella. Una borsa di studio per il nuoto è la promessa di una vita migliore, ma Lidia dovrà imparare tutto da capo. Ad amare, a rapportarsi agli altri in modo non violento, a sopravvivere a un lutto grave e alle dipendenze multiple in cui finisce per gettarsi. Affamata di vita, intravede nella scrittura una forma di salvezza ed è determinata a perseguirla, anche se la figura malata di suo padre non smetterà mai di tormentarla.
È un film viscerale, carnale, appassionato e malato, The Chronology of Water di Kristen Stewart.
Un film fuori dall'ordinario che osa portare in scena una storia "scandalosa", raccontata nell'omonimo romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch, un coacervo di tematiche complesse mescolate tra loro difficile da trasporre sullo schermo. Le violenze e gli abusi in famiglia, l'incesto, i traumi infantili, la sorellanza, la sindrome di Stoccolma e quella dell'abbandono, le dipendenze, la salute mentale, il desiderio e l'indipendenza, il lutto e la sua elaborazione, la scrittura come terapia e molto altro ancora.
Sarebbero bastate poche pagine a farne un film denso, il merito di Stewart è aver voluto trasporlo tutto nella sua forma frammentaria originaria, divisa in capitoli in modo tutt'altro che tradizionale. Sin dalle prime immagini rifugge infatti ogni intento didascalico, procede per flash piuttosto: un tuffo sott'acqua, del sangue, occhi in lacrime in primissimo piano. La storia da raccontare è uno specchio rotto i cui frammenti pulsano di ricordi, e «i ricordi sono storie». Storie non sempre facili, da vivere prima ancora che da trattenere nella memoria.
Trattenere è proprio il verbo che rifugge Stewart: non trattiene nulla, mostra tutto, il suo film è un flusso inarrestabile di immagini ed emozioni. Un flusso amniotico di immagini ed emozioni che non teme l'indicibile e il conturbante. Un film drammatico coerente con il titolo: non segue alcun ordine e alcuna cronologia, se non quella dell'acqua appunto, perché è un film strabordante di liquidi: dall'acqua della piscina a quella della doccia, e poi l'alcol, la saliva, il sangue, le secrezioni femminili, il sudore, il vomito.
Un amnios liquido - che è anche narrativo - attraverso cui naviga la protagonista, un'intensa Imogen Poots che dà voce e corpo a scene emotivamente complesse, facendo sfoggio di un'ampia gamma espressiva nella sua performance.
Alla sua opera prima Stewart - che già aveva firmato il corto Come Swim, meno riuscito e più videoartistico - dimostra di avere maturato negli anni una sua chiara idea di cinema e uno stile nuovo con cui proporla sullo schermo, lontana dalla retorica e dal didascalismo. Un cinema che non deve e non vuole essere rassicurante, intento a raccontare i sentimenti estremi di chi ha subito traumi troppo grandi da elaborare.
Emblematica è la figura del mentore, il maestro di scrittura che indica alla protagonista una via della salvezza, e chissà che non suggerisca il motivo per cui la stessa Stewart ha deciso di passare alla sceneggiatura e alla regia, senza ritagliarsi neanche mezzo ruolo. Nell'acqua, come nella scrittura, ci si può abbandonare e addirittura reinventare.