RIDE

Locandina Un film di Valerio Mastandrea. Con Chiara Martegiani, Arturo Marchetti, Renato Carpentieri, Stefano Dionisi, Milena Vukotic, Mattia Stramazzi, Walter Toschi, Giancarlo Porcacchia, Silvia Gallerano, Emanuele Bevilacqua, Milena Mancini, Giordano De Plano, Lino Musella. Genere Drammatico - Italia, 2018. Durata 95 minuti circa.Una toccante cronaca della , buona l'idea ma manca la tra attore ed autoreUna donna perde il marito in un incidente sul lavoro. Manca un giorno al funerale e deve fare i conti con se stessa e il dolore che la sta travolgendo.di Marzia Gandolfi


Trama

Carolina è vedova da una settimana e non riesce a piangere. Seduta sul divano, assorta in cucina, in piedi alla finestra, scava alla ricerca delle lacrime che tutti si aspettano da lei. Anche Bruno, il figlio di pochi anni che sul terrazzo di casa 'mette in scena' i funerali del genitore. Nessuno, nemmeno il padre e il fratello di Mario Secondari, giovane operaio morto in fabbrica, sembra riuscire a fare i conti col lutto. Tra un occhio nero e una nuvola carica di pioggia, Carolina farà i conti con l'assenza.

Ride, debutto alla regia di Valerio Mastandrea, è la cronaca della vita dopo.

Dedicato a chi resta, confronta melanconicamente una giovane donna con la perdita della sua giovinezza e del suo amore, la prepara a vivere veramente, a fare della morte che arriva improvvisa l'incessante condizione della sua sopravvivenza.

Quello della protagonista non è però un lutto 'convenzionale', è un lutto bloccato, complicato. Perché come ogni altra esperienza emotiva, anche quella del lutto è soggettiva. Quieta, pratica ed efficientissima, Carolina attende tra il divano e il tavolo della cucina che le emozioni si facciano vive, che le lacrime arrivino copiose. Ma niente. La perdita del consorte, che sconvolge, scompagina e dissesta il modo di vedere il mondo, non si trasforma in lavoro. Il lavoro del lutto, la reazione adeguata all'esperienza della perdita. Al suo sentimento di doglio intimo fa eco quello sociale.

Caduto in fabbrica, Mario Secondari è l'assenza che permette a Mastandrea di aprire una finestra collettiva su un dramma privato. A incarnarli insieme è il saldo Renato Carpentieri, padre in ambasce davanti all'inaccettabile morte del figlio. Ride tocca di sponda la tragedia di (una) classe (che non c'è più) e il conflitto generazionale, meglio, il reciproco sospetto delle generazioni da cui nascono le ferite che padre (Renato Carpentieri) e figlio (Stefano Dionisi) non riescono a risanare.

Valerio Mastandrea non trova però la maniera coerente di fare dialogare due assi narrativi che hanno in fondo la stessa ossessione: la morte al lavoro, la terribile e dolorosa precarietà di tutte le imprese umane. Nei movimenti a latere, il film incontra turbolenze improvvise e perde quota (la sequenza 'di piombo' della pistola), indeciso sulla rotta da seguire per guarire il trauma della perdita. Trauma che una moglie nega con una reazione anestetica, un figlio esorcizza volgendolo in recita e un padre elabora 'confiscando' il corpo (del reato) allo Stato. Confisca che disattiva deliberatamente l'aspetto politico e l'abiezione morale delle morti sul lavoro, diluendo di nuovo il film nel percorso elusivo e fantastico delle traiettorie intime.

Ritornando sulle proprie premesse, Mastandrea offre la libertà ai personaggi di piangere. Di piangere meglio, di piangere finalmente sotto l'ombrello e una nuvola che scuote corpi pieni di lacrime. Recitare per Valerio Mastandrea significa da sempre 'mettersi in scena', con Ride ribadisce l'attitudine all'autofiction e fa un passo di lato. Non è più lui a incarnare la naturale laconicità esistenziale ma un alter ego femminile, che ha il volto e la semplicità limpida di Chiara Martegiani.

Virtuoso dell'understatement sulla scena, l'attore non trova nella direzione la stessa misura e quella sottrazione di peso, su cui come Calvino ha sempre avuto "più cose da dire". Film di un attore sul mestiere dell'attore (la performance mimetica di Carolina che prova a riprodurre l'afflizione della ex del marito), Ride svolge in maniera singolare l'implacabile dialettica del dolore e disegna con altrettanta inusualità l'implosione interiore della sua protagonista. Tuttavia la voce del regista finisce per occupare lo spazio vuoto del suo spirito dolente e ingombrare un film dove ogni attore è proiezione dell'autore. A mancare è forse la giusta distanza, quella che ripara i personaggi e lascia andare gli attori.