IRON MAIDEN - BURNING AMBITION

Locandina Un film di Malcolm Venville. Genere Documentario - USA, 2026. Durata 106 minuti circa.Un documentario onesto, né agiografico né troppo celebrativo, su un gruppo musicale che ha fatto la storia della musicaIl film documenta uno dei percorsi più iconici della storia della musica e ripercorre i cinque decenni degli Iron Maiden.di Pedro Armocida


Trama

50 anni di Iron Maiden, il documentario racconta gli inizi e l'ascesa della band che è diventata uno
dei più grandi nomi della storia della musica con 17 album in studio, oltre 100 milioni di dischi
venduti e quasi 2.500 concerti in 64 paesi.
Oltre alla band, il documentario presenta le riflessioni di fan d'eccezione come Javier Bardem, Lars
Ulrich e Chuck D, ognuno dei quali descrive e racconta come sia stato influenzato musicalmente e
culturalmente dagli Iron Maiden.

Un documentario onesto, né agiografico né troppo celebrativo, su un gruppo musicale che
ha fatto la storia della musica senza gossip o scandali ma solo con il lavoro sui palchi e
negli studi di registrazione.


«Non importa se sei uomo o donna, musulmano, cristiano, cattolico o ebreo. Non importa. Se sei
un fan dei Maiden, sei un fan degli Iron Maiden» urla Bruce Dickinson, frontman a periodi alterni (e
pure pilota di aerei di linea...) nella lunga vita della band, alla folla in un concerto. E il regista
Malcolm Venville, già autore di documentari su Lincoln, Roosevelt e Churchill ma anche lontano
filmmaker di videoclip come, per esempio, dei Morcheeba, utilizza ben due volte, nel film, questa
frase che racconta molto bene del lavoro suo e di quello degli Iron Maiden. Due cose ben distinte,
attenzione, perché non siamo di fronte a un documentario agiografico e celebrativo voluto dalla
band - anche se tutt'e due gli aspetti comunque fanno capolino - quanto piuttosto a un lavoro che
vuole raccontare le leggende dell'heavy metal attraverso lo sguardo dei suoi fan. Un binomio,
quello tra fan e gruppi musicali, sempre fondamentale ma che, nel caso degli Iron Maiden, è
proprio un aspetto fondante del loro mito.
Il film infatti sceglie di mostrare in particolare alcuni fan, oltre alle immagini dei concerti
multitudinari, e di far ascoltare le loro testimonianze. Certo, oltre agli sconosciuti, ci sono gli
ammiratori speciali come Lars Ulrich (Metallica), Chuck D (Public Enemy), Tom Morello (Rage
Against The Machine), Gene Simmons (KISS) Scott Ian (Anthrax) e Javier Bardem, forse il più fan
di tutti (recita pure, come se fosse una poesia, il testo della canzone Run to the Hills), mentre
invece - e qui sta una delle idee centrali del documentario - i protagonisti della band parlano ma
sempre con la voce fuori campo. C'è dunque un tentativo da parte del registe di rompere, in parte,
la convenzione delle cosiddette "teste parlanti", tipiche di questo genere - e non solo - di
documentari e di frustrare un pochino il pubblico dei fan degli Iron Maiden. Nel senso che,
appunto, i componenti della band oggi non si vedono, il film non contiene mai interi pezzi suonati e,
peraltro, mancano, se non in versione strumentale e come sottofondo, motivi leggendari come
Fear of the Dark o Wasted Years.

L'obiettivo è dunque di tenere insieme l'interesse dei fan del gruppo ma di non chiudersi rispetto al
pubblico più generalista che avrà modo di scoprire le originalità di una band che ha cementato il
rapporto tra i suoi componenti e proprio su quello ha fondato l'incontro con il pubblico. Il
documentario segue punto per punto tutta la carriera del gruppo, dalle prime esibizioni a Londra
nel 1975 dove già tutto ruotava intorno al deus ex machina del gruppo, il bassista Steve Harris,
fino al 2024. In mezzo vengono snocciolati, ma non come una voce di Wikipedia, tutti gli
accadimenti che hanno attraversato la band - nella molteplicità di documenti di archivio, una parte
centrale e fondamentale è riservata a quella che documenta il tour del 1984 in Polonia, Ungheria e
Jugoslavia con ampi stralci del famoso vhs Iron Maiden: Behind the Iron Curtain
- soprattutto dal punto di vista dell'avvicendamento dei musicisti, spesso per cause di forza
maggiore. In questo senso ci sono anche alcuni momenti molto toccanti come l'addio alle scene di
Nicko McBrain, il batterista più longevo della band che, dopo un ictus, pur provandoci, non si è
sentito più in grado di fare il suo lavoro. La sequenza d'archivio, di uno stadio stracolmo che lo
saluta con un tributo pulsante d'amore, vale tutto il film. Ma questo aspetto molto umano, dei fan
come dei componenti stessi della band che, per stare insieme per tanti anni, hanno lavorato su se
stessi come le coppie amorose più longeve, emerge con chiarezza in Iron Maiden: Burning
Ambition e fa da contraltare all'idea apparente che si ha del gruppo con le accuse, infondate, di

satanismo su cui si è anche molto giocato. Complice la mascotte zombie Eddie diventata un vero e
proprio personaggio che vive, è il caso di dirlo, di vita propria e che nel documentario è
ampiamente rappresentato attraverso un'animazione vintage in computer grafica. Anche questa è
una scelta che vuole rispettare l'autenticità della storia della band, preservandone l'originalità
artistica che, nel caso di Eddie, diventa anche promozionale perché, come viene sottolineato, si è
pure trasformato nel «miglior strumento di marketing dell'heavy metal».